Archivio per novembre, 2012

Palestinian President Mahmoud Abbas addresses the United Nations Generally Assembly th UN.Le dichiarazioni dei “potenti” mi hanno sempre affascinato. C’è un mondo dietro ad ogni frase, ad ogni parola che il “potente” di turno sceglie.

Da sempre mi pongo una serie di domande come:

  1. Chi scrive i loro discorsi?
  2. Aggiungono “parole” o “frasi” di loro iniziativa?
  3. Non si pongono il problema della veridicità di tutto quello che affermano?

Non se ne parla quasi mai, e si tende a dimenticare che un buon novanta per cento delle frasi che ci piace attribuire al questo o quel politico, molto probabilmente sono state scritte da altre persone. Ghostwriters. Chissà quanti ce ne sono sparsi per il mondo. Chissà se si sentono frustrati o se subiscono il peso del loro lavoro. Io mi sentirei male.

Veniamo al punto. Volevo raccogliere qui una serie di dichiarazioni fatte all’indomani del voto all’assemblea dell’ONU sul riconoscimento della Palestina come membro osservatore permanente (senza diritto di voto quindi).

Scontato il risultato, scontata la polemica filo-israeliana, incerto il futuro di pace. Come sempre.

Hillary Clinton : unfortunate and counterproductive […]only through direct negotiations between the parties can the Palestinians and Israelis achieve the peace that both deserve: two states for two people, with a sovereign, viable, independent Palestine living side by side in peace and security with a Jewish and democratic Israel. (traduzione : la risoluzione è un atto spiacevole e controproducente … solo attraverso un negoziato diretto fra le parti si potrà ottenere la pace che entrambi, Palestinesi ed Israeliani, meritano: due stati per due popoli, con uno stato Palestinese sovrano, vivibile, indipendente, che viva fianco a fianco in pace e sicurezza con un Ebraico e Democratico stato Israeliano.)

Spettacolare l’uso della parola “Jewish”. Quindi i Palestinesi non devono solo riconoscere quello stato solo in quanto tale, ma soprattutto in quanto “Ebreo”. Perchè questo è ciò che conta realmente. “Volete la pace cari palestinesi, caro mondo arabo? L’avrete solo a patto di sottomettervi“. E poi c’è chi dice che la buon vecchia retorica è terminata nella politica!

Ron Prosors (ambasciatore israeliano):  I have a simple message for those people gathered in the General Assembly today, no decision by the U.N. can break the 4000 year old bond between the people of Israel and the land of Israel. […]The world waits for President Abbas to speak the truth that peace can only be achieved through negotiations by recognizing Israel as a Jewish State[…]For as long as President Abbas prefers symbolism over reality, as long as he prefers to travel to New York for UN resolutions, rather than travel to Jerusalem for genuine dialogue, any hope of peace will be out of reach. (traduzione: Ho un semplice messaggio per coloro che si sono riuniti oggi nell’Assemblea Generale, nessuna decisione dell’ONU può infrangere il vincolo vecchio 4000 anni fra il popolo Israeliano e lo stato di Israele… Il mondo attende che il Presidente Abbas dica realmente che la pace possa solamente essere negoziata attreverso il riconoscimento di Israele come Stato Ebraico…Fino a quanto Abbass preferirà il simbolismo alla realtà, fino a quando preferirà viaggiare fino a New York per una risoluzione dell’ONU, piuttosto che fino a Gerusalemme per un vero dialogo, nessuna speranza di pace verrà mai raggiunta).

Per la serie: Israele decide senza consultare niente e nessuno. Non l’ONU, non gli USA, non i Palestinesi. L’inutilità della risoluzione ONU, viene ribadita e rafforzata. Inutile sperare che la pace possa essere imposta. L’hanno ribadito USA, Germania, Canada, e tutti gli altri stati che hanno votato no (9) o si sono astenuti (41). L’ha ribadito un Europa divisa (come sempre) sulle questioni di politica estera. E l’ambasciatore israeliano ha messo la ciliegina sulla torta. Che belle quelle manifestazioni di gioia a Gaza, a Tel Aviv. Peccato che i “potenti” non hanno mai mostrato molto interesse verso gli “invisibili”. Dimenticavo di citare la stupenda frase di Benjamin Netanyahu per quanto riguarda il voto: “will not change anything on the ground.” Non cambierà nulla. Giusto per essere chiari.

Palestine

Gli altri interventi sono solo minestra riscaldata: Abbas non fa altro che ribadire la politica palestinese, finta apertura verso lo stato Israeliano mista con condanne sparse e richieste di ritorno verso i confini pre-1967 (cosa “infattibile” per Israele),la Francia prevede uno scenario “rischioso” per il dopo-voto, la Germania perde sempre maggiore credibilità a livello di politica estera (tutti stanno aspettando il post-Merkel, oramai la leader tedesca appare sempre più stanca), la Santa Sede appoggia la two-state solution, il Canada si conferma subordinata agli USA. Nulla di nuovo, insomma.

Conclusioni…?

Nonostante tutto il pessimismo possibile, nonostante tutta la tristezza che emerge nel sapere l’inutilità di questo processo, nonostante i “potenti” ribadiscono ora e sempre la loro lontananza verso i problemi degli individui comuni, un raggio di sole sembra illuminare quella landa desolata che è Gaza. Non posso fare a meno di sorridere guardando la felicità e la gioia di miliaia di persone all’indomani del voto. Tutto il mondo arabo ci crede. La primavera araba ne è la prova. Voglio usare le parole di Adam Shatz: 

The Arab world is changing, but Israel is not.

Mi piace pensarla cosi, in fondo. Mi piace pensare che un processo irreversibile è stato avviato.

Alla fine dei conti, resto sempre e comunque un utopista.

R.

Stay Human

Link utili:

Odifreddi fa parte di quella categoria di pensatori che non ricoprira’ mai una carica politica di qualsiasi tipo. In Italia se sono estremi, rivoluzionari, non li vogliamo.

Ma dateci il populismo e la democrazia cristiana, e tutti sono felici e contenti!

Riporto qui le interessanti parole del prof. Odifreddi (link originale)

Appena inizio a spiegare a Piergiorgio Odifreddi il senso delle nostre interviste che a Pubblico chiamiamo “What’s Left”, mi interrompe subito sul nome che abbiamo scelto. «Che cos’è oggi la sinistra? Mi viene in mente una definizione concisa: un bel ricordo». Lui è un logico, matematico “impertinente” come lui stesso si è autodefinito in un celebre libro, conosciutissimo non solo per le sue opere scientifiche, ma anche per i suoi libri di divulgazione e per le sue prese di posizione mai banali.

Inizi subito entrando a gamba tesa.
Quando a Gandhi chiesero cosa pensava della civiltà occidentale, lui rispose: “Sarebbe una buona idea”. Ecco, della sinistra potremmo dire la stessa cosa: non mi dispiacerebbe affatto avercela…

Sei davvero pessimista: non vedi speranze?
Le speranze sono irrazionali, ci sono anche senza motivo. Certo è che vedo poche prospettive, soprattutto dopo l’esperienza del governo Monti, secondo me molto peggio di Berlusconi perché ha fatto riforme, come quella delle pensioni, che il Cavaliere non era riuscito a fare.

Ma Monti non è la sinistra.
Però il Pd l’ha abbracciato calorosamente. Ripete il mantra “le misure del governo Monti erano inevitabili e ineluttabili”. Ineluttabile forse è il fine ma non i mezzi che si usano per raggiungerlo. Il Pd si è assoggettato a questo ricatto.
E se andasse al governo alle prossime elezioni?
I sondaggi lo danno al 30%. Ma con questa percentuale sarebbe difficile governare. Allora che si
fa? Si urla al colpo di stato (insieme a Grillo, fra l’altro) perché la legge elettorale non premia il primo partito, che magari ha appunto il 30% dandogli il 50-60% dei seggi. Si preparano sperando che ci sia quella che loro stessi, quand’erano di sinistra, chiamavano la legge-truffa: ovvero quando negli anni Cinquanta si propose il premio di maggioranza. Oggi invece ci raccontano che la governabilità richiede queste tattiche e strategie. Eppure non si tiene conto per esempio che la maggioranza dev’essere degli aventi diritto e non dei votanti. In un parlamento veramente democratico ci dovrebbe essere una parte di seggi vuoti che corrispondono a coloro che non hanno votato, e le leggi poi dovrebbero passare col 50%.

Detta da un logico non fa una piega…
Un logico di sinistra. Una volta era diverso: la sinistra era rivoluzionaria. Pensa al leninismo, che era l’esatto contrario di questo principio: per nulla democratico perché si diceva “ce ne freghiamo della gente che è ignorante, imponiamo le nostre politiche per il bene della gente che non sa quel che vuole”.

Parli di Lenin e dell’Unione Sovietica: lì tu hai avuto un’esperienza burrascosa, che racconti con ironia nel capitolo “Una spia che andò al fresco” del tuo libro La repubblica dei numeri.
Fui fermato, mi tolsero il passaporto e per sei mesi non potei muovermi: stavo in Siberia, che era il posto dove ti mandavano al confine. In quei mesi fui interrogato e alla fine processato in contumacia: condannato a 15 anni. Ma non ci sono mai tornato per vedere le carte e capire se la condanna è valida tutt’oggi.

Eri lì per studiare, insegnavi all’università, e che successe?
Fui accusato per di attività anti-sovietica. Era il crimine più grave, punibile anche con la pena di morte. Mentre i reati alla persona come l’omicidio erano considerati meno gravi e al massimo si arrivava a 15 anni di galera. Ricordo che i colonnelli del Kgb mi consolavano durante gli interrogatori e mi dicevano: “ma sì, non si preoccupi, che con gli stranieri non arriviamo mai a questi livelli… lei andrà soltanto nei campi di lavoro a spaccare pietre”. E di questo dovevo pure esser contento. In realtà era una ritorsione per l’arresto di due spie sovietiche a Genova… Colte con le mani nel sacco per spionaggio industriale alla Ansaldo, a Genova, e quindi processati e condannati. Ma ci fu lo scambio e fui liberato.

Per tornare alla sinistra, ti sei sempre battuto per la laicità anche col libro “Perché non possiamo essere cristiani” (e meno che mai cattolici). A sinistra come siam messi a laicità?
Siam messi male. L’altro giorno hai visto il dibattito sulle primarie e il panthéon dei candidati?

È proprio lì che volevo arrivare…
Ecco, uno come Vendola che ti dice che il suo punto di riferimento è il cardinal Martini. L’altro, Bersani, deve dirne due e dice: “Papa”, “Giovanni”. Con la pausa in mezzo. È preoccupante, ma non perché abbiano scelto due religiosi: ma un conto è dire San Francesco o don Ciotti, altro dire due uomini di Chiesa, due uomini di potere. Ricordo che sia D’Ale- ma che Veltroni erano andati alla cerimonia di beatificazione di Josemaría Escrivá: un prete franchista, fondatore dell’Opus Dei, una delle associazioni più conservatrici e retrive che ci sono. All’epoca vedevo spesso Veltroni, così gli chiesi come mai era andato. Lui mi risponde: ci sono andato per motivi istituzionali perché sono il vescovo di Roma…

Vescovo? Un lapsus?
Ecco, vedi? Freud mi aiuta a dire la verità… Intendevo sindaco. Comunque, che c’entra il sindaco con un prete spagnolo? E D’Alema che c’entrava? Fra l’altro sono cattolici? Almeno Vendola lo dice. Ma Veltroni crede o no? Almeno c’era questo di buono: uno dei suoi vantaggi era che non si capiva mai cosa pensava…

E come valuti Grillo?
Espressione del populismo. Urla e basta. Il movimento di Grillo non credo sopravviverà a lui. Anzi, forse il contrario: Grillo non sopravvivrà al movimento. Se al parlamento entreranno 80 o 100 deputati, visto che lui non può andare (per motivi pratici: ha questa condanna per omicidio colposo e quindi non è incensurato), questi qui inizieranno a preoccuparsi di altro: basta guardare quello che è successo a Bologna con la Salsi. Inizieranno a pensare con la propria testa, diventeranno loro i protagonisti diretti della politica.

Andrai a votare per le primarie?
Non credo. Se dovessi andare voterei Vendola, che è quello meno distante.

E alle elezioni?
Bisogna vedere chi sarà il candidato del centro sinistra. Certo non Renzi: in fondo è un candidato di destra, molto berlusconiano. Paolo Flores d’Arcais propone di votare Renzi per sfasciare il Pd. Ma poi che si fa si vota Grillo per sfasciare il Parlamento? Beh, non sono d’accordo. Starei lontano da entrambi, come ho scritto sul mio blog scatenando l’ira dei grillini.

A proposito di blog, la notizia del giorno è che abbandoni il tuo su Repubblica dopo che è stato cancellato un tuo post molto critico su Israele.
In realtà c’è da stupirsi che Repubblica abbia accettato a lungo una voce come la mia, così dissonante dalla linea del giornale. C’è da ringraziarli per aver sopportato le rimostranze che di volta in volta sono arrivate da tutti gli ambienti.

La provocazione ti è sempre piaciuta.
Sì, credo se intelligente fa riflettere. Nel mio panthéon c’è J.D. Watson, lo scienziato del DNA. Un vero provocatore. Una frase di Watson che ho appesa sul mio muro è il titolo della sua autobiografia: Avoid Boring People, che in inglese è un doppio senso meraviglioso che vuol dire “evitare la gente noiosa” e anche “evitare di annoiare la gente”.

 

Io personalmente non riesco a capire come mai i partiti politici (gli unici che lo facevano tempo fa erano rifondazione comunista, ed il vecchio PCI, ed i radicali) non si avvalgono della collaborazione di persone come lui.
Chi la dovrebbe migliorare la societa’? I rivoluzionari Renzi e Bersani? Secondo me, non ci credono nemmeno loro.

 

R.

Mi piace pensare che la guerra nella striscia di Gaza sia finita per sempre, senza vincitori ne vinti, ma con la definitiva idea di costituire uno stato Palestinese libero ed autonomo.

Mi piace pensare che il popolo israeliano possa passare dal 16% dei consensi a favore della pace (fonte: canale due della televisione israeliana) fino ad un bellissimo 80% (100% sarebbe eccessivamente utopico persino per me).

Mi piace pensare che quando si votera’ all’ONU per il riconoscimento della Palestina come stato-membro (e non piu’ relegato al ruolo di osservatore), si assistera’ ad un risultato storico senza precedenti che potra’ cosi dare l’avvio ad un serio processo di pace.

Mi piace pensare che Mr. Obama possa impegnarsi in maniera decisiva per la questione palestinese. E’ stato fatto un enorme passo avanti ieri sera: il segretario di stato Hilary Clinton ha riconosciuto come interlocutore e come garante della pace il nuovo governo Egiziano (i fratelli musulmani); mi piace sperare che la politica statuniteste stia cambiando in fatto di politica estera.

Mi piace pensare che i bambini di Gaza restino i bambini di Gaza, e non un fenomeno fotografico di pubblicare su facebook. I bambini dovrebbero essere gli unici durante le guerre. E mi piace pensare che i mandandi di quei omicidi verranno rinchiusi in galera, non pagati da uno stato che si professa laico e occidentale.

Mi piace pensare che Israele non spenda un miliardo di dollari per l’Iron Dome, non spensa 40000 dollari ogni missile sparato, non mandi in bancarotta il proprio paese, ma impieghi quei soldi per la messa in atto della pace con il popolo palestinese.

Mi piace pensare che tutti coloro che si sono indignati, che hanno pianto, che si sono disperati, che hanno insultato Israele, che hanno condannato Hamas, usino lo stesso fervore per tutti gli altri conflitti presenti su questo dannato pianeta.

Mi piace pensare che la guerra in Siria torni in primo piano.

Mi piace pensare che il premier israeliano Netanyahu si dimetta a seguito di questa imbarazzante e inutile prova di forza.

Mi piace pensare un prossimo governo israeliano a favore della pace con il popolo palestinese.

Mi piace pensare che il nome di Vittorio Arrigoni non torni di nuovo nel dimenticatoio.

Mi piace pensare che gli italiani all’estero siano tutti come Rosa Schiano. Vorrei sentire parole altisonanti da parte delle nostre pubbliche autorita’ in suo onore, legittimata in cio’ che sta facendo non solo dal popolo del web.

Mi piace pensare che un giorno gli israeliani non abbiano piu’ paura di prendere un autobus, e i palestinesi non abbiano piu’ paura di vivere.

Mi piace pensare che un giorno leggero’ di nuovo le mie parole e sorridero’ come un bambino pensando che i sogni non sempre siano irraggiungibili.

Stay Human. Restiamo Umani.

R.

Il famoso matematico si e’ congedato. Non pubblichera’ piu’ il suo blog nel sito della Repubblica. Motivo? La cancellazione del suo post sull’attacco israeliano a Gaza. Le parole logica nazista hanno fatto rizzare i capelli ad Ezio Mauro.

Ovviamente, pubblico qui in versione integrale il post incriminato e la successiva risposta di Odifreddi dopo la cancellazione del suo post.

Il post cancellato dal blog della Repubblica

Dieci volte peggio dei nazisti (18)
Uno dei crimini più efferati dell’occupazione nazista in Italia fu la strage delle Fosse Ardeatine. Il 24 maggio 1944 i tedeschi “giustiziarono”, secondo il loro rudimentale concetto di giustizia, 335 italiani in rappresaglia per l’attentato di via Rasella compiuto dalla resistenza partigiana il 23 maggio, nel quale avevano perso la vita 32 militari delle truppe di occupazione. A istituire la versione moderna della “legge del taglione”, che sostituiva la proporzione uno a uno del motto “occhio per occhio, dente per dente” con una proporzione di dieci a uno, fu Hitler in persona.

Il feldmaresciallo Albert Kesselring trasmise l’ordine a Herbert Kappler, l’ufficiale delle SS che si era già messo in luce l’anno prima, nell’ottobre del 1943, con il rastrellamento del ghetto di Roma. E quest’ultimo lo eseguì con un eccesso di zelo, aggiungendo di sua sponte 15 vittime al numero di 320 stabilito dal Fuehrer. Dopo la guerra Kesselring fu condannato a morte per l’eccidio, ma la pena fu commutata in ergastolo e scontata fino al 1952, quando il detenuto fu scarcerato per “motivi di salute” (tra virgolette, perché sopravvisse altri otto anni). Anche Kappler e il suo aiutante Erich Priebke furono condannati all’ergastolo. Il primo riuscì a evadere nel 1977, e morì pochi mesi dopo in Germania. Il secondo, catturato ed estradato solo nel 1995 in Argentina, è tuttora detenuto in semilibertà a Roma, nonostante sia ormai quasi centenario.

In questi giorni si sta compiendo in Israele l’ennesima replica della logica nazista delle Fosse Ardeatine. Con la scusa di contrastare gli “atti terroristici” della resistenza palestinese contro gli occupanti israeliani, il governo Netanyahu sta bombardando la striscia di Gaza e si appresta a invaderla con decine di migliaia di truppe. Il che d’altronde aveva già minacciato e deciso di fare a freddo, per punire l’Autorità Nazionale Palestinese di un crimine terribile: aver chiesto alle Nazioni Unite di esservi ammessa come membro osservatore! Cosa succederà durante l’invasione, è facilmente prevedibile. Durante l’operazione Piombo Fuso di fine 2008 e inizio 2009, infatti, compiuta con le stesse scuse e gli stessi fini, sono stati uccisi almeno 1400 palestinesi, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, a fronte dei 15 morti israeliani provocati in otto anni (!) dai razzi diHamas. Un rapporto di circa 241 cento a uno, dunque: dieci volte superiore a quello della strage delle Fosse Ardeatine. Naturalmente, l’eccidio di quattro anni fa non è che uno dei tanti perpetrati dal governo e dall’esercito di occupazione israeliani nei territori palestinesi.

Ma a far condannare all’ergastolo Kesserling, Kappler e Priebke ne è bastato uno solo, e molto meno efferato: a quando dunque un tribunale internazionale per processare e condannare ancheNetanyahu e i suoi generali?

Piergiorgio Odifreddi

 

Risposta di Odifreddi a seguito della cancellazione del post

Il non-senso della vita è iniziato il 31 agosto 2010, e ha cercato di gettare uno sguardo il più possibile razionale, e dunque non convenzionale, sugli avvenimenti che la cronaca proponeva quotidianamente alla nostra attenzione. Lo stesso titolo del blog, nonostante la palese provocazione filosofica e teologica, intendeva programmaticamente indicare che gli spunti di meditazione e di discussione sarebbero stati scelti, in maniera idiosincratica, tra quelli che potevano essere considerati come “portatori di non senso”.

Per 809 giorni Repubblica.it ha generosamente ospitato le mie riflessioni, che spesso non coincidevano con la linea editoriale del giornale, e ha offerto loro l’invidiabile visibilità non solo del suo sito, ma anche di un richiamo speciale nella sezione Pubblico. Da parte mia, ho approfittato di questa ospitalità per parlare in libertà anche di temi scabrosi e non politically correct, che vertevano spesso su questioni controverse di scienza, filosofia, religione e politica.

Naturalmente, sapevo bene che toccare temi sensibili poteva provocare la reazione pavloviana delle persone ipersensibili. Puntualmente, vari post hanno stimolato valanghe (centinaia, e a volte migliaia) di commenti, e aperto discussioni che hanno fatto di questo blog un gradito spazio di libertà. Altrettanto naturalmente, sapevo bene che la sponsorizzazione di Repubblica.it poteva riversare sul sito e sul giornale proteste direttamente proporzionali alla cattiva coscienza di chi si sentiva messo in discussione o criticato.

Immagino che il direttore del giornale e i curatori del sito abbiano spesso ricevuto lagnanze, molte delle quali probabilmente in latino. Ma devo riconoscere loro di non averne mai lasciato trasparire più che un vago sentore, e di aver sempre sposato la massima di Voltaire: “detesto ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”. Mai e sempre, fino a ieri, quando anche loro hanno dovuto soccombere di fronte ad altre lagnanze, questa volta sicuramente in ebraico.

Cancellare un post non è, di per sè, un grande problema: soprattutto nell’era dell’informatica, quando tutto ciò che si mette in rete viene clonato e continua comunque a esistere e circolare. Non è neppure un grande problema il fatto che una parte della comunità ebraica italiana non condivida le opinioni su Israele espresse non soltanto da José Saramago e Noam Chomsky, al cui insegnamento immodestamente mi ispiro, ma anche e soprattutto dai molti cittadini israeliani democratici che non approvano la politica del loro governo, ai quali vanno la mia ammirazione e la mia solidarietà.

Il problema, piccolo e puramente individuale, è che se continuassi a tenere il blog, d’ora in poi dovrei ogni volta domandarmi se ciò che penso, e dunque scrivo, può non essere gradito a coloro che lo leggono: qualunque lingua, viva o morta, essi usino per protestare. Dovrei, cioè, diventare “passivamente responsabile”, per evitare di non procurare guai. Ma poiché per natura io mi sento “attivamente irresponsabile”, nel senso in cui Richard Feynman dichiarava di sentirsi in Il piacere di trovare le cose, preferisco fermarmi qui.

Tenere questo blog è stata una bella esperienza, di pensiero e di vita, e ringrazio non solo coloro che l’hanno ospitato e difeso, ma anche e soprattutto coloro che vi hanno partecipato. La vita, con o senza senso, continua. Ma ci sono momenti in cui, candidamente, bisogna ritirarsi a coltivare il proprio giardino

 

Inutile. Sperare in una reale liberta’ di stampa in questo paese e’ del tutto inutile. Sperando di poter leggere Odifreddi ben presto, mi tocca eliminare il suo blog dai miei link e sperare di poter aggiungere ben presto uno nuovo.

Complimenti alla Repubblica per la sua ennesima figura di merda.

 

R.

 

Link del (vecchio) blog di Odifreddi sulla Repubblica: Il non-senso della vita

 

Vaizdas:Noam chomsky cropped.jpg

di Noam Chomsky

(traduzione di Elena Bellini di We are all on the Freedom Flotilla 2)

Gaza -Anche una sola notte in cella è abbastanza per assaggiare cosa vuol dire essere sotto il totale controllo di una forza esterna. E ci vuole poco più più di un giorno a Gaza per iniziare a rendersi conto di come dev’essere cercare di sopravvivere nella più grande prigione a cielo aperto del mondo, in cui un milione e mezzo di persone, nell’area più densamente popolata del mondo, sono costantemente assoggettate al terrore casuale e spesso selvaggio e ad una punizione arbitraria, senza nessun’altro scopo che quello di umiliare e degradare, e con l’ulteriore obiettivo di assicurarsi che le speranze dei palestinesi per un futuro decente verranno schiacciate e che il crescente appoggio mondiale per una soluzione diplomatica che garantisca i loro diritti venga annullato.

L’intensità di questo impegno da parte della leadership politica israeliana è stato drammaticamente illustrato negli ultimi giorni, quando ci hanno avvisato che “impazziranno” se ai diritti dei palestinesi verrà dato anche solo un parziale riconoscimento alle Nazioni Unite. Non è un nuovo inizio. La minaccia di “diventare pazzi” (“nishtagea”) è profondamente radicata, fin dai governi laburisti degli anni ’50, insieme al relativo “Complesso di Sansone”: raderemo al suolo il muro del Tempio se attraversato. Era una minaccia risibile, allora; non oggi.

Nemmeno l’umilizione intenzionale è una novità, anche se prende sempre nuove forme. Trent’anni fa i leader politici, compresi alcuni tra i più noti “falchi”, hanno sottoposto al Primo Ministro Begin un racconto sconvolgente e dettagliato di come i coloni maltrattano regolarmente i palestinesi nel modo più depravato e nella totale impunità. L’importante studioso politico-militare Yoram Peri ha scritto con disgusto che il compito dell’esercito non è difendere lo stato, ma “demolire i diritti di un popolo innocente solo perchè sono Araboushim (termine dispregiativo per indicare gli Arabi, n.d.t.; come dire “negri”, “giudei”) che vivono in territori che Dio ha promesso a noi”.

I Gazawi sono stati selezionati per una punizione particolarmente crudele. E’ quasi un miracolo che la popolazione possa sopportare un tale tipo di esistenza. Come ci riescano è stato descritto trent’anni fa in un’eloquente memoria di Raja Shehadeh (The Third Way – La Terza Via), basata sul suo lavoro di avvocato ingaggiato nelle battaglie senza speranza di cercare di proteggere i diritti fondamentali restando all’interno del sistema giuridico studiato per assicurare il fallimento, e la sua personale esperienza come Samid, “perseverante”, che vede casa sua diventare una prigione a causa dei brutali occupanti e non può fare niente ma in qualche modo “resiste”.

Da quando Shehadeh ha scritto, la situazione è peggiorata. Gli Accordi di Oslo, celebrati in pompa magna nel 1993, hanno determinato che Gaza e la Cisgiordania siano singole entità territoriali. Da allora, gli Stati Uniti e Israele hanno dato il via al loro programma di separarli completamente uno dall’altro, così come di bloccare gli accordi diplomatici e punire gli arabi in entrambi i territori.

La punizione dei Gazawi si è fatta ancor più severa nel gennaio del 2006, quando hanno commesso il crimine maggiore; hanno votato “nel modo sbagliato” alle prime elezioni del mondo arabo, eleggendo Hamas. Dando dimostrazione della loro appassionata “bramosia per la democrazia”, gli Stati Uniti e Israele, seguiti dalla timida Unione Europea, imposero immediatamente un assedio brutale, insieme a pesanti attacchi militari. Gli Stati Uniti, inoltre, ripristinarono immediatamente la procedura operativa di quando qualche popolo disobbediente elegge il governo sbagliato: preparare un golpe militare per restaurare l’ordine.

I Gazawi commisero un crimine ancora maggiore un anno dopo, fermando il colpo di stato, il che portò ad una rapida intensificazione dell’assedio e degli attacchi militari. Questi hanno raggiunto il culmine nell’inverno 2008 – 2009, con l’operazione Piombo Fuso, uno dei più codardi e feroci esempi di forza militare nella storia recente, dal momento che una popolazione indifesa, rinchiusa e senza via di fuga, fu vittima di un attacco implacabile operato da uno dei più avanzati sistemi militari del mondo, basato su armi statunitensi e protetto dalla diplomazia USA. Un’indimenticabile testimonianza diretta del massacro – “infanticidio”, per usare le loro parole – viene dai due coraggiosi medici norvegesi che lavorarono nel principale ospedale di Gaza durante l’attacco spietato, Mads Gilbert e Erik Fosse, nel loro notevole libro “Eyes in Gaza – Occhi a Gaza”.

Il neo Presidente Obama non fu in grado di dire una parola, a parte il reiterare la sua sincera vicinanza ai bambini sotto attacco – nella città israeliana di Sderot. L’assalto attentamente preparato giunse a un termine prima della sua nomina, in modo che poi ha potuto dire che “adesso è il momento di guardare avanti, non indietro”, il rifugio abituale per i criminali.

Ovviamente c’erano dei pretesti – ce ne sono sempre. Quello solito, rispolverato quando serve, è la “sicurezza”: in questo caso, razzi “fatti in casa” da Gaza.

Come sempre succede, il pretesto mancava di qualsiasi credibilità. Nel 2008 era stata stabilita una tregua tra Israele e Hamas. Il governo israeliano formalmente aveva riconosciuto che Hamas l’aveva completamente osservata. Non un solo razzo di Hamas era stato sparato prima che Israele rompesse la tregua sotto la copertura delle elezioni USA del 4 novembre 2008, invadendo Gaza con motivazioni ridicole e ammazzando mezza dozzina di membri di Hamas. Il governo israeliano era stato avvertito dagli alti funzionari dei suoi servizi segreti che la tregua avrebbe potuto essere rinnovata ammorbidendo il blocco criminale e mettendo fine agli attacchi militari. Ma il governo di Ehud Olmert, conosciuto come una colomba, scelse di rifiutare queste opzioni, preferendo ricorrere al proprio enorme vantaggio in violenza: l’Operazione Piombo Fuso. I fatti salienti sono riportati nuovamente dall’esperto in politica estera Jerome Slater nella recente pubblicazione sull’Harvard MIT Journal “International Security – Sicurezza Internazionale”.

La metodologia di bombardamento utilizzata in Piombo Fuso è stata attentamente analizzata da Raji Sourani, avvocato per i diritti umani profondamente informato e internazionalmente stimato. Sourani osserva che il bombardamento si concentrava a nord, colpendo civili indifesi nelle arree maggiormente popolate, con nessun possibile pretesto militare. L’obiettivo, suggerisce, potrebbe essere stato quello di spingere la popolazione spaventata verso sud, vicino alla frontiera con l’Egitto. Ma i Samidin sono rimasti, nonostante la valanga di terrore israelo-statunitense.

Un ulteriore obiettivo è stato quello di spingerli indietro. Tornando ai primi giorni della colonizzazione sionista, si argomentava da ogni parte che gli Arabi non avessero motivi per stare in Palestina; avrebbero potuto essere ugualmente felici da qualche altra parte, e avrebbero dovuto andarsene – “essere trasferiti”, come educatamente suggerirono le colombe. Questa non è una preoccupazione di poco conto per l’Egitto, e forse è una ragione per cui l’Egitto non apre liberamente la frontiera ai civili o anche ai materiali di cui c’è disperato bisogno.

Sourani e altre fonti ben informate sottolineano che la disciplina dei Samidin nasconde una polveriera che potrebbe esplodere in qualsiasi momento, inaspettatamente, come fece la prima Intifada a Gaza nel 1989 dopo anni di miserabile repressione che non aveva suscitato alcuna avvisaglia o motivo di preoccupazione.

Per citare solo uno degli innumerevoli casi, poco prima che scoppiasse la prima Intifada, una ragazza palestinese, Intissar al-Atar, fu colpita a morte in un cortile scolastico da un residente della vicina colonia israeliana. Era uno delle varie migliaia di coloni israeliani portati a Gaza in violazione del diritto internazionale e protetti da una forte presenza dell’esercito, che stanno rubando la maggior parte della terra e delle scarse risorse idriche della Striscia e che vivono “agiatamente in 22 colonie in mezzo a un milione e 400mila palestinesi indigenti” come viene descritto il crimine dalla studiosa israeliana Avi Raz. L’assassino della studentessa, Shimon Yifrah, è stato arrestato, ma rapidamente rilasciato su cauzione quando la Corte ha determinato che “il reato non è abbastanza grave” da giustificare la detenzione. Il giudice ha commentato che Yifrah voleva solo spaventare la ragazza sparandole contro nel giardino della scuola, ma non voleva ucciderla, quindi “non è il caso di un criminale che debba essere punito, scoraggiato, e ha imparato la lezione attraverso l’arresto”.Yifrah venne condannato a 7 mesi con pena sospesa, mentre i coloni in aula esplodevano in canti e danze. E poi regnò il solito silenzio. Dopotutto, è routine.

E quindi così. Quando Yifrah venne rilasciato, la stampa israeliana riportò che una pattuglia dell’esercito aveva aperto il fuoco nel cortile di una scuola di ragazzini di età compresa tra i 6 e i 12 anni in un campo profughi della Cisgiordania, ferendo cinque bambini, presumibilmente con l’intenzione di “spaventarli” solamente. Non ci furono processi, e l’accaduto, di nuovo, non attirò nessuna attenzione. Era semplicemente un altro episodio nel programma di “analfabetismo e punizione”, disse la stampa israeliana, che comprendeva la chiusura delle scuole, l’uso di lacrimogeni, il picchiare gli studenti con i calci dei fucili, l’impedire il soccorso sanitario alle vittime; e oltre alle scuole, un regno di brutalità ancor più dura, che diventava ancora più selvaggio durante l’Intifada, sotto il comando del Ministro della Difesa Yitzhak Rabin, altra stimata colomba.

La mia prima impressione, dopo una visita di qualche giorno, è stata di stupore, non solo per la capacità di andare avanti con la vita, ma anche per la vibrante vitalità tra i giovani, specialmente all’università, dove ho passato la maggior parte del mio tempo in una conferenza internazionale. Ma anche lì si possono scovare segnali che la pressione potrebbe diventare troppo dura da sopportare. Studi dicono che tra i giovani uomini c’è una frustrazione che ribolle, un riconoscere che sotto l’occupazione israelo-statunitense il futuro non riserva niente per loro. E’ solo che ce n’è così tanta che gli animali in gabbia possono sopportare, e può esserci un’eruzione, magari in forme orribili – il che offre un’opportunità per gli apologeti israeliani e occidentali di condannare in modo ipocrita le persone che sono culturalmente arretrate, come ha spiegato acutamente Mitt Romney.

Gaza ha l’aspetto di una tipica società del terzo mondo, con sacche di ricchezza circondate da mostruosa povertà. Non è, comunque, “sottosviluppata”. Piuttosto è “de-sviluppata”, e in modo sistematico, per usare le parole di Sara Roy, la principale esperta accademica di Gaza. La Striscia di Gaza avrebbe potuto diventare una prospera regione mediterranea, con una ricca agricoltura e una fiorente industria ittica, spiagge meravigliose e, come scoperto una decina di anni fa, buone prospettive di risorse estensive di gas naturale all’interno delle sue acque territoriali. Per coincidenza o meno, fu proprio quando Israele ha intensificato il blocco navale, spingendo i pescherecci verso le coste, da quel momento entro le 3 miglia marittime.

Le prospettive favorevoli sono state abortite nel 1948, quando la Striscia ha dovuto assorbire un flusso di profughi palestinesi che scapparono in preda al terrore o furono espulse con la forza da quello che poi diventò Israele, in alcuni casi espulsi mesi dopo il formale “cessate il fuoco”.

Di fatto, sono stati espulsi anche quattro anni dopo, come riportato su Ha’aretz (25.12.2008), in uno studio ragionato di Beni Tziper sulla storia dell’israeliana Ashkelon dall’epoca dei Cananei. Nel 1953, dice, c’era un “freddo calcolo secondo cui era necessario ripulire la regione dagli Arabi”. Anche il nome originario, Majdal, è stato “giudaizzato” all’odierno Ashkelon, normale amministrazione.

Questo è successo nel 1953, quando non c’era nemmeno l’ombra di necessità militari. Tziper stesso è nato nel 1953, e mentre passeggia tra le rovine dell’antico settore arabo, pensa che “è molto difficile per me, molto difficile, realizzare che mentre i miei genitori stavano festeggiando la mia nascita, altre persone stavano venendo caricate su camion e venivano espulse dalle loro case”.

Le conquiste israeliane del 1967 e le loro conseguenze diedero ulteriori scossoni. Quindi arrivarono i terribili crimini già menzionati, fino al giorno d’oggi. I segnali sono facili da vedere, anche con una visita veloce. Seduto in un hotel vicino alla costa, si può sentire il rumore degli spari delle navi da guerra israeliane che spingono i pescatori dalle acque territoriali di Gaza verso la costa, così sono costretti a pescare in acque fortemente inquinate a causa del rifiuto statunitense-israeliano di permetttere la ricostruzione dei sistemi fognari e della rete elettrica che loro stessi hanno distrutto.

Gli Accordi di Oslo stabilirono i piani per due impianti di desalinizzazione, una cosa necessaria in questa regione. Uno, un’infrastruttura avanzata, fu costruito: in Israele. Il secondo a Khan Younis, nel sud della Stricia di Gaza. L’ingengere incaricato di tentare di ottenere acqua potabile per la popolazione spiegò che questo impianto era stato progettato in modo da non poter utilizzare acqua di mare, ma doveva basarsi su falde sotterranee, un procedimento più economico, che impoverisce ulteriormente la già misera falda, garantendo problemi seri in futuro. Anche in presenza di tale impianto, l’acqua è veramente scarsa. L’UNRWA, che si prende cura dei rifugiati (ma non di altri Gazawi), ha recentemente pubblicato un report lanciando l’allarme sul fatto che il danno alle falde acquifere potrebbe presto diventare “irreversibile”, e che, senza una rapida misura correttiva, dal 2020 Gaza potrebbe non essere più un “posto vivibile”.

Israele permette l’ingresso del cemento per i progetti dell’UNRWA, ma non per i gazawi coinvolti dall’urgente necessità di ricostruzione. La limitata attrezzatura pesante è ridotta al minimo, visto che Israele non ammette l’ingresso di materiali per la ricostruzione. Tutto ciò fa parte del programma generale descritto dal funzionario israeliano Dov Weisglass, consigliere del Primo Ministro Ehud Olmert, dopo che i Palestinesi non obbedirono agli ordini nelle elezioni del 2006: “L’idea” ha detto “è di mettere a dieta i Palestinesi, ma non fino a farli morire di fame”. Non è una bella cosa.

E il piano si sta seguendo scrupolosamente. Sara Roy ne ha data ampia dimostrazione nei suoi studi accademici. Recentemente, dopo diversi anni di sforzi, l’organizzazione israeliana per i diritti umani Gisha è riuscita ad ottenere un provvedimento giudiziario perchè il governo consegni la documentazione contenente i dettagli dei piani di dieta, e le modalità di esecuzione. Jonathan Cook, giornalista israeliano, li ha riassunti: “Funzionari del Ministero della Salute hanno fornito calcoli del numero minimo di calorie di cui ha bisogno il milione e mezzo di abitanti di Gaza per evitare la malnutrizione. Questi valori sono stati trasformati in camion di cibo a cui Israele dovrebbe permettere l’ingresso ogni giorno… una media di soli 67 camion – molto meno della metà del fabbisogno minimo – sono entrati quotidianamente a Gaza. Questo paragonato agli oltre 400 camion che entravano prima dell’inizio del blocco”. E anche questa stima è oltremodo generosa, riportano i funzionari delle Nazioni Unite.

Il risultato dell’imposizione della dieta, osserva l’esperto di Medioriente Juan Cole, è che “circa il 10% dei bambini palestinesi di Gaza sotto i 5 anni soffrono di un blocco della crescita a causa della malnutrizione… in più, è diffusa l’anemia, che colpisce più dei 2/3 dei neonati, 58,6% dei bambini in età scolare e più di 1/3 delle donne incinte”. Gli Stati Uniti e Israele vogliono assicurare che non sia possibile nulla più che la sopravvivenza.

“Ciò che dev’essere tenuto a mente” osserva Raji Sourani, “è che l’occupazione e la chiusura totale costituiscono un prolungato attacco alla dignità umana della popolazione di Gaza in particolare e di tutti i palestinesi in generale. Si tratta di degradazione sistematica, umiliazione, isolamento e frammentazione del popolo palestinese”. La conclusione viene confermata da molte altre fonti. In una delle principali riviste di medicina del mondo, The Lancet, un medico ospite di Stanford, inorridito da ciò che aveva visto, descrive Gaza come “qualcosa di simile ad un laboratorio per osservare l’assenza di dignità”, una condizione che ha effetti “devastanti” sul benessere fisico, psicologico e sociale. Il costante controllo dal cielo, le punizioni collettive attraverso il blocco e l’isolamento, l’irruzione nelle case e nelle comunicazioni e le restrizioni poste a chi cerca di viaggiare, o di sposarsi, o di lavorare, rendono difficile vivere una vita dignitosa a Gaza. All’Araboushim dev’essere insegnato a non alzare la testa.

C’era la speranza che il nuovo governo Morsi in Egitto, meno schiavo di Israele rispetto alla dittattura di Mubarak sostenuta dall’occidente, potesse aprire il valico di Rafah, unico accesso verso l’esterno per i gazawi intrappolati a non essere sottoposto al diretto controllo israeliano. C’è stata una lieve apertura, ma non molto. La giornalista Laila el-Haddad scrive che la riapertura sotto Morsi “è semplicemente un ritorno dello status-quo degli anni passati: solo i palestinesi in possesso di un documento di identità di Gaza approvato da Israele possono utilizzare il valico di Rafah” il che esclude la maggioranza dei palestinesi, compresa la famiglia el-Haddad, in cui solo una moglie ha il documento.

Inoltre, continua, “il valico non conduce alla Cisgiordania, né permette il passaggio di beni, che sono limitati ai valichi sotto controllo israeliano e soggetti a divieti per materiali di costruzione e esportazioni”. Il valico ristretto di Rafah non cambia il fatto che “Gaza resta sotto stretto assedio marittimo e aereo, e continua ad essere chiusa al capitale culturale, economico, e accademico nel resto dei territori occupati, in violazione degli obblighi israelo-statunitensi degli Accordi di Oslo”.

Gli effetti sono dolorosamente evidenti. All’ospedale di Khan Younis, il direttore, che è anche primario di chirurgia, descrive con rabbia e passione come anche le medicine per alleviare le sofferenze dei pazienti scarseggiano, così come la semplice attrezzatura chirurgica, lasciando i medici senza supporto e i pazienti in agonia. Le storie personali aggiungono una vivida base al generale disgusto che si prova davanti all’oscenità della pesante occupazione. Un esempio è la testimonianza di una giovane donna che è disperata per il fatto che suo padre, che sarebbe stato orgoglioso che lei fosse la prima donna nel campo profughi ad avere una laurea, è “morto dopo 6 mesi di lotta contro il cancro, all’età di 60 anni. L’occupazione israeliana gli ha impedito di recarsi in un ospedale israeliano per curarsi. Ho dovuto interrompere i miei studi, il lavoro e la mia vita e restare seduta accanto al suo letto. Ci sedemmo tutti, compresi mio fratello medico e mia sorella farmacista, tutti impotenti e senza speranza guardando la sua sofferenza. E’ morto durante l’inumano blocco di Gaza del 2006 con un quasi inesistente accesso al servizio sanitario. Penso che sentirsi impotenti e senza speranza sia il sentimento più letale che un essere umano possa provare. Ammazza lo spirito e spacca il cuore. Puoi combattere contro l’occupazione ma non puoi combattere il tuo sentirti impotente. Non riesci a cancellare quel sentimento”.

Disgusto davanti all’oscenità, aggravato dal senso di colpa: noi possiamo porre fine a questa sofferenza e permettere ai Samidin di godersi le vite di pace e dignità che meritano.

Noam Chomsky ha visitato la Striscia di Gaza dal 25 al 30 ottobre 2012

Gaza part 2

Pubblicato: novembre 19, 2012 in Policy
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E’ iniziato il bollettino di guerra. E via con i numeri.

Morti palestinesi 91. Morti israeliani 3. Il bilancio continua a salire, vergognosamente e vertiginosamente. Questa volta il numero dei minorenni, e soprattutto dei bambini e’ indignitoso.

Israele si rivela agli occhi di tutti cio’ che e’ veramente: uno stato guidato da un partito conservatore che non ha la minima intenzione di permettere agli arabi di continuare ad occupare la terra santa. Dato che non possono scatenare una rappresaglia che li eliminerebbe tutti, si limitano a lanciare qualche miliaio di missili e bombe in modo tale da costringere i palestinesi ad andare via definitivamente. E ci sono riusciti.

Come diceva Vittorio Arrigoni alcuni anni fa, i veri palestinesi non ci sono piu’ in Palestina. Coloro che si trovano li sono i discendenti, non sentono nemmeno l’appartenenza ad uno stato palestinese. Chi poteva, e’ fuggito via, scappato verso i paesi arabi limitrofi, cercando di dimenticare l’orrore creato dallo stato israeliano.

Esiste una soluzione a questo conflitto? No. Perche’ Israele non e’ minimamente interessato ad una sospensione della guerra. Guerra che va avanti dal 1948, sia ben chiaro. Israele vuole il suo stato. Accettare i compromessi dei territori palestinesi, fu un trauma mai superato dagli israeliani. E possiamo vederne le conseguenze.

Sondaggio fatto dalla TV israeliana: 16% degli israeliani contrati alla guerra odierna. Non ha senso nemmeno commentare questi dati.

Stay Human.

R.

Qualche link per capire meglio cosa sta succedendo: nena-news , Movimento pacifista internazionale ,  Electronic Intifada, Imemc news

                                    

 

Mercoledì, 14 Novembre 2012

Alle 15.35 di oggi Gaza è stata scossa da molteplici attacchi militari israeliani lanciati da droni, elicotteri apaches, caccia F16 e navi militari. Una delle prime persone uccise è stata Ahmed Al Jabari, comandante in capo dell’ala militare di Hamas. Le fazioni palestinesi hanno giurato vendetta e i militanti hanno sparato dozzine di razzi verso Israele. Dopo il primo attacco, le forze aree israeliane hanno condotto più di 50 bombardamenti su tutta la Striscia di Gaza che hanno causato almeno 8 morti, compresi 2 bambini e un neonato. Il Ministro della Salute ha inoltre dichiarato che più di 90 persone sono state ferite.

Cresce il timore che Israele possa lanciare un’offensiva di terra su larga scala, paura alimentata dal lancio di volantini nel Nord della Striscia da parte dell’esercito israeliano che annunciavano un’imminente invasione via terra dell’area.

Israele ha lanciato l’operazione denominata “Pillar of Defence” questo pomeriggio con l’uccisione mirata di Al Jabari la cui macchina è stata bombardata nell’area di Thalatin a Est di Gaza City. Mohammad Al-Hams, la guardia del corpo di Al Jabari che viaggiava con lui in macchina è rimasto gravemente ferito ed è morto poco dopo in ospedale. In seguito a questo attacco, una serie di bombardamenti è stata lanciata in tutta la Striscia di Gaza, colpendo aree abitate a Khan Younis, Tel Al Hawa, Sheikh Zayed Square e At Twan nel nord di Gaza, Al Sabra a Gaza City, Rafah, Beit Lahia, Khuza’a, al Bureij.

Le navi da guerra israeliane sono entrate nel mare di Gaza e si sono posizionate vicino alla costa, sparando verso terra. Verso le ore 20, le forze navali israeliane hanno sparato tra i 12 e i 15 colpi di artiglieria verso la base navale di Hamas a nord ovest del campo rifugiati di Shati a Gaza City. Si moltiplicano le ipotesi secondo cui l’offensiva si prolungherà per diversi giorni e il Primo Ministro israeliano ha dichiarato che è pronto a espandere l’operazione. In una conferenza stampa tenuta oggi il Ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, ha dichiarato: “le provocazioni che abbiamo subito e il lancio dei razzi verso gli insediamenti nel sud di Israele ci hanno costretto a intraprendere quest’azione. Voglio che sia chiaro che i cittadini israeliani non ne subiranno le conseguenze. L’obiettivo è di fermare i razzi e danneggiare l’organizzazione di Hamas”. Nonostante ciò, la maggior parte delle vittime di questo attacco sono state civili. La popolazione di Gaza si è rifugiata nelle case e il personale della maggior parte delle organizzazioni internazionali è sotto coprifuoco.

Gli ospedali di tutta la Striscia sono stati invasi dalle vittime degli attacchi. Nella conferenza stampa tenuta di fronte all’ospedale Al Shifa, il Dr Mafed El Makha El Makhalalaty, Ministro della Salute, ha spiegato che gli ospedali soffrono delle carenze causate dalla prolungata chiusura della Striscia di Gaza e dal crescente numero di attacchi avvenuti nelle ultime settimane, in cui molti bambini sono stati uccisi. Gli attacchi di oggi hanno lasciato gli ospedali privi di medicine e forniture mediche. Inoltre, ha sollecitato un intervento immediato da parte della comunità internazionale per fermare il massacro.

La stampa araba riporta che gli ospedali nel Sinai sono stati posti in stato di allerta per affrontare l’emergenza e ricevere i feriti di Gaza.

La popolazione terrorizzata di Gaza sta subendo i continui attacchi di droni, bombardamenti, fuoco navale di questa offensiva militare indiscriminata e sproporzionata. Rimane imprigionata all’interno della Striscia di Gaza e costituisce un facile obiettivo nella guerra controllata a distanza.

Ci rivolgiamo alle persone di coscienza in tutto il mondo perché si oppongano a questa aggressione illecita contro i civili palestinesi.

La comunità internazionale deve intervenire con urgenza per fermare questi violenti attacchi.

Per maggiori informazioni, contattare:

Adie Mormech +972(0)592280943

Gisela Schmidt Martin +972(0)592778020 blipfoto.com/GiselaClaire

Joe Catron +972(0)595594326

Julie Webb-Pullman +972(0)595419421 todayingaza.wordpress.com

Lydia de Leeuw +972(0)597478455 asecondglance.wordpress.com

Meri +972(0)598563299

Adriana +972(0)597241318

Siamo un gruppo di internazionali che vivono nella Striscia di Gaza e lavorano negli ambiti del giornalismo, dei diritti umani, dell’educazione, dell’agricoltura. Cerchiamo di difendere e promuovere i diritti della popolazione civile palestinese di fronte all’occupazione israeliana e alle operazioni militari. Oltre ad essere noi stessi testimoni oculari, raccogliamo informazioni dalle nostre reti personali in tutta la Striscia di Gaza, dai media locali, dal personale medico e dalle ONG internazionali presenti a Gaza.

Verifichiamo ciò che divulghiamo e speriamo che i nostri resoconti possano contribuire a rendere più accurata la copertura mediatica della situazione di Gaza.

 

Copio e riporto integralmente dal sito di informazione Nena-news.

 

Restiamo umani diceva Vittorio. Difficile. Ma quanto aveva ragione.

 

R.