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Photo of Alfred Eisenstaedt's Children at Puppet Theatre

Once the amateur’s naive approach and humble willingness to learn fades away, the creative spirit of good photography dies with it. Every professional should remain always in his heart an amateur.

– Alfred Eisenstaedt

 

Quella frase in italiano recita più o meno cosi: ” Non tradurre mai la tua passione, il tuo amore per la fotografia, la tua creatività, in mera attività lavorativa. Resta un amatore

Mi sono permesso di interpretarla. Sono sicuro che il buon vecchio Alfred non se la prenderà.

Ci sono tanti fotografi che sono conosciuti grazie ad uno scatto. Lo scatto perfetto, quello che fa il giro del mondo, quello che consegna l’artista stesso all’Olimpo della fotografia. Alfred Eisenstaedt è uno di questi.

Chi non riconoscerà questa foto? 

E’ il celebre bacio di Times Square. Ho sempre osservato i due passanti nello sfondo della foto: quei due ragazzotti che stanno sorridendo. Non riesco a capire il motivo, ma guardandoli non riesco a non sorridere di rimando. E’ qualcosa di inspiegabile.

Ecco, in quell’istante ho capito che questa fotografia è geniale, senza tempo. Sopravvalutata? Ovvio. Esagerata? Ovvio anche questo. Ma ditemi che in quella foto non ci vedete nulla, poi ne riparliamo.

Alfred Eisentaedt.

Nasce nel 1898, da una famiglia ebrea di mercanti, in Polonia. All’età di otto anni va a vivere a Berlino fino al 1935, anno in cui le pressioni del Terzo Reich li costrinsero ad emigrare negli Stati Uniti.

A 14 anni riceve la sua prima macchina fotografica, e nasce qui il suo amore per camere oscure e negativi. Scampa fortunosamente alla prima guerra mondiale, da cui esce ferito ad entrambe le gambe (1917).

Si mette a lavorare nel commercio nel 1922, mettendo da parte denaro per la sua prima macchina fotografica.

Quella che vedete qui di fianco è la sua prima foto.

Decide di lasciare il suo lavoro e di dedicarsi totalmente alla sua passione: apice del suo periodo europeo è durante il 1933, anno in cui immortala i due dittatori, Hitler e Mussolini, durante un incontro.

Costretto a fuggire negli State, diviene uno dei quattro membri del “Progetto x”, organizzato dal “Time”: daranno quindi vita alla rivista LIFE.

Mi entusiasmano questi passaggi di vita. Dietro questi anni si nascondono cosi tante vicende personali che mi spaventa e mi disturba ogni volta leggere le biografie altrui. Mi affascina e mi da fastidio al tempo stesso. Ti sembra quasi di invadere un campo che non è tuo, sfiorandolo solo superficialmente; come si può essere superficiali riguardo la vita degli individui?

In ogni caso, Albert Eisenstaedt.

Uno dei suoi primi lavori alla rivista LIFE fu quello di andare in giro per gli Stati Uniti immortalando gli effetti della Grande Depressione sul popolo americano.

Ma non si ferma solo a questo.

Nel 1942 diviene cittadino americano e ottiene il lasciapassare per poter oltrepassare i confini.

Si trova ad Hiroshima nel 1945 dove chiede a questa donna di posare per lui. Bellissime le parole di Alfred, quando descrisse questo scatto:

“A mother and child were looking at some green vegetables they had raised from seeds and planted in the ruins. When I asked the woman if I could take her picture, she bowed deeply and posed for me. Her expression was one of bewilderment, anguish and resignation … all I could do, after I had taken her picture, was to bow very deeply before her”

Questo scatto è disarmante.

Photograph by Alfred Eisenstaedt / LIFENel 1950 si trova in Inghilterra, dove fotografa Wiston Churchill. Poi viaggia verso l’Italia, dove la volta della povertà del nostro paese si ritrova ad essere un suo soggetto.

100 copertine di LIFE si devono grazie a lui. Più di diecimila scatti pubblicati (immaginate quanti possano essere quelli totali) nella sua carriera; ci lascia un repertorio infinito, pieno di luce: perchè ciò che colpisce, ciò che resta dopo aver visto le sue foto è tanta luce. La luce che illumina la nostra vita.

Grazie Eisie

Man at Prayer (© Alfred Eisenstaedt)

When I have a camera in my hand, I know no fear.

It’s more important to click with people then to click the shutter.

Qui trovate un sacco di fotografie e molti commenti fatti dallo stesso Alfred.

 

R.

Tiziano

Pubblicato: dicembre 1, 2012 in Uncategorized
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Questo video dovrebbe essere proiettato in tutte le scuole. Fossi un professore di italiano, lo farei vedere a tutti i miei allievi.

Stupende le parole sulla soggettività del giornalista, sull’impero cinese, sulla Rivoluzione.Ascoltare Terzani è un piacere.

I vari urlatori, ciarlatani, ignoranti, non-professionisti, che si professano giornalisti in giro per le televisioni italiane e su vari quotidiani nazionali, dovrebbero avere la decenza di vergognarsi e smettere di fare il proprio mestiere semplicemente dopo aver ascoltato le sue parole.

Grazie Tiziano

R.

Palestinian President Mahmoud Abbas addresses the United Nations Generally Assembly th UN.Le dichiarazioni dei “potenti” mi hanno sempre affascinato. C’è un mondo dietro ad ogni frase, ad ogni parola che il “potente” di turno sceglie.

Da sempre mi pongo una serie di domande come:

  1. Chi scrive i loro discorsi?
  2. Aggiungono “parole” o “frasi” di loro iniziativa?
  3. Non si pongono il problema della veridicità di tutto quello che affermano?

Non se ne parla quasi mai, e si tende a dimenticare che un buon novanta per cento delle frasi che ci piace attribuire al questo o quel politico, molto probabilmente sono state scritte da altre persone. Ghostwriters. Chissà quanti ce ne sono sparsi per il mondo. Chissà se si sentono frustrati o se subiscono il peso del loro lavoro. Io mi sentirei male.

Veniamo al punto. Volevo raccogliere qui una serie di dichiarazioni fatte all’indomani del voto all’assemblea dell’ONU sul riconoscimento della Palestina come membro osservatore permanente (senza diritto di voto quindi).

Scontato il risultato, scontata la polemica filo-israeliana, incerto il futuro di pace. Come sempre.

Hillary Clinton : unfortunate and counterproductive […]only through direct negotiations between the parties can the Palestinians and Israelis achieve the peace that both deserve: two states for two people, with a sovereign, viable, independent Palestine living side by side in peace and security with a Jewish and democratic Israel. (traduzione : la risoluzione è un atto spiacevole e controproducente … solo attraverso un negoziato diretto fra le parti si potrà ottenere la pace che entrambi, Palestinesi ed Israeliani, meritano: due stati per due popoli, con uno stato Palestinese sovrano, vivibile, indipendente, che viva fianco a fianco in pace e sicurezza con un Ebraico e Democratico stato Israeliano.)

Spettacolare l’uso della parola “Jewish”. Quindi i Palestinesi non devono solo riconoscere quello stato solo in quanto tale, ma soprattutto in quanto “Ebreo”. Perchè questo è ciò che conta realmente. “Volete la pace cari palestinesi, caro mondo arabo? L’avrete solo a patto di sottomettervi“. E poi c’è chi dice che la buon vecchia retorica è terminata nella politica!

Ron Prosors (ambasciatore israeliano):  I have a simple message for those people gathered in the General Assembly today, no decision by the U.N. can break the 4000 year old bond between the people of Israel and the land of Israel. […]The world waits for President Abbas to speak the truth that peace can only be achieved through negotiations by recognizing Israel as a Jewish State[…]For as long as President Abbas prefers symbolism over reality, as long as he prefers to travel to New York for UN resolutions, rather than travel to Jerusalem for genuine dialogue, any hope of peace will be out of reach. (traduzione: Ho un semplice messaggio per coloro che si sono riuniti oggi nell’Assemblea Generale, nessuna decisione dell’ONU può infrangere il vincolo vecchio 4000 anni fra il popolo Israeliano e lo stato di Israele… Il mondo attende che il Presidente Abbas dica realmente che la pace possa solamente essere negoziata attreverso il riconoscimento di Israele come Stato Ebraico…Fino a quanto Abbass preferirà il simbolismo alla realtà, fino a quando preferirà viaggiare fino a New York per una risoluzione dell’ONU, piuttosto che fino a Gerusalemme per un vero dialogo, nessuna speranza di pace verrà mai raggiunta).

Per la serie: Israele decide senza consultare niente e nessuno. Non l’ONU, non gli USA, non i Palestinesi. L’inutilità della risoluzione ONU, viene ribadita e rafforzata. Inutile sperare che la pace possa essere imposta. L’hanno ribadito USA, Germania, Canada, e tutti gli altri stati che hanno votato no (9) o si sono astenuti (41). L’ha ribadito un Europa divisa (come sempre) sulle questioni di politica estera. E l’ambasciatore israeliano ha messo la ciliegina sulla torta. Che belle quelle manifestazioni di gioia a Gaza, a Tel Aviv. Peccato che i “potenti” non hanno mai mostrato molto interesse verso gli “invisibili”. Dimenticavo di citare la stupenda frase di Benjamin Netanyahu per quanto riguarda il voto: “will not change anything on the ground.” Non cambierà nulla. Giusto per essere chiari.

Palestine

Gli altri interventi sono solo minestra riscaldata: Abbas non fa altro che ribadire la politica palestinese, finta apertura verso lo stato Israeliano mista con condanne sparse e richieste di ritorno verso i confini pre-1967 (cosa “infattibile” per Israele),la Francia prevede uno scenario “rischioso” per il dopo-voto, la Germania perde sempre maggiore credibilità a livello di politica estera (tutti stanno aspettando il post-Merkel, oramai la leader tedesca appare sempre più stanca), la Santa Sede appoggia la two-state solution, il Canada si conferma subordinata agli USA. Nulla di nuovo, insomma.

Conclusioni…?

Nonostante tutto il pessimismo possibile, nonostante tutta la tristezza che emerge nel sapere l’inutilità di questo processo, nonostante i “potenti” ribadiscono ora e sempre la loro lontananza verso i problemi degli individui comuni, un raggio di sole sembra illuminare quella landa desolata che è Gaza. Non posso fare a meno di sorridere guardando la felicità e la gioia di miliaia di persone all’indomani del voto. Tutto il mondo arabo ci crede. La primavera araba ne è la prova. Voglio usare le parole di Adam Shatz: 

The Arab world is changing, but Israel is not.

Mi piace pensarla cosi, in fondo. Mi piace pensare che un processo irreversibile è stato avviato.

Alla fine dei conti, resto sempre e comunque un utopista.

R.

Stay Human

Link utili:

                                    

 

Mercoledì, 14 Novembre 2012

Alle 15.35 di oggi Gaza è stata scossa da molteplici attacchi militari israeliani lanciati da droni, elicotteri apaches, caccia F16 e navi militari. Una delle prime persone uccise è stata Ahmed Al Jabari, comandante in capo dell’ala militare di Hamas. Le fazioni palestinesi hanno giurato vendetta e i militanti hanno sparato dozzine di razzi verso Israele. Dopo il primo attacco, le forze aree israeliane hanno condotto più di 50 bombardamenti su tutta la Striscia di Gaza che hanno causato almeno 8 morti, compresi 2 bambini e un neonato. Il Ministro della Salute ha inoltre dichiarato che più di 90 persone sono state ferite.

Cresce il timore che Israele possa lanciare un’offensiva di terra su larga scala, paura alimentata dal lancio di volantini nel Nord della Striscia da parte dell’esercito israeliano che annunciavano un’imminente invasione via terra dell’area.

Israele ha lanciato l’operazione denominata “Pillar of Defence” questo pomeriggio con l’uccisione mirata di Al Jabari la cui macchina è stata bombardata nell’area di Thalatin a Est di Gaza City. Mohammad Al-Hams, la guardia del corpo di Al Jabari che viaggiava con lui in macchina è rimasto gravemente ferito ed è morto poco dopo in ospedale. In seguito a questo attacco, una serie di bombardamenti è stata lanciata in tutta la Striscia di Gaza, colpendo aree abitate a Khan Younis, Tel Al Hawa, Sheikh Zayed Square e At Twan nel nord di Gaza, Al Sabra a Gaza City, Rafah, Beit Lahia, Khuza’a, al Bureij.

Le navi da guerra israeliane sono entrate nel mare di Gaza e si sono posizionate vicino alla costa, sparando verso terra. Verso le ore 20, le forze navali israeliane hanno sparato tra i 12 e i 15 colpi di artiglieria verso la base navale di Hamas a nord ovest del campo rifugiati di Shati a Gaza City. Si moltiplicano le ipotesi secondo cui l’offensiva si prolungherà per diversi giorni e il Primo Ministro israeliano ha dichiarato che è pronto a espandere l’operazione. In una conferenza stampa tenuta oggi il Ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, ha dichiarato: “le provocazioni che abbiamo subito e il lancio dei razzi verso gli insediamenti nel sud di Israele ci hanno costretto a intraprendere quest’azione. Voglio che sia chiaro che i cittadini israeliani non ne subiranno le conseguenze. L’obiettivo è di fermare i razzi e danneggiare l’organizzazione di Hamas”. Nonostante ciò, la maggior parte delle vittime di questo attacco sono state civili. La popolazione di Gaza si è rifugiata nelle case e il personale della maggior parte delle organizzazioni internazionali è sotto coprifuoco.

Gli ospedali di tutta la Striscia sono stati invasi dalle vittime degli attacchi. Nella conferenza stampa tenuta di fronte all’ospedale Al Shifa, il Dr Mafed El Makha El Makhalalaty, Ministro della Salute, ha spiegato che gli ospedali soffrono delle carenze causate dalla prolungata chiusura della Striscia di Gaza e dal crescente numero di attacchi avvenuti nelle ultime settimane, in cui molti bambini sono stati uccisi. Gli attacchi di oggi hanno lasciato gli ospedali privi di medicine e forniture mediche. Inoltre, ha sollecitato un intervento immediato da parte della comunità internazionale per fermare il massacro.

La stampa araba riporta che gli ospedali nel Sinai sono stati posti in stato di allerta per affrontare l’emergenza e ricevere i feriti di Gaza.

La popolazione terrorizzata di Gaza sta subendo i continui attacchi di droni, bombardamenti, fuoco navale di questa offensiva militare indiscriminata e sproporzionata. Rimane imprigionata all’interno della Striscia di Gaza e costituisce un facile obiettivo nella guerra controllata a distanza.

Ci rivolgiamo alle persone di coscienza in tutto il mondo perché si oppongano a questa aggressione illecita contro i civili palestinesi.

La comunità internazionale deve intervenire con urgenza per fermare questi violenti attacchi.

Per maggiori informazioni, contattare:

Adie Mormech +972(0)592280943

Gisela Schmidt Martin +972(0)592778020 blipfoto.com/GiselaClaire

Joe Catron +972(0)595594326

Julie Webb-Pullman +972(0)595419421 todayingaza.wordpress.com

Lydia de Leeuw +972(0)597478455 asecondglance.wordpress.com

Meri +972(0)598563299

Adriana +972(0)597241318

Siamo un gruppo di internazionali che vivono nella Striscia di Gaza e lavorano negli ambiti del giornalismo, dei diritti umani, dell’educazione, dell’agricoltura. Cerchiamo di difendere e promuovere i diritti della popolazione civile palestinese di fronte all’occupazione israeliana e alle operazioni militari. Oltre ad essere noi stessi testimoni oculari, raccogliamo informazioni dalle nostre reti personali in tutta la Striscia di Gaza, dai media locali, dal personale medico e dalle ONG internazionali presenti a Gaza.

Verifichiamo ciò che divulghiamo e speriamo che i nostri resoconti possano contribuire a rendere più accurata la copertura mediatica della situazione di Gaza.

 

Copio e riporto integralmente dal sito di informazione Nena-news.

 

Restiamo umani diceva Vittorio. Difficile. Ma quanto aveva ragione.

 

R.

Sedici

Pubblicato: aprile 25, 2012 in EVS in Romania, Uncategorized

Sedici giorni di viaggio nell’Est della Romania.Duemila e rotti chilometri passando per Targu Mures, Piatra Neamt, Suceava, Iasi, Chisinau, Braila, Busteni. L’autostop funziona in Romania, una delle poche cose, oltre ad internet ed ai covrigi, di cui non ci si può lamentare minimamente.Non abbiamo avuto nessuna esperienza negativa in trenta mezzi di locomozione cambiati. Uno spettacolo signori. Ti viene la voglia di mollare tutto e di continuare senza sosta, senza alcuna meta…il semplice fatto di essere in viaggio, ti appaga l’esistenza.

Tutte le persone incontrate in questi giorni, i loro volti, i discorsi fatti, sono impressi nella mia mente come orme indelebili lasciate nel cemento vivo.

Non riesco a non far altro che sorridere pensando alla bellezza del viaggio. Alla stanchezza del viaggio.Ci sono quei momenti in cui vorresti fermarti e non fare un passo in avanti, altri in cui ogni singolo minuto che passa ti riempie la mente di pensieri interminabili, altri ancora in cui maledici con ogni tuo muscolo lo scorrere del tempo, inesorabile. Vorresti bloccarle quelle dannate lancette; hai bisogno di più tempo, di più giornate!

Poi ti siedi, sul bordo della strada; e, mangiando quel panino, ti chiedi: “Ma per quale motivo ho bisogno di tempo?”. Inizi a comprendere che hai tutto il tempo che vuoi; inizi a vedere la “relatività” di quello che ti circonda; e inizi a sorridere. Non ti metti più a pianificare le giornate. Non sei ossessionato dal “dover visitare” o dal “dover fare” questo e quello in questa e quella città. Semplicemente riesci ad apprezzare tutte le esperienze che la vita ti mette di fronte.

E sono tante. Troppe per quanto mi riguada.

Pensare di essere qui, a scrivere tutto quello che ho vissuto in questi sedici giorni lungo la strada…mi spezza il respiro. Non riesco nemmeno a pensare a come raccontare tutto quello che abbiamo vissuto…a tutte quelle persone che abbiamo incontrato. Mi sembra un lavoro immenso.

Ma il desiderio di ricordare è grande quasi quanto la voglia di ripartire di nuovo, dopo una notte in questa camera che riesco quasi a chiamare “casa” dopo otto mesi.

Già, questo paese mi sta cambiando. Con una velocità impressionante, e con una facilità che non ritenevo fosse possibile. Mi sento vivo e felice come non lo ero da molti anni.

E come al solito sto divagando. Ma cercherò di dare un senso a questo racconto.

Targu Mures: Adrian, 38enne super selfconfident. Non dimenticherò le due frasi che più mi hanno impressionato di lui: “L’Economia è questa scienza che tutti pensano di comprendere…ma in realtà nessuno ci capisce nulla della realtà che ci circonda”…e la seconda, simpaticissima: “Un ragazzo italiano di Padova, comunista mi disse questa frase su Marx che ricordo ancora -Ricorda che nel momento in cui percepisci un salario e quindi uno stipendio rientri a far parte di quella classe di persone chiamate “Proletarie”…e quindi sei fottuto-. Un bravo ragazzo, veramente molto ospitale. Molto ironico (soprattutto sulla religione), alquanto sicuro di se stesso. Abbiamo speso una bella giornata insieme.

Pietra Neamt: Mael e Charlere, coppia di ragazzi francesi, molto simpatici, tanto ospitali, tanto francesi! Birra insieme appena arrivati, hanno preparato la cena per noi e mi sono piaciuti subito. Nulla da eccepire, forse proprio questa l’incrinatura. Troppo perfetti, troppo simpatici, troppo ospitali. O forse sono io che ci voglio vedere la crepa ad ogni costo. In ogni caso, siamo stati veramente bene: abbiamo parlato di viaggi, di esperienze di vita, delle presidenziali in Francia, del futuro…mi è dispiaciuto lasciarli.

Suceava: Simion. Quando penso a questo ragazzo, mi viene in mente il mio amico Pier. E’ puro come lui. Ha fatto di tutto per farci sentire a nostro agio. Semplice, simpatico, disponibile ad aiutarci in ogni momento…non dimenticherò mai il momento in cui ci ha detto “la mia stanza è un pò piccola, ma ci stiamo tutti”. E, aprendo la porta, ci siamo ritrovati in una stanza con un letto, un armadio, una scrivania. Sei metri quadri, più due del bagno? Una cosa simile. Tre persone in quel posto per due notti. Stupendo, semplicemente stupendo. E per lui era normalissimo: stavamo li, insieme, senza neppure il minimo imbarazzo o la minima tensione. Un mito. Gli auguro di essere ammesso per il suo master. Ah, fossero tutti come lui, questo mondo non conoscerebbe la sporcizia d’animo.

Città piccola, senza pretese, mi ha fatto però una bella impressione. Sarà anche per Simion, sarà per il fatto che ha nevicato il giorno stesso che siamo arrivati, ho dei bei ricordi di Suceava. Dipinta di bianco grazie alla neve, mi è sembrata spaziosa, tranquilla, provincialotta, con un grande parco, una specie di fortezza, e una chiesa molto molto carina.

Ok, non è nulla di speciale. Ma abbiamo passato due giorni tranquilli, sereni e alquanto rilassati. Passeggiare allegramente senza alcun pensiero per la testa, ti lascia una sensazione che non vorresti mai abbandonare!

Iasi: Lise. Andrè. Patricia. Vanessa. Inma. Sima. Gintare. Cici. Clothilde. E tanti altri. Iasi è una grande città, enorme ai miei occhi. Ricca di edifici, monumenti storici, e parchi. La prima università rumena è nata qui. Il parco Mihai Eminescu; il ristorante “turco” dove abbiamo mangiato shaorme a profusione, il cui proprietario non fa altro che contare i soldi, impartendo ordini alle sue “donne” come se fosse il padreterno, per poi ringraziarti in inglese/francese/rumeno/italiano. I mille lavori di restauro che stanno facendo nella cuttà…tutti allo stesso momento, in maniera tale che non puoi visitare nessuno dei più bei edifici della città. Continuano a stupirmi e lasciarmi senza parole…

Chisinau: e qui sembra di essere entrati in Unione Sovietica. A parte la finta dogana, dove nemmeno ti chiedono cosa hai nello zaino, per quanto tempo hai intenzione di rimanere nello stato, o cose simili, il resto del territorio è molto simile alla Romania. Vastissime aree incolte, percorrendo la statale che va dalla frontiera alla capitale, non si incontrano molte città (a dir la verità, ne ricordo solo un paio durante i 100 km di tragitto). Entrando a Chisinau, i mitici “Bloc” sovietici sembrano accoglierti a braccia aperte: per usare un paragone “italiano” sembrano le case popolari delle periferie delle grandi città. Oscene. Purtroppo questo è stato lo “stile architettonico” preferito da Ceaucescu: ha disintegrato quasi tutte le più grandi città rumene, e, da quanto ho potuto notare, anche da queste parti se ne avverte l’influenza. Non dimentichiamoci la lingua russa, parlata dal 40% della popolazione, da quasi tutti i giovani e dalla maggior parte degli adulti/anziani. Ma l’aria sta cambiando anche qui. La Repubblica della Moldova ha approvato una legge per quanto riguarda le pubblicità e adverstisment in genere, che afferma che non sarà più possibile in futuro usare la lingua russa per slogan, sia televisivi che non. Ok, non c’entra un cavolo. Ma partecipando ad un meeting in un pub di Chisinau, stavo discutendo con una ragazza del posto di società, politica e lifestyle in generale, e questa informazione mi ha colpito non poco. E’ sempre affascinante osservare a come si evolvono le società.

Cercando di non divagare, dove eravamo rimasti? L’ingresso della città. Ah, il centro è lontano una quindicina di minuti usando i mezzi pubblici. Non mi ha impressionato o lasciato a bocca aperta, ma Chisinau è piena di resti dell’epoca sovietica, e passeggiare lungo questi viali ti lascia un sapore strano in bocca.

Positiva o negativa? Sicuramente positiva questa esperienza. Soprattutto perchè siamo stati da Nadia, una cara ragazza che ci ha portato in un posto veramente interessante: art-labirint ( qui il sito internet ). In pratica è una specie di edificio pubblico che è stato occupato e convertito a “centro sociale” ( per usare un’espressione italiana ); dentro trovi una serie infinita di strani strumenti, un miliaio di piccoli oggetti/bandiere/foto/tazze e tante tante altre cose senza senso che rendono questo posto molto interessante. Da quanto ho capito, organizzano soprattutto eventi musicali e mostre: fra l’altro sono rimasto a bocca aperta quando Nadia mi ha detto che sono stati li anche i Port-Royal ( due dg di nicchia, ma veramente veramente bravi )! Non ci potevo credere. E mi strappato una risata di gusto nel sapere che i ragazzi che hanno organizzato l’evento, hanno ottenuto fondi dall’ambasciata italiana a Chisinau. Questa non me la posso dimenticare!

Cos’altro da dire? Ah. Spettacolare la scena vissuta non appena siamo saliti sul primo autobus a Chisinau, 2 minuti dopo essere arrivati in piena periferia ( ovviamente viaggiando con l’autostop tutto il tempo, non ti puoi permettere il lusso di arrivare al centro delle città ); non avendo cambiato la valuta, siamo saliti sull’autobus senza biglietto ridendo sul fatto che “figurati se ci sono i controllori a Chisinau”. Ci sediamo sull’autobus, tempo 2 minuti arriva la tizia che vende i biglietti. Spettacolare. Da bravo italiano ho fatto finta di non sapere che li avessero la moneta diversa rispetto alla Romania, e la ragazza cosa ha fatto? Semplicemente ha sorriso ed è andata via. Simona avrà riso per mezz’ora.

Braila: e qui è partita la penultima tappa del nostro viaggio.

Estelle, Toni, Nihan, di nuovo Andrè, Lise,Clothilde, Patricia, Cici, Vanessa, Gintare, Dario, e poi ancora Laura, Mihai, la ragazza tedesca, Reeli, e tutti gli altri volontari. Momenti veramente simpatici. La grigliata sull’isoletta in mezzo al Danubio, le cena “Pasta con il pollo”, l’infinita pioggia, i mille discorsi, le risate e le prese in giro, i sorrisi, e i momenti spiensierati.

Sono stati due giorni all’insegna del lassismo e dell’alcool, ma che ricordo volentieri!

Busteni: eccoci qui all’ultima città; il sedicesimo giorno di viaggio. Radu. Le montagne. La pioggia che ci segue. Il castello di Peles. L’Africa. I discorsi sulla vita, sui progetti futuri, sulle nostre passioni, sui nostri interessi. Poi come fai a non amare il semplice fatto di preparare uno zaino, metterci dentro quattro cose, e partire in giro per il mondo? Incontri tante di quelle persone stimolanti che non riesco proprio a pensare di fermarmi nello stesso posto per una vita intera. In ogni caso, non è quello che voglio in questo momento.

Tornando alla nostra piccola città in mezzo alle montagne rumene. Stupendo. Emozionante. Da togliere il fiato.

Siamo stati in una casa vicino alle rive di un ruscello, ed per tre giorni mi sono riempito gli occhi delle montagne che potevamo vedere dalla nostra cucina…impressionanti! La cosa più bella e strana al tempo stesso sono state le nuvole: per due interni giorni hanno circondato le cime delle montagne, giocando a rincorrersi ed a sovrapporsi l’una sull’altra.

Il ragazzo che ci ha ospitato si chiama Radu: molto legato alla sua terra, ci ha parlato dei suo obiettivi futuri, raccontandoci anche delle sue passate esperienze di volontariato: vacanza finita nel migliore dei modi.

Che dire ancora di questa esperienza?

Dovrei scrivere un capitolo separato solo ed esclusivamente per tutte le persone che ci hanno dato un passaggio in macchina: il killer, o presunto tale, che ha servito alla legione straniera per quattro anni ( in realtà non abbiamo capito se era un mercenario o un soldato regolare ) uccidendo “varie persone”. La signora che ha scoperto che il suo cancro era benigno mentre noi eravamo in macchina con lei. La stupenda coppia di Bucarest che ci ha portato in giro per il nord della Romania ( Lacu Rosu – Parco nazionale – diga – chiesa sperduta in montagna ) facendoci scoprire posti che altrimenti non avremmo nemmeno visto. Quelli che ti offrono da mangiare. Quelli che ti fanno i complimenti per il tuo livello di rumeno, per il lavoro che fai. Quelli che ti chiedono i soldi ( in realtà solo uno ). Quelli che ti consigliano di far finta di non sapere la lingua in modo tale da non permettere loro di pretendere soldi. Quelli che ti consigliano di prendere il treno, e di dare i soldi al controllore. Quelli che non capiscono per quale motivo fai il volontario. Quelli che continuano a ripeterti “la Romania è bellissima, peccato che è abitata dai Rumeni”. Quelli che sputano sopra al piatto in cui mangiano. Quelli che si lamentano, ma non fanno nulla per cambiare il loro paese.

Ma a tutti loro, una cinquantina di persone, devo dire grazie. Molti di loro ci hanno preso senza nemmeno chiederci dove andiamo. Molti di loro hanno ascoltato interessati le nostre parole. O almeno hanno fatto finta. Molti di loro non ci hanno chiesto un soldo ( e qui in Romania, è normale pagare quando fai l’autostop ). Molti di loro hanno riso con noi. Molti di loro ci hanno dato indicazioni. Molti di loro hanno cambiato strada per condurci esattamente dove dovevamo andare. Alcuni ci hanno dato il loro numero di cellulare. “in caso vi succeda qualcosa, chiamatemi”.

Questo è il lato bello degli uomini.

Preferisco,  almeno per questa volta, non parlare dell’altra faccia, quella sporca. Va bene cosi. Per questa volta.

R.

Sguardi verso l’Italia

Pubblicato: marzo 21, 2012 in Uncategorized

Finalmente!

Lo aspettavano tutti! SuperMario ha finalmente lanciato l’assalto all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Forte del consenso mondiale ( non ho letto un solo commento negativo da parte di tutti i leader mondiali che il nostro Premier Tecnico ha incontrato), superMario ha finalmente sferrato il colpo di grazia al futuro di noi giovani: bisogna adeguare il paese all’andamento dell’economia attuale! E via con le riforme! Via con i colpi di spugna! Con il beneplacito del PDL e di mezzo PD.

Incredibile.

Spettacolare il finto tavolo sociale con i sindacati ed i partiti.

Io vorrei sapere chi ci crede. Ma chi pensa ancora che Mario Monti e l’attuale governo voglia “ammodernizzare” il nostro paese? Hanno fatto un solo provvedimento contro le caste? No. Hanno fatto una legge per riformare seriamente la giustizia? No. Hanno fatto una legge per aumentare le tasse a coloro che guadagnano cifre stratosferiche? No. E per quanto riguarda il debito pubblico? O la ricostruzione de L’Aquila? O la Torino-Lione? (bollata come “un’opera indispensabile…senza parole!) Oppure l’università morente? E per quanto riguarda i giovani? Cosa è stato fatto? Non una sola parola per quanto riguarda la disoccupazione giovanile al 33%.  Zero parole per quanto riguarda le classi povere.

Si è parlato di:

Spread. Rai. Banche.Privatizzazioni.

Stop. Niente riforme coraggiose. Non una parola per quanto riguarda energia solare, combustibili alternativi. Non una parola per quanto riguarda l’agricoltura, il prezzo della benzina; non una parola per i problemi di questo paese.

E adesso parlano di Riforma del mercato del Lavoro. Per caso, si è parlato di operai, di giovani studenti senza posto fisso, di meritocrazia? No, ovviamente. Si è parlato di licenziamenti, di ammortizzatori sociali, di stage retribuiti. Ottimo. Vedremo cosa verrà legiferato. Ma la realtà è che non hanno la minima intenzione di venir incontro a  coloro che stanno pagando il prezzo più caro di questa crisi: studenti, lavorato a tempo determinato, piccoli imprenditori. Ergo, la maggior parte del paese deve pagare il prezzo per far si che governanti, grandi imprenditori, politici, e lavoratori appartenenti a caste, continui a mantenere intatto il proprio potere.

Questa è la mia impressione. Questo è quello che dice Giannini sulla Repubblica

Anche nella legislazione giuslavoristica italiana cade quello che tutti consideravano l’ultimo tabù. L’articolo 18, cioè l’obbligo di reintegrare il lavoratore, resterà solo nei licenziamenti per motivi discriminatori, e varrà per tutte le aziende, comprese quelle con meno di 15 dipendenti. Ma a questa estensione “dimensionale” della tutela corrisponde una limitazione di quella “funzionale”. Nei licenziamenti per motivi disciplinari soggettivi toccherà al giudice decidere se applicare la reintegra o l’indennizzo. E nei licenziamenti per motivi economici oggettivi scatterà solo l’indennizzo. Proprio quest’ultima è stata la molla che ha fatto scattare il no della Cgil.

E conoscendo l’Italia, tutti approfitteranno della nuova legge.

Ricordate la Riforma Biagi? Passi anche la buona fede di colui che la scrisse, cosa hanno fatto le imprese? Colta la palla al balzo, via con gli sfruttamenti! Apprendisti, Stagisti, Co.Co.Co.

Si è prodotto uno schifo, grazie a quella riforma.

E l’attuale governo non sta facendo nulla per metterci una pezza. Continua il suo lavoro all’insegna della politica economica destrorsa di stampo liberista (che tanto piace all’Europa di Merkel e di Sarkò).

Nulla è cambiato, a quanto vedo, nel nostro paese. Si è passati da un puttaniere ad un banchiere. Detto onestamente, il risultato puzza sempre di merda.

 

R.

Un altro fine settimana all’insegna della pazzia e dei mille chilometri percorsi con una quindicina di macchine diverse: questa volta siamo andati a Sofia, tutti e sette noi volontari, facendo l’autostop.

Sconvolgente.

Non ho chissà quante parole per definire il nostro viaggio.

Partenza sabato mattina ore 09:00 da Rovinari, arrivo alle 16:30 in Sofia. In coppia con l’austriaca abbiamo raggiunto gli altri cinque volontari che si trovavano al confine della Romania, e da li ci siamo divisi per raggiungere la capitale bulgara. Io sono stato fortunato: camion diretto per Sofia, 3 ore di viaggio tranquille.

Che dire di questa capitale? A dir la verità non ho visto poi molto: siamo andati un pò in giro per tutto il sabato esplorando le strade principali, infilandoci in qualche viuzza semideserta quando capitava, osservando tanto senza una logica ben precisa. Ti fa sentire libero…è una sensazione splendida. Stai li, seduto in una panchina, o camminando lentamente, molto più lentamente di tutta la stragrande maggioranza degli individui che ti circondano, osservando pietre, monumenti, chiese, e i volti. I tanti volti che ti circondano.

I barboni, gli anziani, gli artisti di strada, i bimbi, gli studenti, i preti, i turisti.

Mille storie ti stanno intorno, e cosi poco tempo per ascoltarle tutte. Il ragazzo che ti si avvicina per chiederti i soldi usando la parola “mangiare”; la ragazza, sporca, brutta, triste, che ti guarda con avidità perchè stai li fermo, in quella panchina a ridere e scherzare con i tuoi amici. Poi ti accorgi che non è invidiosa del tuo pezzo di pane, che ti permetti di ostentare come se fosse qualcosa di totalmente normale, come se fosse alla portata di tutti…e improvvisamente ti senti umile, idiota, un turista qualsiasi: darle quel pezzo di carne che noi stavamo disprezzando li, in mezzo a quella strada, non mi ha per nulla aiutato.

“L’importante è riflettere, di fronte a tali atteggiamenti; l’importante è aver coscienza di chi si trova in una condizione peggiore della nostra”.

Questo è quello che mi ripeto da tempo. Cazzate. 

E’ inutile, quelle scene non fanno altro che ricordarmi il peso morale che noi occidentali ci portiamo dietro (o che dovremmo portarci dietro) dopo centinaia d’anni di sfruttamento, di imposizione, e di finte ideologie di uguaglianza.

Povera ragazza. E come lei ho visto tanti ubriaconi, barboni e affamati in questo fine settimana. Sarà cosi in tutte le grandi città, ma questa volta mi è sembrato tutto più pesante. Sarà stato anche il clima, grigio e tetro, la stanchezza di centinaia di chilometri di autostop, la fame mai sopita, sette teste da mettere d’accordo tutte insieme allo stesso tempo…non lo so; so soltanto che ci sono stati un sacco di “momenti ombra” in questo viaggio.

Ovviamente, sono stufo di lasciarmi oscurare l’esistenza da singole ombre che passano davanti ai miei occhi. Ma quando sono due,tre,quattro,cinque, comincia a pesarmi.

Dove siamo rimasti? Ah, al fatto che in sette non si può  viaggiare. La cosa più scontata del mondo, ma nemmeno se mi puntano una pistola alla tempia mi faccio un altro viaggio con tutti gli altri volontari. Sette persone ferme sulla strada ad aspettare qualcuno che ti carica? Logico che ci siamo divisi. Ma è stato in ogni caso un viaggio allucinante. Plovdev è stata molto più interessante di Sofia: visitata la domenica in giornata, questa città a cento trenta chilometri da Sofia è veramente interessante: il centro storico (un viavai di saliscendi spettacolare…sanpietrini, edifici storici, case senza senso, immondizia e bagni pubblici di fronte all’anfiteatro romano, persone che parlano in italiano…) non è iperpopolato, conserva squarci visivi folgoranti, ti lascia senza fiato ben più di un singolo instante. Non male.

Un sabato sera (balzi temporali senza senso, mi rendo conto…) all’insegna di quella diavolo di birra di cui non ricordo il nome (dannati caratteri cirillici…non ci capivo nulla): Aurora mi sembra. Siamo andati all’ Art-Hostel, seguendo i consigli di miliardi di giovani alcolizzati prima di noi, ad ascoltare un tristissimo chitarrista dalla voce atonica; tutti ubriachi, come al solito. E alle tre e mezzo di notte, siamo anche riusciti a trovare la strada di casa (questa volta di hanno ospitato due simpatiche ragazze…peccato che vivono con due gatti…e peccato che non hanno la minima idea di cosa significhi pulire la merda dei gatti!).

Domenica sera all’insegna dell’assurdo: siamo andati io, Simona e Patricia, allo Steppenwolf bar. Si trova al senso piano dentro un edificio: in pratica per andarci dovete entrare dentro un’abitazione privata. I love Bulgaria.

Il proprietario è un pazzo, malato di mente! Ci ha accolto un suo amico, un capellone metallaro (del resto non ci si poteva aspettare altro da un locale rock) che ci ha subito offerto un shot da vomito: whisky, vodka e qualcos’altro. Due birre e sono partiti altri due shot di Assenzio stavolta. Terzo shot non mi ricordo nemmeno che diavolo ha messo nel bicchiere…ma non dimenticheremo mai quella risata! Come diavolo faceva a ridere per un minuto di seguito senza mai smettere, penso sia un mistero non da poco!

Tornati a casa, lunedi mattina decidiamo di fare l’autostop per tornare a Rovinari. Inizia il delirio. Ci dividiamo, ovviamente in tre gruppi: io resto con Simona e Cyril. Prendiamo la prima macchina che ci porta da Sofia a Botevgrad e fin qui tutto bene. Secondo step, si ferma una macchina: ragazzi, ne carico solo due. Ovviamente, io resto da solo.

500 chilometri da solo cambiando otto macchine, un camioncino, un treno, un taxi, un traghetto. Panico.

E sono stato il primo ad arrivare a casa. Alle 23:30 precise. Dopo undici ore di viaggio. Incontrando bulgari che non parlavano nessuna lingua che io conoscevo, ragazzi che lavoravano in maniera del tutto illegale, camionisti, lavoratori, studenti, teste di cazzo, rom, controllori, barboni che mi davano del barbone/accattone/gypsy/tucolcazzocheseiitaliano, donne trentacinquenni che cercavano di tornare a casa, giovani totalmente ubriachi che ti danno l’ultimo passaggio verso casa, e pensi che sarà l’ultimo della tua vita. Sempre attaccato al cellulare sperando che agli altri non succeda nulla (e stavolta, ci siamo andati vicino allo stupro!). Con gli occhi che si chiudevano ad ogni macchina diversa. Con il pollice sempre alzato. Poco ci mancava che a Filiasi, a 55 chilometri da casa, mi mettevo a pregare. Con il sospetto sempre negli occhi, dopo la storia di Sima.

Ma non riuscivo a smettere di ridere. Questa è la verità.

Nonostante tutto, la parte più bella è sempre quella del raccontarsi a vicenda l’esperienze vissute insieme: i sorrisi, le storie, le paure, sono parte del viaggio.

Questo mio viaggio è iniziato a settembre. All’aeroporto di Bucarest, in un caldo giorno di fine estate. Finirà a maggio, probabilmente su un autobus diretto in Italia. Ma non ho la minima intenzione di fermarmi. Il viaggio continua sempre, senza sosta, senza paure, senza rimorsi. Sempre con il pollice alzato, e la curiosità negli occhi.

On the road, guys. See you there.

 

Davide