Archivio per marzo, 2011

Middlesex

Pubblicato: marzo 29, 2011 in Art

Ho appena terminato di leggere Middlesex: mi ha letteralmente rapito e trasportato verso un mondo lontano e diverso.

Il romanzo parla della vita di un ermafrodita Calliope Stephanides, che diventerà Cal all’età di quattordici anni. Forse più che della sua vita, in realtà parla dell’epopea della sua famiglia: infatti il protagonista racconta il percorso della famiglia Stephanides dal loro luogo di origine, Bitinio, un piccolo paesino della Grecia, fino agli States, luogo in cui decidono di emigrare i nonni di Calliope.

La storia potrebbe sembrare banale o “forzatamente originale”, ma in realtà l’autore riesce a colpire l’attenzione fin dalle prime pagine. Cal, oramai adulto, decide di raccontare tutta la sua storia: abbiamo quindi un romanzo che passa dal presente al passato, tenendo sempre viva la nostra attenzione, spingendoci sempre a girare pagina senza mai fermarci. Lo scrittore infatti è bravissimo nella costruzione della cornice del romanzo, anzi, ciò che rende veramente unico Middlesex è proprio la cornice che sta intorno a Cally: l’epopea di una famiglia greca che scappa dal proprio paese a causa della guerra greco-turca (1919-1922); Desdemona e Lefty, i nonni di Calliope, provengono infatti da un paesino greco chiamato Bitinio: fuggono verso Smirne allo scoppiare della guerra e riusciranno a prendere una nave verso gli Stati Uniti proprio durante l’incendio della stessa Smirne per opera dei turchi. Diretti dalla sorella di Lefty a Detroit, i due giovani greci riusciranno a farsi una vita nel continente americano nonostante le molte avversità.

Bisogna aprire una parentesi: Desdemona e Lefty erano fratelli, oltre che cugini di secondo grado. Questo particolare è in realtà fondamentale per spiegare la malformazione genetica che Callie è costretta a vivere: una disfunzione genetica che la porterà ad avere una mancanza ormonale e la presenza di entrambi gli apparati sessuali; nel libro riferimenti simili saltano fuori ogni tanto come per ricordare al lettore e spiegare il reale motivo della nascita di questo libro: è come se l’autore ci stesse dicendo “Ehi, non dimenticate che tutto questo Callie ha deciso di scriverlo per parlarvi della sua vita, non di quella della sua famiglia”. I ricordi infatti si intrecciano alle valutazioni del presente: è come se, ad un certo punto della nostra vita, ci trovassimo a dover motivare perchè noi siamo diventati ciò che siamo.A venticinque anni è difficile come artifizio mentale, figurarsi nell’età adulta.

Eppure il nostro Eugenides riesce a raccontarci in maniera cosi genuina e semplice tutto il percorso di vita della nostra protagonista. Il racconto della sua adolescenza è qualcosa di fantastico: poco prima di scoprire la sua vera natura, all’età di quattordici anni, Callie andrà in vacanza con una sua amica, il fratello e l’amico del fratello; in quelle pagine la vera natura di Callie esce a nudo in maniera lampante e disarmante: è scombussolata da quello che prova per l’Oscuro Oggetto (questo è il nome che lei stessa usa per chiamare la sua amica) mentre fa di tutto per respingere le insistenti avanche di Jerome, fratello dell’Oscuro Oggetto. L’amore che prova per quest’ultima è puro, come quello che solo un adolescente può provare: non ha condizionamenti di sorta, e in queste pagine viene voglia di piangere di fronte alla tortura a cui è costretta Callie. Sarà questo l’apice della sua vita e del suo romanzo: nel momento della scoperta infatti, sarà costretta a recarsi da un medico specialista: ma questo avviene nell’ultima parte del romanzo, che fondamentalmente non la ritengo minimamente necessaria; tutto quello che abbiamo la fortuna di leggere fino ai primi tre quarti del libro è poesia allo stato puro: la vita della famiglia Stephanides è sviscerata in ogni singolo aspetto dei suoi protagonisti. Nell’ultima parte invece, assistiamo alla degenerazione della scoperta della sua natura.

Nonostante questa parte finale, resta un libro interessante, ricco di spunti originali, ricco di riflessioni interessanti sulla natura umana. E’ un libro forte che a tratti potrebbe risultare lento e poco realista. Ma nel complesso mi ha colpito per la sua capacità di far breccia sulle paure intime di ogni individuo e su quella parte oscura che ogni persona vorrebbe nascondere. Vale la pena riflettere insieme a Callie, o Cal, sulla nostra vita e sulla nostra vera natura.

R.

Annunci

Braccia chiuse

Pubblicato: marzo 19, 2011 in Policy, Thoughts

Si susseguono continuamente e inesorabilmente milioni di notizie in tutto il mondo. Nei quotidiani online, nelle pagine di internet, miliardi di notizie animano la pagina internet di ognuno di noi. Fra tutto il mare di notizie che ci vengono proposte in questo ultimo periodo non possiamo non aver letto una di queste parole: Giappone, Nucleare, Libia, Tsunami, Terremoto, Guerra, Insorti, Bengasi, Tripoli… e l’elenco potrebbe continuare all’infinito. Passano come sempre in terzo piano le notizie conseguenti: Riforma della giustizia, rivolta della popolazione italiana verso gli immigrati, parole di Gino Strada…questo elenco invece è molto breve. Perchè breve è l’apertura della nostra mente di fronte ai problemi che abbiamo intorno.

Scoppia la guerra in Libia. Come se fosse l’unica guerra presente al mondo; come se fosse una guerra giusta. Moriranno dei civili, delle persone che non hanno alcuna colpa nella loro vita; milioni di persone dovranno fuggire dalla loro casa, dalla loro vita; dovranno scappare verso l’Europa, verso questo continente in declino che ha sempre meno opportunità da offrire. La guerra come strumento di offesa necessario. Mi sembra di essere tornato ai banchi dell’università, quando si facevano le lezioni su von Clausewitz, sulla guerra come strumento di risoluzione delle controversie e su stronzate simili; peccato che non si accennava mai al valore e alla dignità della vita umana; ma perchè non ci vanno gli scienziati politici a lanciare le bombe a Gheddafi? Perchè il grande Sarkò, il mitico Obama, i nostri fantastici politici, e tutti i membri dell’ONU, non vanno a imbracciare un fucile? Ah giusto, non possiamo concepire un mondo senza chi comanda, senza i potenti, senza coloro che mandano i soldati al macello. Sarebbe l’anarchia! Sarebbe la fine di quel patto sociale del cazzo che ognuno di noi avrebbe firmato per assicurarsi sicurezza e bla bla bla… Io non ho firmato nulla. Io non voglio vivere in una società simile; non voglio e non mi sento parte di questo triste mondo occidentale che si permette di scegliere quando e come intervenire in un altro stato.

Vai all’università e studi la storia dei popoli, la storia del mondo, i partiti, le grandi personalità della storia, il pensiero politico che ci circonda e quello che ci ha resi quello che siamo; si studiano grandi pensatori, filosofi, che hanno scritto libri e libri sulla pace, sulla guerra, sulla politica, sul diritto, sull’economia.

Come se il mondo fosse popolato da queste persone. Chi da il diritto a tali persone di decidere il destino di miliardi di individui? Perchè quello che fanno è proprio questo. Gli insorti in Libia erano continuamente connessi a internet sulle pagine della BBC, della CNN, ad aspettare di poter leggere ” L’Occidente muove guerra a Gheddafi”. La maggior parte di loro ha esultato, certi di una sicura vittoria. Spiegatemi dove inizia e dove finisce la libertà di azione di un individuo. Spiegatemi dove si trova lo Stato, dove si trova il diritto di autodeterminazione dei popoli; spiegatemi dove si trovano i diritti umani e poi fatevi un giro a Lampedusa; spiegatemi con quale presunzione ci sediamo in un tavolo e mettiamo le x rosse su alcuni paesi e su altri no. E io dovrei sentirmi complice nella mia esistenza, di una simile metodologia? Perchè è proprio di questo che si parla; ogni giorno nelle nostre vite, stiamo li a leggere ed ascoltare simili notizie. E poi miliardi di persone sono costrette a pagare gli errori dei comandanti. Che Guevara è morto per la Rivoluzione. Porco il demonio ladro, è stato coerente è legato ai suoi ideali. Non si è soltanto seduto a scrivere libri su come bisognava fare la Rivoluzione,fumandosi i suoi sigari e facendosi fotografare. No. Ha fatto una precisa scelta di vita. Non riesco a capire come possano le persone starsene in silenzio ad accettare passivamente quello che le circonda. Miliaia di giapponesi sono senza casa, senza città e senza famiglia. Quanti di loro riavranno indietro qualcosa? Nessuno. Quanti politici giapponesi hanno perso la vita? Forse qualche sindaco di basso livello. Ma qualcuno di alto rango? No.

La realtà è che il destino delle nostre vite, delle azioni di ognuno di noi, è regolato da persone che non hanno il minimo amore verso l’umanità. L’ONU è un’ assemblea inutile, dove vengono prese decisioni da un Consiglio di Sicurezza formato da 5 stati permanenti e da 10 non permanenti. Spettacolo. Che senso ha? Il problema è che quando sentiamo una notizia del tipo ” L’ONU ha deciso….” non abbiamo la minima idea che molto probabilmente sono stati 5 stati a decidere. E questo è soltanto un esempio di come l’informazione che ci viene presentata di ogni decisione presa da alte sfere, sia in realtà errata. Perchè non è completa. Dovrebbero scrivere “I membri permanenti dell’ONU,e cioè i soliti 5 stati, Russia, Cina, Stati Uniti, Francia e Inghilterra, hanno deciso nonostante il voto dell’assemblea generale sia stato….” eccetera eccetera. Questo vale per ogni cosa. In Italia i decreti legge, fatti dal governo, e le leggi del parlamento hanno entrambe lo stesso valore giuridico. Tremonti decide di dare meno soldi alla scuola pubblica, e più alla privata? Benissimo, diventa legge. E viene presentata come tale. L’informazione tanto è sempre la stessa. ” Il governo decide che…”; è inutile, è una battaglia persa in partenza.

L’uomo comune deve accettare le decisione prese da questi membri illuminati e competenti; non si può ipotizzare un sistema sociale diverso.

Questo mi verrebbe detto. E naturalmente hanno anche ragione. Infatti l’opposizione a tale discorso viene da coloro che sono stati chiamati in causa. Le mie parole sono quelle di sei miliardi e mezzo di persone, che tutte nella stessa situazione si trovano, sia ben chiaro. Io vivo meglio di un africano, di un asiatico e di un abitante dell’america latina, senza dubbio; ma non posso in ogni caso scegliere il mio destino. Perchè non posso fare determinati tipi di lavoro, non posso partecipare a determinati concorsi pubblici, non posso scegliere di vivere per raggiungere quello scopo che ho sempre sognato. Non posso farlo, questa è la realtà della mia vita. E come non posso farlo io, non possono farlo l’africano, l’asiatico e il sudamericano di cui parlavo. Posso invece illudermi; questo si, posso farlo. Ed è ciò che la maggior parte degli individui della Terra è costretta a fare. Altrimenti la civiltà umana potrebbe finire qua. E sarebbe forse anche meglio; ma il nostro spirito di conservazione ci spinge avanti, e ci illudiamo di essere felici, di poter condurre un’esistenza serena e tranquilla. Ora avrei scritto “Dio Santo” se avesse qualche significato per me; ma ricordo bene la sensazione che si prova nel pronunciare quelle due parole quando si ha fede, quindi posso scriverlo.

Dio Santo.

Una vita serena e tranquilla? Come? Dove? Quando? Mi verrebbe da impararmi cento lingue diverse, solo per urlare al mondo intero che vivere un’illusione di felicità è la tortura maggiore che un individuo può fare a sè stesso. E’ mortificante, raccapricciante, pesante e insensato. Io mi rifiuto di ingannare la mia anima, il mio cervello e il mio corpo; io continuo a essere incazzato nero di fronte alle scelte che il mondo occidentale prende in nome mio; sono incazzato come una iena, e il mio fegato ne sa qualcosa. E mi rifiuto di mostrarmi felice o di accontentarmi nella mia vita. Mi rifiuto di scendere a compromessi. Poichè questo è il vero problema della nostra società: gli individui preferiscono sedersi e giocare a carte piuttosto che porsi queste domande. Piuttosto che essere incazzati neri, gli uomini preferiscono la pace interiore. Il problema è che essa è finta; non sono felici e si ingannano; preferiscono ingannarsi! Rendiamoci conto a che livello umano siamo arrivati. Preferiamo sederci e contemplare i caccia che vengono distrutti per poi dire ” è giusto che andiamo in guerra contro Gheddafi! “. Non ci si chiede il perchè e il per come; non ci si pone alcuna domanda, nemmeno ci si ricorda quel diavolo articolo della nostra Costituzione in cui qualche povero sfigato scrisse che ripudiavamo la guerra. Ma che diavolo di bisogno c’era di scriverlo, se tanto poi siamo stati presenti in non si sa quanti conflitti! Mascherandoci dietro al fatto che non eravamo gli unici stati a entrare in guerra, ma parte di una coalizione. Come se un morto ucciso da un soldato della coalizione possa essere diverso da quello ucciso da un soldato di un singolo stato.

E continuiamo a considerare la guerra come necessaria, continuiamo a non versare lacrime di fronte a scene lontane geograficamente da noi. E continuiamo a dire ” Sti cazzo di immigrati ora vengono tutti da noi!”.  Io comprerei un centinaio di milione di bombe e le getterei una di fronte ad ogni casa di ogni cittadino di ogni stato europeo. Voglio vedere quanti scappano via. E voglio vedere quanti di loro saranno felici di andare via dal loro paese e dalla loro famiglia; gli farei elemosinare un lavoro e un pezzo di pane in un continente lontano dal loro; gli farei soffrire il caldo e il freddo, la solitudine e la fame, e la mancanza di gioia, e la mancanza di possibilità. Parliamo di immigrazione avendo quattro mura intorno a noi, un tetto sopra la testa, soldi in tasca e pane a volontà; c’è chi sogna quello che noi abbiamo senza poterlo mai avere un solo giorno della loro esistenza. E noi ci permettiamo di insultare chi sale su una barca per fuggire da un paese che noi stiamo bombardando. Siamo uno spettacolo. Gli occidentali sono uno show continuo.

Come diceva qualcuno, la storia è scritta da vincitori. Ha dimenticato di aggiungere che il destino del mondo non è stato scelto da Dio, ma da un elenco di persone di cui abbiamo nome e cognome. Sono i nostri governatori; sono coloro che abbiamo messo al potere per far si che potessimo conservare la nostra illusione di felicità. Dentro di noi sappiamo perfettamente chi sono; ma in fondo, a noi occidentali va bene cosi.

Sguardi

Pubblicato: marzo 15, 2011 in Mystic, Thoughts

Il mio livello di sopportazione è sceso drasticamente negli ultimi tempi, forse l’avrò già scritto, ma devo ribadirlo. Voglio ribadirlo perchè continuo a sentirmi a disagio in una maniera scandalosa. Io non riesco a crederci! Cioè, io ricordo quando avevamo diciotto, sedici, quattordici anni, che facevamo tutti quei discorsi da adolescente sulla vita, sui genitori, sul fatto che noi non saremmo mai stati falsi, ipocriti, borghesi: erano bellissimi! Erano ingenui, puri, nati da uno spirito intoccabile!

Non rimpiango naturalmente quei discorsi: adesso, a venticinque anni, non mi sento ancora cosi vecchio da doverli rimpiangere, sia ben chiaro! E non sono nemmeno il tipo che si tuffa nell’oceano dei propri ricordi, sospirando tristemente. Non è questo il mio caso. Purtroppo mi intristisco di fronte a coloro che l’ hanno dimenticato! I discorsi adolescenziali sono solo un esempio: il problema qui è che mi sento circondato da persone il cui stile di vita non rispecchia più quello che mi sembra essere importante nella vita di una persona.

Mi spiego meglio: vivere di convenzioni, di schemi sociali, di false emozioni e di finti interessamenti. Io non rientro in questa categoria di persone. Chiuso il discorso; cioè, in nessun momento della mia vita mi lancio in un discorso solo per stupire o colpire il mio interlocutore; non gli chiedo qualcosa se non mi interessa; non voglio stare con lui se non mi fa piacere la sua compagnia. Eccetera. In pratica, ho deciso di vivere per quello che effettivamente vale la pena vivere: i miei ideali. E i miei ideali non vengono e non devono essere messi in discussione da nessuno. Io non lo permetto.

Capite bene che questo problema è insormontabile nel momento in cui si vive socialmente con persone che non riescono a cogliere questo aspetto: quando un tuo amico ti chiede qualcosa di te, o ti giudica, o ti pone in una condizione di imbarazzo, che amico sarebbe?

Mi ritrovo a discutere o parlare con persone che mi guardano dall’alto in basso a causa della loro condizione sociale. Forse non è nemmeno vero, forse loro non si pongono in questo modo verso di me. Ma sono cambiati i loro occhi; un tempo erano ridenti, felici; adesso sembrano finti e costruiti. Adesso seguono ideali diversi dai miei. Ma qual’è il problema? Che io non me ne ero mai accorto, o che effettivamente sto costruendo castelli di carta? Sarà forse che sto cercando continuamente mettermi in una condizione sociale negativa? Sarà forse che non faccio altro che parlare negativamente di tutti quelli che mi circondano, per poi dipingere me stesso come un’anima pura e intoccabile?

No, sto cercando di evitare in tutti i modi questa deriva pericolosa. Non ho la minima intenzione di giudicare chi mi circonda, e io stesso mi sento pieno di mille difetti. Anzi, ne soffro continuamente delle mie impotenze, e della mia difficoltà nell’affrontare la vita. Ma, ripeto, combatto ogni giorno per affermare i miei ideali. Su questo non mollo di un solo centimetro, e non ho intenzione di arretrare di fronte a nulla. Neanche di fronte a persone che conosco da una vita; anzi, soprattutto di fronte a loro.

Io non riesco ad accettare la mancanza di tatto e la mancanza di interesse che hanno i miei amici. Veramente, non riesco a comprendere chi mi circonda, e continuo a pensare che il problema sia io. Io non mi sono ritrovato quasi mai a disagio nella mia vita nello stare in mezzo agli altri, adesso invece ho di questi problemi. Ho timore a parlare di me stesso e dei miei interessi perchè mi da fastidio non essere preso seriamente. E’ vero che io mi pongo in maniera non seria spesso, ma lo faccio per non sembrare un professore, un vecchio rincoglionito, o un adulto scassapalle. Solo che, nel momento in cui metto al corrente una persona di un qualcosa che mi piace, mi dispiace pensare che non gli interessa minimamente quello di cui parlo. La cosa più brutta che mi capita è iniziare un discorso e non avere la possibilità di finirlo perché chi ascolta cambia discorso: è spettacolare! Forse ciò avviene a causa della mia poca capacità di sintesi, che, ammetto, può essere un deterrente all’ascolto. Ma io non ho mai interrotto una persona che mi stava parlando di se stessa, nella mia vita. Anzi, quando vedo che qualcuno è interessato profondamente a qualcosa, non vedo l’ora di porgli mille domande! Sono curiosissimo e molto interessato a ciò che pensano gli altri! E voglio imparare da chi mi circonda, dalle loro esperienze di vita!

Bene, ho capito che non tutti vedono il mondo come lo vedo io. Questo purtroppo, mi è ben chiaro. Possibile però che mi senta circondato da persone che, nel momento in cui inizio a parlare di come mi piace fare una foto (come tante altre cose), dopo un pò il loro sguardo comunica sempre le solite cose? E’ demotivante! Nel momento in cui sto parlando e vedo queste cose, mi passa all’istante la voglia di essere li. Che poi, ho notato, maggiore è il numero di persone presenti, maggiore è il disinteresse verso il singolo, maggiore è invece l’interesse verso il gruppo: in pratica aumenta la voglia di essere benvoluti da tutti i presenti, o di essere notati da tutti i presenti, piuttosto che interessarsi ad uno solo. E’ una strana impressione che ho, una stupida legge sociale che teorizzo da un pò di tempo. E mi lascia un’amarezza dentro infinita. Odio queste cose, odio l’indifferenza, la mancanza di curiosità delle persone che mi circondano; odio la loro voglia di divertimenti futili e di…. ma non continuo, e la seconda volta che parlo di queste cose, e non voglio ripetermi di nuovo. Ho già scritto delle mie difficoltà di fronte agli altri, e adesso volevo spiegarle ancora meglio; sono convinto che molte persone si trovino in questa situazione; solo che non vorrei fare la solita scelta di rinchiudermi dentro casa mettendo un muro di fronte a chi penso si comporti in questo modo. Perché, in tal caso, non dovrei più frequentare anima viva.

Quindi la soluzione quale sarebbe? Quello dei rapporti umani è il quesito che mi angoscia nel profondo.

Qualcuno si salva da questo discorso? Pochissimi, una quantità microscopica di persone rispetto a quelle che mi circondano; e per me, la cosa, è inconcepibile. Non ha alcun senso rapportarsi ad un altro pretendendo che questa persona sia o faccia quello che noi vogliamo. Io sono fiero di essere me stesso e di portare avanti la battaglia della mia vita: non ho la minima intenzione di arrendermi, almeno non ancora. E dovrei circondarmi di persone che stanno sedute ad osservarmi dall’alto del loro minimo interesse e dei loro molteplici giudizi?

Non esiste. Ma non solo non esiste, io molto probabilmente sarò costretto a raffreddare i rapporti o ad non essere più me stesso. Siccome la seconda scelta mi farebbe del male, devo tuffarmi versa la prima. E nel frattempo come devo comportarmi con queste persone? Da falso e ipocrita? O dovrei spiattellar loro tutto questo bel discorso? Si, in effetti questa sarebbe la soluzione migliore: sedermi li ad un tavolo e mostrare a tutti le mie idee sull’argomento rapporti umani. Per poi concludere le mie amicizie nel giro di un secondo, immagino! E comunque non capirebbero, ne modificherebbero il loro comportamento verso di me. Perchè il menefreghismo umano resta lo spirito più forte che aleggia negli individui; l’uomo è egoista e portato alla conservazione di se stesso: gli altri sono concepiti solo ed esclusivamente per far star meglio noi stessi.

R.

10 Domande

Pubblicato: marzo 11, 2011 in Policy

Dieci domande. Rivolte alla politica. Per implementare il dibattito sulla scuola pubblica. Per far compiere un salto di qualità alla discussione sul valore da attribuire alla conoscenza e alla formazione. Senza steccati di parte: interrogativi posti alla destra e alla sinistra. A tutta la classe politica italiana. L’iniziativa è dell’Unione degli Studenti in vista della manifestazione del 12 marzo. Edilizia scolastica, diritto allo studio, il rapporto tra formazione e lavoro. E poi i tagli e l’autonomia, l’insegnamento della religione cattolica e gli standard europei. Dieci domande. Affinché la politica faccia fronte alle proprie responsabilità.

Ecco le dieci domade:

I nostri istituti cadono a pezzi, il 50% delle scuole non è a norma, solo con un piano di investimenti per 14 miliardi di euro si potrà risolvere il problema dell’edilizia scolastica. Ti impegni a votare in Parlamento l’adeguato finanziamento della legge 23/96 per la messa in sicurezza degli edifici scolastici?

Il diritto allo studio nel nostro paese è inesistente. Da anni chiediamo una legge quadro che stabilisca i livelli essenziali delle prestazioni e adeguamenti finanziamenti alla Regioni per garantire a tutti gli studenti, come sancito dalla Costituzione, borse di studio, trasporti e servizi. Ti impegni a promuovere in Parlamento questa legge?

Molti studenti sono inseriti in percorsi di alternanza scuola-lavoro e stage senza alcun diritto, tutela o garanzia di qualità di questo canale formativo. Ti impegni a votare in Parlamento uno statuto dei diritti degli studenti in stage, per garantire che si tratti di un vero percorso di formazione e non di semplice manodopera gratuita per le imprese?

Nel 2000 il centrodestra e il centrosinistra hanno votato insieme la legge di parità che permette alle scuole private di accedere a finanziamenti sottratti alla scuola pubblica. Ti impegni ad abrogare questa legge, riconoscendone la deriva che ha avuto soprattutto negli ultimi anni?

L’autonomia scolastica, invece di produrre protagonismo, partecipazione e qualità della didattica, ha prodotto dirigismo e autoritarismo. Sei dispoto a votare in Parlamento una Carta dell’autonomia per garantire reale partecipazione alla vita scolastica da parte degli studenti e delle studentesse?

Nel 2008 sono stati tagliati 8 miliardi di euro alla scuola pubblica, circa il 6% del suo bilancio. Gli effetti di questi tagli sono devastanti: scuole chiuse il pomeriggio, mancanza di strumenti didattici, carenza anche degli accessori più banali come gessetti e carta igienica: saresti disposto a tagliare le spese militari per finanziare una didattica di qualità?

Sono circa 700 mila gli studenti migranti nelle scuole pubbliche italiane. Saresti disposto a votare un piano straordinario per garantire l’integrazione di questi studenti con programmi di scolarizzazione ad hoc?

L’Italia è il fanalino di coda in Europa per il tasso di dispersione scolastica: ha una media del 20% con picchi del 30% in regioni come Veneto e Calabria. Cosa faresti per limitare questo fenomeno?

A scuola l’unica religione che si insegna è la religione cattolica. Saresti disposto a votare un provvedimento, nel rispetto della laicità dello stato, finalizzato a una scuola che insegni storia delle religioni?

In questi mesi abbiamo riempito le piazze e le strade con manifestazione e cortei, siamo saliti sui monumenti, abbiamo occupato scuole e università, rivendicato un futuro di dignità, libero dalla schiavitù della precarietà e dall’obbligo dell’emigrazione. Che soluzioni proponi come alternativa alla fuga?

 

Queste sono le dieci domande a cui tutti i politici italiani dovrebbero darci una risposta. Naturalmente non lo faranno.

 

R.

Futurend

Pubblicato: marzo 7, 2011 in Mystic, Thoughts

Leggere i dati sull’università italiana provoca un intenso imbarazzo. Anzi, diciamo che più che imbarazzo, ti lasciano una tristezza infinita. Le tabelle di Almalaurea sono devastanti: non le incollo in questo post, perchè mi sale una rabbia infinita nel leggerle; vi incollo solo i link 1 2 3 4. Cito solo il fatto che continuo a non capire come nel duemila e undici in Italia sia possibile che le donne prendono in media il 15-20% in meno di un uomo a parità di lavoro. Questa è follia allo stato puro. E vi prego di NON leggere l’articolo del corriere di Mario Sensini ( Link articolo ) in cui si mettono a confronto gli stipendi italiani con quelli europei: in Italia i lavoratori guadagnano in media il 32% in meno (sullo stipendio lordo) rispetto ai lavoratori europei. E’ fantastico!

A prescindere dai dati e dalle cifre, che di per sè indicano molto, ma comunque non bastano, è la visione che hanno gli italiani sulla nostra università: c’è un calo di iscritti, i neo-laureati guadagnano poco, spesso non lavorano in quello per cui si sono laureati, percepiscono come un non-laureato, e per di più sono socialmente considerati come persone che non hanno voglia di lavorare ergo si buttano nello studio. Diciamo che è un quadro triste per il destino di un paese che appartiene al G8; e io rimpiango l’epoca in cui andavo alle scuole superiori, anni in cui avevo tutta un’altra idea del mio futuro, della mia vita, e dell’università: ero contento di potermi lanciare in un’esperienza nuova, ero totalmente convinto che avrei fatto qualcosa di nuovo, qualcosa di entusiasmante! Ero felice che un giorno avrei potuto lavorare in un ambito interessante per me, ed i primi anni ero totalmente preso da queste idee positive. E’ brutto sentire le persone che si iscrivono in questo periodo all’università: tutti parlano di lavoro, di soldi e di “sbrigarsi a finire”; io parlavo di cose molto differenti: nelle aule universitarie si discuteva del nostro futuro, del futuro dell’Italia, e  si parlava di politica, di come sarebbero potute cambiare veramente le cose. Ed etichettavamo gli studenti che non interagivano con noi come “menefreghisti borghesi figli di papà del cavolo” mentre noi invece stavamo li a parlare di viaggi all’estero, di cambiamenti e di rivoluzioni. Non passava giorno in cui non tornavo a casa contento della mia scelta, felice di quello che stavo vivendo, e stressato continuamente dallo studio. Avevo lo zaino sempre pieno di fotocopie, avrò fotocopiato un’intera biblioteca in quelle diavolo di copisterie! Per non parlare dei libri presi in prestito: ero iscritto ad una decina di biblioteche universitarie diverse, andavo a studiare una volta da una parte, una volta dall’altra. Vedere tutti quei ragazzi sopra i libri, che parlavano di esami, di serate da fare, di uscite, di ragazze da conquistare, di ragazzi da vedere, sentivi “ti presento un mio amico” mille volte intorno a te, sentivi la freschezza delle idee, la gioia della vita. Sapevi di coloro che dovevano lavorare per mantenersi gli studi, di coloro che dovevano fare due lavori per mantenersi gli studi, di quelli che cambiavano facoltà, di quelli che si laureavano con una rapidità imbarazzante; di quelli che partivano per l’Erasmus, e di quelli che venivano in Erasmus. Parlavi con mille persone diverse, conoscevi mille volti nuovi, e molti di loro li dimenticavi la mattina dopo.

Mi manca l’università, e mi mancano le persone che hanno reso quell’esperienza cosi stupenda. Non posso nominare tutti coloro che hanno condiviso tale percorso con me, per motivi futili; ma ognuno di loro ha una parte del mio cuore per l’eternità.

Io non riesco a concepire un paese che non investe nei sogni nei giovani. Non posso immaginare un paese in cui un ragazzo di diciotto anni non ha la possibilità materiale di poter vivere ciò che ho vissuto io: smettiamola di pensare al lavoro, ai soldi che guadagneremo, a come vivremo in futuro. Pensiamo a quello che ci stanno togliendo; pensiamo a quello che i miei piccoli nipotini non potranno mai vivere, pensiamo a quello che ci stanno rubando: ci stanno rubando la voglia di sognare. E’ tutto qua il problema: io voglio vivere in un paese che non si tira indietro di fronte ad un giovane ricercatore; voglio vivere in un paese dove, se una persona sceglie di seguire un percorso di studi nella sua vita, viene appoggiato dalla società che lo circonda; e se vuole divertirsi, oltre a studiare, ha il diritto,il dovere di farlo! Voglio vivere in un paese in cui non bisogna vergognarsi delle proprie scelte, in cui ad un ragazzo che ha studiato per anni, e per quegli stessi anni ha lavorato come cameriere per mantenersi gli studi, gli venga dato atto che è una forza per tutto lo stato; voglio vedere gli studenti orgogliosi di studiare in luoghi splendidi chiamati ” Culle della cultura”; non ce la faccio a sentire ragazzi, adulti, politici senza anima, giudicare o affossare la nostra università. Un luogo che forma le coscienze, che risveglia l’anima degli individui, che scalfisce il tuo cuore fino alla fine dei tuoi giorni. Bisognerebbe valorizzare questi luoghi, dargli sempre più vita, dargli sempre più forza e consacrarli a tempio del futuro! Invece assistiamo continuamente alla denigrazione dell’università italiana e dei suoi studenti. Mi fa male, mi fa male sentire un ragazzo che ha timore a dirti ” Io faccio l’università…però vado anche a fare qualche lavoro, eh!”; non ci siamo! Non è questo quello che dovremmo urlare! Siamo il futuro, il futuro di questo paese malato! Io vorrei sentire le persone orgogliose per quello che hanno creato nella loro vita universitaria, orgogliose per la loro crescita morale e intellettiva.

E invece ci distruggono. Lo stato ci toglie tutto, e cerca anche di farlo il più velocemente possibile. I migliori emigrano; gli altri sognano di emigrare; dove andremo a finire? Quale sarà il nostro futuro se ce ne andremo via tutti? Quale quello del nostro paese? Dobbiamo lavarcene le mani e lasciare che tutto vada a farsi fottere? O dobbiamo resistere, con il rischio quasi certo di restare senza nulla in mano e, soprattutto, nel cuore? Continuare ogni giorno ad accumulare rabbia? O partire via, fuggire e sorridere finalmente verso altri paesi che non ci umiliano?

La risposta, amici miei, soffia nel vento, come diceva Bob; che poi, questo vento, che direzione ha preso?

R.

Ricerca

Pubblicato: marzo 1, 2011 in Mystic, Thoughts

Diciamo che parlare di me stesso mi mette sempre una condizione poco piacevole. Questa è stata da sempre una mia caratteristica: sono abbastanza restio a parlare e discutere della mia vita, delle mie scelte, e di me stesso; evito che il discorso vada a impattare su questi argomenti. Perché? I motivi sono diversi e, mi sono reso conto, ci penso raramente. Ma stavolta voglio fare un eccezione, voglio tentare di venire a capo o almeno, di seguire un filo logico.

Non mi sento a mio agio con me stesso. Il primo motivo che mi viene in mente è questo; non c’è molto da spiegare, e mi sembra alquanto scontato che una persona che ha problemi con se stesso, non ama discuterne con chiunque gli stia di fronte. Comunque, sono abbastanza irritato da mie incapacità personali e da alcuni fallimenti che mi hanno toccato particolarmente; ho preso e mi sono chiuso in me stesso; peccato che chiudermi in me stesso non è servito ad altro che ad aumentare l’irritazione che provo verso di me. La vita è fatta di molteplici cadute e di molteplici sfide da vincere; mi sento sconfitto; ma sto provando a reagire: già scrivendo queste parole, mi rendo conto che sarebbe ora che mi decida a rialzarmi e prendere per mano me stesso. Non è facile, e rileggendo queste poche righe mi viene cosi tanto da ridere di fronte a questa psicanalisi spicciola che quasi quasi chiudo la pagina. Poi mi ricordo che si parla della mia vita, e il sorriso svanisce molto velocemente. Cosi come a poco a poco si sta chiudendo dentro se stessa la mia voglia di ridere. E mi fa male sentirmi incapace di ridere senza motivo.

Non mi sento a mio agio nella società in cui vivo. Sto diventando un mezzo rincoglionito iroso con la vita. Ma tu dimmi se una persona come me deve farsi influenzare in questo modo da quello che ci circonda. Eppure, porco il clero, non riesco a farmene una ragione: non ci riesco a sentire una serie di discorsi stronzi, stupidi e superficiali; non ci riesco a sentire l’esternazione e l’esaltazione di qualsiasi sentimento umano; odio i discorsi privi di senso e le persone che non sanno di cosa parlare. Odio chi esce solo per bere, fumare, contatto umano, bisogni fisici o quant’altro; io sono interessato a un sacco di cose: mi piace la fotografia, mi interessa la politica, mi interessa lo sport, e non continuo perchè non ho voglia di fare gli elenchi; come tante persone, sono guidato dalla curiosità! Come puoi vivere senza essere curioso di tutto quello che ti circonda? Io non concepisco la piattezza della vita. E non ho la minima intenzione di entrare nella routine lavora-produci-consuma-crepa. Non ho la minima intenzione di perdere tempo in qualcosa che non tocca le corde della mia anima; e questo vale anche per i rapporti umani. Ma come si può parlare con chi ti non ti risponde se gli chiedi qualcosa? O se non ti chiede nulla della tua vita? Io devo ancora capire il motivo per cui le persone parlano ore e ore fregandosene altamente di quello di cui stanno parlando. Provate a fare un esperimento fichissimo: sedetevi ad un bar facendo finta di leggere, e ascoltate le conversazioni delle persone; e non pensate che se andate al bar dell’università sono tanto diverse eh! Cioè, io non pretendo che tutti si massacrino le palle discutendo sempre di cose serie, o pesanti, eccetera eccetera; ma possibile che non lo fanno mai, o quasi? Possibile che quando qualcuno cerca di fare un discorso serio subito parte il: ” che palle, ecco il discorso pesante!”. Mettiamola cosi, preferisco stare chiuso in me stesso, piuttosto che condividere solo qualcosa di superficiale con chi mi circonda. Piccolo particolare: con me stesso non ci sto nemmeno particolarmente bene! Ecco la falla!

Cerco di mettere in pratica i miei ideali, e mi infrango contro un muro. Bene, questo è un altro importante motivo per cui la mia autostima è pericolosamente precipitata verso lo zero. Partiamo da un esempio. Allora un uomo, un ragazzo di dieci anni ha un sogno: quello di diventare il più grande calciatore d’Italia; e qua possiamo aggiungere, se ci mettiamo tutti gli sport, un miliardo di persone nel mondo; si infrange il suo sogno nel momento in cui ha la consapevolezza che non riuscirà mai a farlo; benissimo, non si perde d’animo e va avanti; ha altri interessi questo ragazzo, e studia tanto; sogna in grande, sogna fino al punto che pensa di poter riuscire a cambiare radicalmente la sua vita: si vede lontano dalla sua realtà limitata, si vede lontano, in un paese in cui potrà vivere facendo proprio quello che ha sempre sognato: il pittore. Ora prendiamolo nei suoi anni di liceo artistico, nelle prime sbornie, nei primi amori, nei primi casini adolescenziali: l’epoca più pura e colorata della sua vita, trascorre molto simile a quella dei suoi coetanei. Solo che lui è un minimo tormentato dai suoi sogni: non troppo, ma quel tanto che gli basta per renderlo inquieto e sensibile. Ha gli occhi grandi e la testa intasata. E decide di aggrapparsi ai suoi sogni, nonostante coloro che lo circondano siano diversi da lui: ogni tanto si chiede perchè ai suoi amici, non brillano gli occhi nel momento in cui parlano del loro futuro; lui è spaventato quando ne parla: come se stesse trasportando una lastra di cristallo in mezzo al traffico di una grande città; ha paura che i suoi sogni vadano in frantumi. E continuamente ribadisce a se stesso che ciò non avverrà, che non sarà il suo caso, e che lui farà di tutto nella vita per realizzare i suoi sogni. E ci crede, fino nel profondo della sua anima; storce il naso quando sente i suoi genitori che gli rimproverano il suo percorso di vita, e, ostinatamente, continua imperterrito a non ascoltare i suoi amici: non capisce perchè i loro sogni non sembrino poi cosi belli come il suo; il suo sogno è cosi bello, cosi speciale per lui, e non lo cambierebbe per nulla al mondo. Va avanti per la sua strada, continua i suoi studi, lavora ogni giorno per raggiungere il suo obiettivo; non ci dorme la notte, e ogni ritaglio del suo tempo libero, riesce a dedicarlo alla realizzazione del suo sogno: dipinge, legge e si informa su come poter diventare un pittore! Si iscrive all’Accademia, lavora per mantenersi gli studi, viene costretto a stare ore e ore sui libri per imparare concetti di cui non capisce e non approva nulla; ma lo fa sempre con il sorriso sulle labbra. Poi arriva un bel giorno, un giorno in cui gli dicono che deve smetterla; ma si, gli dicono, adesso basta! Non puoi mica continuare tutta la tua vita a startele li, con quegli occhi da idealista e da sognatore, a pensare sul serio di diventare un pittore? E’ tempo che inizi a pensare seriamente alla vita. Pensare seriamente alla vita. Io non ho mai capito cosa dovrebbe significare quest’espressione. E non l’ha capita nemmeno quel povero ragazzo. I suoi sogni si sono infranti e la storia resta li, sospesa nel vuoto. Cambiate qualche caratteristica del racconto e vi metterete nei miei panni. Io non so come continuare quella storia, o almeno, lo sapevo fino a qualche tempo fa. Adesso sono tremendamente stufo e deluso; io penso continuamente alla mia vita, e spesso a quella delle persone che mi circondano. Ma non riesco a comunicare questo mio sentimento agli altri, forse è questo il problema. Forse non riesco a far capire a chi mi circonda l’importanza dei miei ideali, della mia curiosità del mondo. O forse in realtà non sono poi tanto interessati a quest’argomento; molto probabile che quest’ultima affermazione sia quella più vicina alla realtà.

Questo è quello che mi blocca e mi distrugge nel mio intimo; il percorso della mia vita, il raggiungimento dei miei sogni è cambiato in maniera definitiva? Non lo so, e credo in ogni caso di no. Ma è dura per quanto mi riguarda; è dura doversi trovare quotidianamente di fronte ad una realtà sociale che non si accetta poi fino in fondo. Non so per quanto altro tempo durerò, e cerco ogni giorno di lottare e di cambiare questa situazione. La lotta continua.

Al prossimo Post, più interessante sicuramente.

R.