Archivio per marzo, 2012

Giù le mani dalla Valsusa

Pubblicato: marzo 28, 2012 in Policy, Rage

Vale la pena guardare questi due video e spendere più di due minuti nell’informarsi sul serio circa la TAV.

Il primo mi ha toccato il cuore; il secondo mi ha ricordato che il cuore, in Italia, fai bene a metterlo da parte. E scendere in piazza. E lottare. Lottare. Lottare.

Non mollate ragazzi, continuate a combattere.

Non lo costruiranno mai quel fottutissimo treno.

 

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Sguardi verso l’Italia

Pubblicato: marzo 21, 2012 in Uncategorized

Finalmente!

Lo aspettavano tutti! SuperMario ha finalmente lanciato l’assalto all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Forte del consenso mondiale ( non ho letto un solo commento negativo da parte di tutti i leader mondiali che il nostro Premier Tecnico ha incontrato), superMario ha finalmente sferrato il colpo di grazia al futuro di noi giovani: bisogna adeguare il paese all’andamento dell’economia attuale! E via con le riforme! Via con i colpi di spugna! Con il beneplacito del PDL e di mezzo PD.

Incredibile.

Spettacolare il finto tavolo sociale con i sindacati ed i partiti.

Io vorrei sapere chi ci crede. Ma chi pensa ancora che Mario Monti e l’attuale governo voglia “ammodernizzare” il nostro paese? Hanno fatto un solo provvedimento contro le caste? No. Hanno fatto una legge per riformare seriamente la giustizia? No. Hanno fatto una legge per aumentare le tasse a coloro che guadagnano cifre stratosferiche? No. E per quanto riguarda il debito pubblico? O la ricostruzione de L’Aquila? O la Torino-Lione? (bollata come “un’opera indispensabile…senza parole!) Oppure l’università morente? E per quanto riguarda i giovani? Cosa è stato fatto? Non una sola parola per quanto riguarda la disoccupazione giovanile al 33%.  Zero parole per quanto riguarda le classi povere.

Si è parlato di:

Spread. Rai. Banche.Privatizzazioni.

Stop. Niente riforme coraggiose. Non una parola per quanto riguarda energia solare, combustibili alternativi. Non una parola per quanto riguarda l’agricoltura, il prezzo della benzina; non una parola per i problemi di questo paese.

E adesso parlano di Riforma del mercato del Lavoro. Per caso, si è parlato di operai, di giovani studenti senza posto fisso, di meritocrazia? No, ovviamente. Si è parlato di licenziamenti, di ammortizzatori sociali, di stage retribuiti. Ottimo. Vedremo cosa verrà legiferato. Ma la realtà è che non hanno la minima intenzione di venir incontro a  coloro che stanno pagando il prezzo più caro di questa crisi: studenti, lavorato a tempo determinato, piccoli imprenditori. Ergo, la maggior parte del paese deve pagare il prezzo per far si che governanti, grandi imprenditori, politici, e lavoratori appartenenti a caste, continui a mantenere intatto il proprio potere.

Questa è la mia impressione. Questo è quello che dice Giannini sulla Repubblica

Anche nella legislazione giuslavoristica italiana cade quello che tutti consideravano l’ultimo tabù. L’articolo 18, cioè l’obbligo di reintegrare il lavoratore, resterà solo nei licenziamenti per motivi discriminatori, e varrà per tutte le aziende, comprese quelle con meno di 15 dipendenti. Ma a questa estensione “dimensionale” della tutela corrisponde una limitazione di quella “funzionale”. Nei licenziamenti per motivi disciplinari soggettivi toccherà al giudice decidere se applicare la reintegra o l’indennizzo. E nei licenziamenti per motivi economici oggettivi scatterà solo l’indennizzo. Proprio quest’ultima è stata la molla che ha fatto scattare il no della Cgil.

E conoscendo l’Italia, tutti approfitteranno della nuova legge.

Ricordate la Riforma Biagi? Passi anche la buona fede di colui che la scrisse, cosa hanno fatto le imprese? Colta la palla al balzo, via con gli sfruttamenti! Apprendisti, Stagisti, Co.Co.Co.

Si è prodotto uno schifo, grazie a quella riforma.

E l’attuale governo non sta facendo nulla per metterci una pezza. Continua il suo lavoro all’insegna della politica economica destrorsa di stampo liberista (che tanto piace all’Europa di Merkel e di Sarkò).

Nulla è cambiato, a quanto vedo, nel nostro paese. Si è passati da un puttaniere ad un banchiere. Detto onestamente, il risultato puzza sempre di merda.

 

R.

Un altro fine settimana all’insegna della pazzia e dei mille chilometri percorsi con una quindicina di macchine diverse: questa volta siamo andati a Sofia, tutti e sette noi volontari, facendo l’autostop.

Sconvolgente.

Non ho chissà quante parole per definire il nostro viaggio.

Partenza sabato mattina ore 09:00 da Rovinari, arrivo alle 16:30 in Sofia. In coppia con l’austriaca abbiamo raggiunto gli altri cinque volontari che si trovavano al confine della Romania, e da li ci siamo divisi per raggiungere la capitale bulgara. Io sono stato fortunato: camion diretto per Sofia, 3 ore di viaggio tranquille.

Che dire di questa capitale? A dir la verità non ho visto poi molto: siamo andati un pò in giro per tutto il sabato esplorando le strade principali, infilandoci in qualche viuzza semideserta quando capitava, osservando tanto senza una logica ben precisa. Ti fa sentire libero…è una sensazione splendida. Stai li, seduto in una panchina, o camminando lentamente, molto più lentamente di tutta la stragrande maggioranza degli individui che ti circondano, osservando pietre, monumenti, chiese, e i volti. I tanti volti che ti circondano.

I barboni, gli anziani, gli artisti di strada, i bimbi, gli studenti, i preti, i turisti.

Mille storie ti stanno intorno, e cosi poco tempo per ascoltarle tutte. Il ragazzo che ti si avvicina per chiederti i soldi usando la parola “mangiare”; la ragazza, sporca, brutta, triste, che ti guarda con avidità perchè stai li fermo, in quella panchina a ridere e scherzare con i tuoi amici. Poi ti accorgi che non è invidiosa del tuo pezzo di pane, che ti permetti di ostentare come se fosse qualcosa di totalmente normale, come se fosse alla portata di tutti…e improvvisamente ti senti umile, idiota, un turista qualsiasi: darle quel pezzo di carne che noi stavamo disprezzando li, in mezzo a quella strada, non mi ha per nulla aiutato.

“L’importante è riflettere, di fronte a tali atteggiamenti; l’importante è aver coscienza di chi si trova in una condizione peggiore della nostra”.

Questo è quello che mi ripeto da tempo. Cazzate. 

E’ inutile, quelle scene non fanno altro che ricordarmi il peso morale che noi occidentali ci portiamo dietro (o che dovremmo portarci dietro) dopo centinaia d’anni di sfruttamento, di imposizione, e di finte ideologie di uguaglianza.

Povera ragazza. E come lei ho visto tanti ubriaconi, barboni e affamati in questo fine settimana. Sarà cosi in tutte le grandi città, ma questa volta mi è sembrato tutto più pesante. Sarà stato anche il clima, grigio e tetro, la stanchezza di centinaia di chilometri di autostop, la fame mai sopita, sette teste da mettere d’accordo tutte insieme allo stesso tempo…non lo so; so soltanto che ci sono stati un sacco di “momenti ombra” in questo viaggio.

Ovviamente, sono stufo di lasciarmi oscurare l’esistenza da singole ombre che passano davanti ai miei occhi. Ma quando sono due,tre,quattro,cinque, comincia a pesarmi.

Dove siamo rimasti? Ah, al fatto che in sette non si può  viaggiare. La cosa più scontata del mondo, ma nemmeno se mi puntano una pistola alla tempia mi faccio un altro viaggio con tutti gli altri volontari. Sette persone ferme sulla strada ad aspettare qualcuno che ti carica? Logico che ci siamo divisi. Ma è stato in ogni caso un viaggio allucinante. Plovdev è stata molto più interessante di Sofia: visitata la domenica in giornata, questa città a cento trenta chilometri da Sofia è veramente interessante: il centro storico (un viavai di saliscendi spettacolare…sanpietrini, edifici storici, case senza senso, immondizia e bagni pubblici di fronte all’anfiteatro romano, persone che parlano in italiano…) non è iperpopolato, conserva squarci visivi folgoranti, ti lascia senza fiato ben più di un singolo instante. Non male.

Un sabato sera (balzi temporali senza senso, mi rendo conto…) all’insegna di quella diavolo di birra di cui non ricordo il nome (dannati caratteri cirillici…non ci capivo nulla): Aurora mi sembra. Siamo andati all’ Art-Hostel, seguendo i consigli di miliardi di giovani alcolizzati prima di noi, ad ascoltare un tristissimo chitarrista dalla voce atonica; tutti ubriachi, come al solito. E alle tre e mezzo di notte, siamo anche riusciti a trovare la strada di casa (questa volta di hanno ospitato due simpatiche ragazze…peccato che vivono con due gatti…e peccato che non hanno la minima idea di cosa significhi pulire la merda dei gatti!).

Domenica sera all’insegna dell’assurdo: siamo andati io, Simona e Patricia, allo Steppenwolf bar. Si trova al senso piano dentro un edificio: in pratica per andarci dovete entrare dentro un’abitazione privata. I love Bulgaria.

Il proprietario è un pazzo, malato di mente! Ci ha accolto un suo amico, un capellone metallaro (del resto non ci si poteva aspettare altro da un locale rock) che ci ha subito offerto un shot da vomito: whisky, vodka e qualcos’altro. Due birre e sono partiti altri due shot di Assenzio stavolta. Terzo shot non mi ricordo nemmeno che diavolo ha messo nel bicchiere…ma non dimenticheremo mai quella risata! Come diavolo faceva a ridere per un minuto di seguito senza mai smettere, penso sia un mistero non da poco!

Tornati a casa, lunedi mattina decidiamo di fare l’autostop per tornare a Rovinari. Inizia il delirio. Ci dividiamo, ovviamente in tre gruppi: io resto con Simona e Cyril. Prendiamo la prima macchina che ci porta da Sofia a Botevgrad e fin qui tutto bene. Secondo step, si ferma una macchina: ragazzi, ne carico solo due. Ovviamente, io resto da solo.

500 chilometri da solo cambiando otto macchine, un camioncino, un treno, un taxi, un traghetto. Panico.

E sono stato il primo ad arrivare a casa. Alle 23:30 precise. Dopo undici ore di viaggio. Incontrando bulgari che non parlavano nessuna lingua che io conoscevo, ragazzi che lavoravano in maniera del tutto illegale, camionisti, lavoratori, studenti, teste di cazzo, rom, controllori, barboni che mi davano del barbone/accattone/gypsy/tucolcazzocheseiitaliano, donne trentacinquenni che cercavano di tornare a casa, giovani totalmente ubriachi che ti danno l’ultimo passaggio verso casa, e pensi che sarà l’ultimo della tua vita. Sempre attaccato al cellulare sperando che agli altri non succeda nulla (e stavolta, ci siamo andati vicino allo stupro!). Con gli occhi che si chiudevano ad ogni macchina diversa. Con il pollice sempre alzato. Poco ci mancava che a Filiasi, a 55 chilometri da casa, mi mettevo a pregare. Con il sospetto sempre negli occhi, dopo la storia di Sima.

Ma non riuscivo a smettere di ridere. Questa è la verità.

Nonostante tutto, la parte più bella è sempre quella del raccontarsi a vicenda l’esperienze vissute insieme: i sorrisi, le storie, le paure, sono parte del viaggio.

Questo mio viaggio è iniziato a settembre. All’aeroporto di Bucarest, in un caldo giorno di fine estate. Finirà a maggio, probabilmente su un autobus diretto in Italia. Ma non ho la minima intenzione di fermarmi. Il viaggio continua sempre, senza sosta, senza paure, senza rimorsi. Sempre con il pollice alzato, e la curiosità negli occhi.

On the road, guys. See you there.

 

Davide

 

Budapest e dintorni

Pubblicato: marzo 7, 2012 in Uncategorized

E poi come diavolo ti fermi? Dopo questi nove mesi di volontariato, sono sicuro che vado in depressione! Dopo aver viaggiato ogni settimana, per tutta la Romania e dintorni, sono sicuro che avrò la sindrome del viaggiatore. Del viaggiatore in pensione. Detta anche del viaggiatore senza una lira. Perchè il problema principale è proprio quello: fottutissimo denaro del cazzo.

In ogni caso, il mio ultimo viaggio inizia venerdi scorso, e finisce martedi pomeriggio. Cinque giorni S-P-E-T-T-O-L-A-R-I! Non ho poi chissà quante parole per parlare di quanto sia bella Budapest e di quanto sia divertente andarsene in giro per l’Europa in autostop.

Dicevo. Il nostro viaggio, mio e di Sima, una delle due lituane, inizia venerdi all’una di pomeriggio circa. Location: Targu Jiu. Prendiamo la prima macchina, per la precisione un van bianco, dopo che un tizio senza una gamba ha cercato di convincermi che la religione è l’unica cosa che può salvarci! E’ stato cinque minuti a parlarmi in rumeno del fatto che lui era un drogato/alcolizzato, che si è salvato solo grazie a Dio (e non metaforicamente parlando). E cercava di convincermi a visitare i monasteri in Romania, ad inginocchiarmi ed a pregare il più possibile. Mi avrà ripetuto “Dio mi ha toccato” non so quante volte.

Ok, il viaggio è cominciato non nel migliore dei modi; ma dopo pochi minuti si è fermata la prima macchiana: fino a Petrosani, 50 chilometri lungo una strada bellissima (passa attraverso montagne, costeggiando fiumi, vallate,e miniere di ferro/carbone…), nessuna preoccupazione, a parte qualche curva sopra le righe da parte del conducente (ma in Romania è normale, non hanno la minima idea di come guidare!). Petrosani come ogni volta, si è rivelato uno punto sfortunato: una trentina di minuti abbiamo dovuto attendere prima di prendere il primo camion del viaggio (e questa volta ce ne sono toccati ben tre fra andata e ritorno): dritti dritti fino a Deva con questo ragazzo di 28 anni simpatico e grassottello, sposato con una ragazza di vent’anni; una persona semplice, non-credente (e questo è veramente strano per il posto in cui viviamo) ben poco fedele alla moglie (sicuro va a puttane quando capita…sono partite grasse risate quando Sima gli ha chiesto se avesse l’amante). Ma il viaggo è proseguito liscio come l’olio, fino al terzo step: da Deva a Arad con l’ultimo camion della giornata: un uomo simpatico, non abbiamo parlato tantissimo, ma sorpreso dal nostro livello di rumeno e dalla nostra esperienza in generale. Cinquant’enne.

Finalmente arrivati ad Arad, abbiamo fatto l’autostop dall’ingresso della città fino al supermercato vicino alla casa degli altri volontari: in Romania è talmente comune che ormai noi anche per 3/4 chilometri ci rifiutiamo di camminare!

Primi trecento chilometri portati a termine! Venerdi sera all’insegna dell’alcool, dei discorsi con gli altri volontari, e del cibo sloveno: Susanna ha cucinato delle specie di crepes salate a base di patate (il cui nome in Slovacco dovrebbe essere Zemiakove Placky) da far paura! Peccato per la salsa a base di aglio: Julius,il ragazzo tedesco, avrà tritato mezzo chilo di aglio li dentro!

Finito di mangiare è partito il solito gioco alcolico: questa volta con i dadi…tralasciando il risultato (che tanto è sempre lo stesso), alla fine siamo usciti e siamo andati in due pub in Arad (show live di Dario, altro volontario italiano, che ha cantato gli Iron Maiden a squarciagola nel secondo locale…stavo per morire dalle risate!).

Insomma, sabato mattina sveglia e si riparte alla volta di Budapest! A parte lo scandaloso rumeno che ci ha dato un passaggio fin dopo la frontiera, tutto è andato per il meglio. Ah, quasi dimenticavo: alla frontiera (la Vama in rumeno) c’erano 5 o 6 poliziotti che ci hanno chiesto i documenti, e fatto qualche domanda…mi sembrava di stare al bar! “Ah, ma parlate bene rumeno! Di dove siete?” “Io italiano, lei lituana” “Ah, bravi…e dimmi un pò (questa parte in italiano) andate in Italia o in Lituania?” “Ehm…no no, andiamo a Budapest, in visita” “Ehi, dimmi la verità: Italia o Lituania?”. Sima che rideva come una scema! Roba da non credere…nemmeno hanno guardato dentro gli zaini!

Superato il confine con questi due tizi rumeni che ci hanno chiesto 20 euro a testa per arrivare a Budapest, siamo scesi dall’auto e ripreso a fare l’autostop. Ci carica dopo una decina di minuti un camionista turco, di nome Gian (e dovrebbe significare “anima” o “cuore”…oppure non ci abbiamo capito niente, dato che non parlava nessuna delle lingue che conosciamo!); giusto per ribadire il fatto che i camionisti sono i migliori, ci ha offerto dei biscotti turchi buonissimi, cioccolatini e succo di frutta! Non faceva altro che sorridere e ridere parlando della Turchia e del fatto che la sua terra era “Super!”.

Ci ha lasciato giusto all’entrata di Budapest, dove abbiamo fatto l’autostop per gli ultimi cinque chilometri: un simpatico quarantenne che parlicchiava in inglese ci ha dato uno strappo per la prima fermata del tram. Cambiati i soldi, siamo andati in centro per raggiungere Agnes, studentessa e lavoratrice part-time trovata grazie a couchsurfing. Vive in pieno centro, non lontano da diversi punti di interesse della città, in un bilocale con terrazza al quinto piano (dannato ascensore che si è bloccato proprio domenica sera mentre il vino cominciava a fare effetto!!)!

Agnes…Agnes…una ragazza interessante, non mi ha veramente colpito passare del tempo con lee: ci ha portato un pò a spasso per la città, ma non è stata “into us” fino in fondo. Ma non mi lamento: in fondo abbiamo speso 25 euro in cinque giorni di viaggio, posso ritenermi soddisfatto 🙂

Dove ero rimasto? Ah, Budapest…

Ed ora da dove comincio? Come spiegare la bellezza e l’atmosfera di questa città? Impossibile.

In ogni angolo della città c’è uno scorcio, un edificio, un pezzo di cielo che ti lascia senza fiato. Non è caotica, non è particolarmente sporca, non è strapopolata di individui…mi ha lasciato senza fiato più di una volta.

L’impressione generale che mi ha lasciato questa capitale è ben diversa da molte altre: qui non ho trovato milioni di turisti pronti ad annoiarmi dopo dieci secondi (solo nei punti iperturistici…e mi riferisco quindi al castello di Buda e alla statua che simboleggia la libertà…), non ho trovato milioni di macchine pronte a falciarti le gambe al primo incrocio, non ho trovato persone urlare nei mezzi pubblici…varietà, bellezza, allegria, fascino e novità. Queste sono le parole che mi balzano in mente pensando a me camminare per le strade di Budapest. Definizione super scontata? Forse lo è, ed  è normale. Impossibile non provare una miriade di sentimenti positivi nel visitare questo posto.

La Cattedrale, la Sinagoga, la collina da cui si ammira tutta la città, il ponte, le mille strade percorse in maniera casuale e del tutto illogica, i locali (il Sympla e l’Illegal spaccano!) pieni di vita e di stranezze, le metro e i tram presi senza biglietti, i tanti barboni sempre uguali in ogni luogo della terra, la stazione rossa come fuoco, il mercato coperto, il Danubio, le tante biciclette/pattini/skate, la gente, le persone incontrate…la mia testa finirà per scoppiare!

Non ce la faccio a pensare a tutto! Troppe informazioni da raccontare e da dire! Troppe scene impresse nella mia mente!

La grande piazza di fronte al parlamento dove è iniziata la rivolta del 1956. La tomba simbolica.I discorsi sulla politica con Agnes. I barboni che pregano agli angoli delle strade, cercando di suscitare la tua pietà; gli italiani che cercano di spillare soldi con il gioco delle tre campane agli angoli delle strade. Le persone che non parlano inglese. Le persone che lo parlano meglio di me. L’ungherese, incomprensibile. Grazie si dice, Casinò. Questo il modo coniato da Sima per cercare di ricordarselo. Ovviamente non ha funzionato. La Palinka, quel diavolo di tritabudella che non facciamo altro che bere anche in Romania (nella sua versione alla prugna “Tuica”). I discorsi sulla mafia con Agnes; i mille discorsi con la lituana sulla vita, sul futuro, sui viaggi, su Sofia, sulla vita di nuovo, sul cibo. Gli occhi delle persone. Il colore dei capelli. Le scalata a quella diavolo di collina da dove si vede tutta Budapest. Peccato che l’abbiamo fatta domenica mattina. Prima di ricominciare l’autostop. Con gli zaini iper pesanti. E con quella diavolo di borsa della macchinetta fotografica. Nulla di più scomodo, mannaggia al demonio. I battelli sul Danubio. Il Danubio blu. Che non è per niente blu a Budapest. Il palazzo del Parlamento. Gli edifici neri, quelli con i mattoni rossi, vecchi di centinaia di anni. Al loro fianco, edifici nuovi. La Black Panther, che è un centro estetico. Le strade e gli alberi, gialli d’autunno, verde spento d’inverno, ma ai miei occhi solari ed estivi come non mai. I mille chilometri percorsi a piedi senza una minima logica. Le strade e gli alberi. Le foto e i momenti impressi nella mia camera. I mille momenti non impressi poichè è impossibile per me non restare incantato di fronte allo spettacolo che le persone hanno la capacità di creare di fronte a me. La vita, in ogni sua manifestazione. La città. Budapest. Il Sympla con la mille cazzate al suo interno, con tutte quelle cose che colgono la tua attenzione. Rifiuti. La parola “Wow” ripetuta mille volte. La parola “amazing” ripetuta altre duemila ridendo come scemi ripensando a Mariell, la volontaria estone. Le risate e i discorsi. Le persone incontrate sui camion, sulle macchine. Le loro vite. Le loro battute sull’Italia, su dove diavolo si trova la Lituania. Le domande sul volontariato e sulla nostra vita. Le lamentele sulla loro vita, sempre sulla strada, sempre alla guida di quel camion. Sembrano avere mille storie da raccontare. I loro occhi trasudano storie e racconti. Chi non vede l’ora di parlarti. Chi non vuole dirti nemmeno una parola. Pensieri e storie.

Ti uccide viaggiare. Come diavolo fai a non mollare tutto, fermarti in un luogo della terra, lavorare e restare li per il resto della tua vita? Qualcuno deve spiegarmi come si fa. Deve esserci una ricetta, il segreto della felicità è scritto in qualche libro… o forse si trova nella natura che ci circonda? O nelle persone che ci circondano? La mia mente continua a sprigionare pensieri, sentendosi libera di fantasticare a suo piacimento. E mettere nero su bianco quello che penso giorno per giorno, inizia a rivelarsi sempre più complicato. Cristo, come diavolo faccio a continuare in questo modo proprio non lo so. Dovrò pensare al mio futuro non appena finisco qui…e chi vuole pensarci? Continuo ad incontrare persone che vivono tipologie di vite alternative e mi sento stupido al cento per cento nel pensare ad un futuro convenzionale. Non l’ho mai fatto e non ho la minima idea di iniziare ora a distruggermi la testa con pensieri stupidi e senza senso. E non mi piacciono espressioni come “ritornare alla realtà”: la realtà è quella che vivo ogni giorno della mia vita, forte e piena di emozioni ogni secondo che passa. Anche ora, semplicemente ricordando quello che mi è capitato in cinque giorni lontano dalla mia piccola comunità rumena.

Dove diavolo ero rimasto? Ah, Budapest.

Domenica pomeriggio abbiamo ricominciato a fare l’autostop. Un solo camion stavolta, non di quelli enormi, dritto dritto fino ad Arad. Il conducente era un rumeno simpaticissimo. Tornati dagli altri volontari sono iniziati i racconti e le storie; gli altri sono andati a Szeget ed hanno avuto qualche problema con l’autostop, ma in fin dei conti siamo tutti andati a dormire con un grande sorriso. E lunedi gli ultimi 300 chilometri a casa, due minivan, il secondo un autobus di linea dell’ATLASSIB, la compagnia rumena di linea. Ovviamente, non abbiamo pagato il biglietto. A volte anche i più umili di questo mondo, ti strappano un sorriso con una facilità tremenda. “Fara Bani,ok” (senza soldi,ok?), mi guarda e mi dice “Haide”, dai venite. Mi giro, chiamo Sima “Cmon Sima, It’s for free!”. Saltiamo su, felici come adolescenti. Sorridiamo.

Come sto facendo ora.

Haide!

 

 

R.’