Archivio per la categoria ‘Art’

Siamo di nuovo a New York.

1928 _ Di nuovo una famiglia ebraica _

William Blake pare abbia influenzato Diane Arbus. Io non sono d’accordo, e traspare nelle sue foto _ La storia personale va letta e riletta dal mio punto di vista.

Quella di William è totalmente diversa dalla vita di Diane, più traumatica, più complessa dal punto di vista sentimentale.

Questo non significa inferiore. Semplicemente, differente. Come lo sono le sue splendide foto.

Io personalmente amo tutti coloro che decidono di entrare con forza nel mondo della fotografia rompendo ogni schema, ogni legame con quella che è la “scuola di pensiero” di quegli anni. Disintegra ogni tabù con l’originalità e la bellezza che lo contraddistinguono. Le sue foto di New York sono qualcosa di mai visto prima.

Ciò che amo di William è la sua storia; forse quasi di più delle sue fotografie. Che poi è come dire la stessa cosa, se vogliamo. Nessun artista, soprattutto chi

sceglie di guardare la realtà attraverso quella minuscola lente, può prescindere dalla propria storia.

Candy StoreWilliam Klein, dicevamo. Dopo aver prestato il servizio militare nell’esercito degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, decide di trasferirsi a Parigi. L’America del dopoguerra gli sta stretta, e decide di studiare la tecnica europea. Torna a New York solo nel 1954. Ed è proprio in quel momento che farà alcuni dei suoi migliori scatti: il mosso, la grana, i soggetti_ogni piccolo dettaglio ci comunica la sua voglia di andare oltre. E ci riesce talmente tanto che non pubblicherà mai negli States il suo libro su New York.

“Life is good and good for you in New York” è del 1956. Il suo capolavoro sulla Grande Mela.

Immaginate di essere un newyorkese degli anni cinquanta. Arriva questo William Klein e vi getta in faccia tutto quello che ogni giorno cercate di evitare: bimbi armati, neri, persone pericolose; voi fate di tutto per fuggire da tutto queste aberrazioni sociali, ed arriva questo cosiddetto artista che ve le piazza in faccia. Sacrilegio! Voi non volete proprio vederle quelle immagini in bianco e nero, cosi malinconiche, tristi, e poi quel mosso! Perchè un fotografo dovrebbe fare delle immagini cosi convulse e senza alcuna logica?

Ah, dannato William. Dirà di quegli anni

era come se fossi un etnografo: trattavo i newyorkesi come un esploratore tratterebbe uno Zulu. Cercavo lo scatto più crudo, il grado zero della fotografia.’
I didn’t relate to European photography. It was too poetic and anecdodtal for me…. The kinetic quality of New York, the kids, dirt, madness–I tried to find a photographic style that would come close to it.So I would be grainy and contrasted and black. I’d crop, blur, play with the negatives. I didn’t see clean technique being right for New York. I could imagine my pictures lying in the gutter like the New York Daily News

 

Questo libro gli vale la fama, e forse la definitiva rottura con il mondo americano. Ma resta un fotografo americano. Lavora con Vogue, contribuendo al cambiamento della fashion photography. Fellini lo chiama come collaboratore nel suo film “Le notti di Cabiria”. Celebri saranno i suoi libri su Roma, Mosca, Tokio.

La capitale italiana merita un capitolo a parte. “Ci voleva un newyorchese perché i romani si conoscessero a fondo”, disse Pasolini. Perchè Klein è un altro di quei fotografi che ha fatto della street photography ciò che veramente suscita in me la voglia di andare in giro ed immortalare il mondo che ci circonda_Il mondo che abbiamo intorno è cosi vasto, cosi pieno di storie da raccontare e da immortalare. La fotografia sociale ha un vantaggio immenso sul giornalismo: ci mette di fronte il mondo colpendo il nostro volto con impeto e passione immani.

 

 

Osservando quelle foto su Roma ci resti di sasso. Ti chiedi come abbia fatto un americano alla sua prima  esperienza italiana a cogliere ciò che meglio caratterizza i romani, e buona parte degli italiani tutti.

Sono fragorose, imprecise, incasinate, contrastanti nei soggetti proposti (L’acquedotto in via del Mandrione scattata nel 1956 è qualcosa di geniale ed impressionante al tempo stesso), piene di italianità. Questo americano è veramente una piacevole sorpresa. Come al solito, conosciuto a pochissimi.

Come poco conosciuta è la sua poliedrica arte.

William Klein non è solo fotografo, ma anche pittore e regista. Nonostante qui si tratti solo della sua splendida parentesi fotografica (metterà da parte la sua Leica per una ventina d’anni, riprendendola solo dopo il 1980, e “limitandosi” a sperimentazioni che non voglio commentare data la mia manifesta ignoranza in materia)

Vi obbligo a guardare la splendida intervista fatta a Klein recentemente. Buona visione

 

Grazie William.

 

 

 

R.

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Diane Arbus

Pubblicato: dicembre 15, 2012 in Art, Photography
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La fotografia mi rende libero.

 

Mi innalza, mi fa conoscere il mondo con occhi diversi, mi stimola, mi fa sorridere, mi fa incazzare, alimenta la mia curiosità.

 

File:Diane-Arbus-1949.jpg

E’ come se non ne potessi fare a meno. Anzi, non posso farne a meno. E’ entrata prepotentemente nella mia anima, lasciandomi senza fiato, colpendo la mia personalità con una forza bruta e decisa. Mi costringe quindi a ragionare in termini di scatto e diaframma quando cammino in giro per le strade; penso e ripenso a scene che i miei occhi fissano nel mio cervello, anche solo per un istante. E bramo dal desiderio di fotografarle, di farle mie, di renderle eterne, consegnandole all’universo ad imperitura memoria. Perchè? Ah, quanto è difficile spiegarlo. Quanto è complicato. Lo farò, a suo tempo; ora è tempo di parlare di Diane.

 

Leggendo la biografia di artisti o personalità del passato, ti accorgi di quanto siamo fortunati noi che viviamo il presente. Abbiamo l’opportunità di attingere a un repertorio vastissimo e lasciarci aiutare da questi maestri senza tempo.

Diane Arbus.

Guardando le sue fotografie, si apre una voragine ai tuoi piedi. Tu sei li, con la tua macchina fotografica, con la tua passione, le tue idee, la voglia senza fine di realizzare opere che ti diano un minimo di soddisfazione, e poi…e poi guardi le foto di Diane Arbus. E entri in un vortice di pensieri, in un turbinio di sensazioni che ti lacerano e ti lasciano senza fiato. Ad un certo punto desideri essere lei. Capisci che devi assolutamente visitare una sua mostra, continui a ripeterti che in quelle foto troverai la tua maestra, pensi che troverai ispirazione, che troverai spunti e mille altre cose ancora e poi, e poi, e poi!

Ti calmi e respiri.

Respiri di nuovo. E leggi più attentamente la sua biografia, cercando di non guardare quelle foto.

Oh, ma non ci riesci…l’occhio vola sempre verso quella pagina.

E passano altri cinque minuti.

Dieci.

Venti.

E ti ritrovi al punto di partenza. Con la tua macchina sulla scrivania. Guardi la tua macchina, e guardi le foto di Diane. Quello è il momento in cui vorresti lasciar perdere tutto e gettare la tua passione nel cesso di casa tua. E guardarla affogare, lentamente. E, lentamente, gioire, finalmente libero e privo di ogni peso artistico.

Io ho deciso invece di scrivere. Si sa, la scrittura è terapeutica e porta pace nei propri pensieri…Tutte stronzate. Ma noi uomini cerchiamo di illuderci ogni giorno che passa, chissà che oggi sia la volta buona!

Purtroppo non lo è. E sto divagando.

Diane Arbus.

Ebrea, ricca, nasce negli anni trenta a New York. Si sposa giovane, giovanissima, a 18 anni. Con il marito, apre uno studio fotografico dopo la seconda guerra mondiale. Studia fotografia. E coltiva il suo genio.

Capisce che per fare fotografia, bisogna anche divertirti. E comincia la sua carriera lavorando sul Glamour.

Ma la Diane che ho amato non si limita a fotografare maglioni e vestiti.

A fine anni cinquanta alcuni avvenimenti segnano la sua vita: si lascia con il marito, Allen, e si imbatte con i Freaks, gli scherzi della natura; quei personaggi che osservate con quell’occhio strano, che vi suscitano compassione, pietà, schifezza e ribrezzo allo stesso tempo. Ecco, lei decide di fotografarli.

A New York non le manca certo del materiale.

Ecco quindi che scopre l’Hubert Museum ed il Club 82. Vaga per hotel, camere mortuarie, parchi, dovunque. E scatta le sue splendide foto. Persone con disabilità, deformi, stranezze fisiche. Diane non ha barriere mentali nella sua arte.

cracklepopsnap:Diane Arbus - Moondog at his regular post, NYC, 1963Most people go through life dreading they’ll have a traumatic experience. Freaks were born with their trauma. They’ve already passed their test in life. They’re aristocrats. 

Li considera aristocratici. 

Io mi adatto alle cose malmesse. Non mi piace metter ordine alle cose. Se qualcosa non è a posto di fronte a me, io non la metto a posto. Mi metto a posto io.

Niente post-produzione. Niente artifizi ingannevoli. Totalmente contraria al cambiamento della realtà che la circonda, Diane ci mette di fronte a cose mai viste prima a quell’epoca. Altro che street photografy. Diane è un’avanguardista.

 Difficile riuscire a pubblicare i suoi lavori in una cultura perbenista come quella che circondava in quel periodo la fotografia. Alcune riviste le danno la fiducia che si merita, ma non raccoglie i favori di un pubblico spesso schifato da quello che decide di rappresentare.

E qui mi fermo, un pensiero devastante mi pulsa nella testa.

Vale la pena di insistere nonostante il responso del pubblico non abbia alcuna empatia con l’artista? Nel momento in cui si decide di pubblicare i propri lavori esponendosi al giudizio insindacabile del grande pubblico, come superare un risposta totalmente distruttivo/negativa?

Non ho la minima idea di come ci si possa sentire, ma amo con tutto me stesso persone come Diane.

Le sue foto sono potentissime. La sua tecnica poco importa e ciò, in un ambito come la fotografia, è carico di un significato molto importante. Lasciarsi alle spalle tutti quei discorsi su quale macchina venga usata, su quale pellicola, sulla post-produzione, flash eccetera eccetera e quasi serafico per coloro che non osano attribuirsi l’etichetta di fotografi.

Diane Arbus.

Depressa nella fine degli anni sessanta, si suicida nel 1971. Non riesce a superare i problemi della sua vita, probabilmente accentuati dalla malattia che aveva, l’epilessia. Il matrimonio, la sua personalità difficile che la portava ad avere alti e bassi repentini, non la lasciano tranquilla con se stessa.

Leggere e studiare le vite altrui stimola il mio percorso. Mi sento ricco e più sicuro di me stesso. Per questo non posso far altro che ringraziare Diane, e con lei tutti i fotografi che mi lasceranno con la voglia di parlare di loro.

Lei l’ha fatto, e voglio chiudere questo post con le sue splendide parole

A photograph is a secret about a secret. The more it tells you the less you know.

 

R.

The Revolution Will Not Be Televised

Pubblicato: giugno 1, 2011 in Art

Molte volte le parole sono inutili; è scomparso Gil Scott-Heron il 27 maggio del 2011. Ascoltate le parole di questo video, traducetele se non sapete l’inglese. Un poeta rivoluzionario, questo mi viene in mente quando penso a lui.

Ciao Gil

 

 

 

 

 

 

R.

Middlesex

Pubblicato: marzo 29, 2011 in Art

Ho appena terminato di leggere Middlesex: mi ha letteralmente rapito e trasportato verso un mondo lontano e diverso.

Il romanzo parla della vita di un ermafrodita Calliope Stephanides, che diventerà Cal all’età di quattordici anni. Forse più che della sua vita, in realtà parla dell’epopea della sua famiglia: infatti il protagonista racconta il percorso della famiglia Stephanides dal loro luogo di origine, Bitinio, un piccolo paesino della Grecia, fino agli States, luogo in cui decidono di emigrare i nonni di Calliope.

La storia potrebbe sembrare banale o “forzatamente originale”, ma in realtà l’autore riesce a colpire l’attenzione fin dalle prime pagine. Cal, oramai adulto, decide di raccontare tutta la sua storia: abbiamo quindi un romanzo che passa dal presente al passato, tenendo sempre viva la nostra attenzione, spingendoci sempre a girare pagina senza mai fermarci. Lo scrittore infatti è bravissimo nella costruzione della cornice del romanzo, anzi, ciò che rende veramente unico Middlesex è proprio la cornice che sta intorno a Cally: l’epopea di una famiglia greca che scappa dal proprio paese a causa della guerra greco-turca (1919-1922); Desdemona e Lefty, i nonni di Calliope, provengono infatti da un paesino greco chiamato Bitinio: fuggono verso Smirne allo scoppiare della guerra e riusciranno a prendere una nave verso gli Stati Uniti proprio durante l’incendio della stessa Smirne per opera dei turchi. Diretti dalla sorella di Lefty a Detroit, i due giovani greci riusciranno a farsi una vita nel continente americano nonostante le molte avversità.

Bisogna aprire una parentesi: Desdemona e Lefty erano fratelli, oltre che cugini di secondo grado. Questo particolare è in realtà fondamentale per spiegare la malformazione genetica che Callie è costretta a vivere: una disfunzione genetica che la porterà ad avere una mancanza ormonale e la presenza di entrambi gli apparati sessuali; nel libro riferimenti simili saltano fuori ogni tanto come per ricordare al lettore e spiegare il reale motivo della nascita di questo libro: è come se l’autore ci stesse dicendo “Ehi, non dimenticate che tutto questo Callie ha deciso di scriverlo per parlarvi della sua vita, non di quella della sua famiglia”. I ricordi infatti si intrecciano alle valutazioni del presente: è come se, ad un certo punto della nostra vita, ci trovassimo a dover motivare perchè noi siamo diventati ciò che siamo.A venticinque anni è difficile come artifizio mentale, figurarsi nell’età adulta.

Eppure il nostro Eugenides riesce a raccontarci in maniera cosi genuina e semplice tutto il percorso di vita della nostra protagonista. Il racconto della sua adolescenza è qualcosa di fantastico: poco prima di scoprire la sua vera natura, all’età di quattordici anni, Callie andrà in vacanza con una sua amica, il fratello e l’amico del fratello; in quelle pagine la vera natura di Callie esce a nudo in maniera lampante e disarmante: è scombussolata da quello che prova per l’Oscuro Oggetto (questo è il nome che lei stessa usa per chiamare la sua amica) mentre fa di tutto per respingere le insistenti avanche di Jerome, fratello dell’Oscuro Oggetto. L’amore che prova per quest’ultima è puro, come quello che solo un adolescente può provare: non ha condizionamenti di sorta, e in queste pagine viene voglia di piangere di fronte alla tortura a cui è costretta Callie. Sarà questo l’apice della sua vita e del suo romanzo: nel momento della scoperta infatti, sarà costretta a recarsi da un medico specialista: ma questo avviene nell’ultima parte del romanzo, che fondamentalmente non la ritengo minimamente necessaria; tutto quello che abbiamo la fortuna di leggere fino ai primi tre quarti del libro è poesia allo stato puro: la vita della famiglia Stephanides è sviscerata in ogni singolo aspetto dei suoi protagonisti. Nell’ultima parte invece, assistiamo alla degenerazione della scoperta della sua natura.

Nonostante questa parte finale, resta un libro interessante, ricco di spunti originali, ricco di riflessioni interessanti sulla natura umana. E’ un libro forte che a tratti potrebbe risultare lento e poco realista. Ma nel complesso mi ha colpito per la sua capacità di far breccia sulle paure intime di ogni individuo e su quella parte oscura che ogni persona vorrebbe nascondere. Vale la pena riflettere insieme a Callie, o Cal, sulla nostra vita e sulla nostra vera natura.

R.

Asimov e i nostri Robot

Pubblicato: febbraio 24, 2011 in Art

Ho appena finito di leggere il ciclo dei Robot di Isaac Asimov: in realtà mi manca l’ultimo libro della saga, i robot e l’impero, ma quest’ultimo è stato scritto negli anni ottanta se non erro, mentre i primi tre sono più continuativi e sono stati pubblicati negli anni settanta o forse anche prima, se non erro. Ci sarebbe un primo ciclo di racconti che fa da sfondo alla storia dei robot, ma è soltanto un preludio al ciclo dei Robot.

Il primo libro “Abissi d’ Acciaio” ci mette di fronte i due eroi dell’intera saga dello scrittore ebreo: il poliziotto terrestre Elijah Baley ed il robot umanoide R. Daneel Olivaw, unico della sua specie. Asimov ci presenta una terra futuristica in cui la conformazione geografica, politica e sociale è totalmente diversa da quella dei suoi anni: gli uomini vivono sotto grandi Città isolate dall’esterno grazie a gigantesche cupole; la Terra, popolata da nove miliardi di abitanti, è un posto sovraffollato, e dipendente in gran parte delle risorse provenienti dai Mondi Esterni, pianeti coloniati centinaia di anni prima, in cui vivono ora gli Spaziali, cugini dei Terrestri; gli Spaziali hanno deciso di installare un loro avamposto sulla Terra e, nel corso del libro, capiremo le notevoli differenze fra i due popoli: gli usi e i costumi differiscono in maniera tale da rendere impossibile ogni tipo di rapporto, anche fisico, fra Terrestri e Spaziali. Asimov ci presenta una caratterizzazione sociale molto spinta, estrema se vogliamo, ma molto efficace: i Terrestri sono costretti a vivere la loro esistenza ammassati dentro queste gigantesche Città, costretti ad abitazioni piccole e senza alcun tipo di lusso; nonostante siano stati loro ad inventare i robot, non sono per loro indispensabili come invece vedremo esserlo per gli Spaziali; alberga anzi, nell’animo umano, una notevole diffidenza verso queste macchine. La premessa alle vicende di questo romanzo è di un pianeta in pieno affanno e destinato ad una fine prossima. Il detective Baley si troverà a dover risolvere un assassinio di uno Spaziale nell’avamposto della Città, evento mai accaduto prima, con la collaborazione del Robot umanoide R.Daneel Olivaw. Aldilà delle vicende che si vanno a susseguire nel romanzo, è devastante l’abilità di Asimov nello spiegare perfettamente la società e la psicologia dei diversi protagonisti: la maggior parte dei capitoli è discorsiva, e ci vengono date tutte le spiegazioni necessarie tramite i dialoghi fra i vari protagonisti. Balza subito all’occhio la differenza con i moderni gialli o polizieschi, dove lo spazio all’azione e alla suspence è molto pià ampio. Mentre la genialità di Asimov sta proprio nell’essere carente da questo punto di vista: seguiamo tutti i pensieri dei nostri personaggi, tutti i loro ragionamenti, giusti o sbagliati che essi siano, superficiali o profondi; si viene cosi catapultati nella mente provinciale di Baley, poco aperto verso la collaborazione con un Robot, essere materiale che ritiene del tutto inutile e fonte di disagio; seguiremo cosi tutti i suoi ragionamenti nei confronti delle macchine, la sua diffidenza si trasformerà alla fine del romanzo, in un sentimento di quasi amicizia. Iniziamo a cogliere in questo romanzo, il futuro che Asimov denota per il pianeta Terra: lo scienziato Falstolfe (proprietario di D. Olivaw), Spaziale che lavorava in compagnia della vittima, spiega al detective Baley l’unica strada che il pianeta Terra può percorrere per la salvezza: la colonizzazione spaziale di altre galassie. Tutto il ciclo dei robot viene scritto da Asimov per preparare anche il suo lettore a questa inevitabile scelta che il nostro pianeta deve compiere. Lentamente anche il nostro detective Terrestre arriverà alle stesse conclusioni dell Dottor Falstolfe, soprattutto nei seguenti romanzi, “Il Sole Nudo” e “i Robot dell’Alba”, si delineerà ancora meglio tale strategia letteraria.

Nel secondo romanzo della serie, “Il Sole Nudo”, troviamo Baley, in compagnia del suo fidato Robot D. Olivaw,  impegnato per la prima volta nella sua vita costretto a partire per i Mondi Esterni, nella risoluzione di un assassinio sul pianeta di Solaria; ed è in questo libro che l’abilità di sociologo di Asimov irrompe in maniera molto più forte che nel primo romanzo: Solaria è un pianeta popolato solo da ventimila abitanti, nessuno dei quali “vede” fisicamente gli altri se non per mero scopo riproduttivo. E’ stupendo vedere la contrapposizione fra la mente di un Terrestre e quella di un Solariano; non è cosi lontana da molte reazioni che potremmo riportare nei giorni nostri fra coloro che si ritrovano ad emigrare in un paese non accogliente, anche dal punto di vista fisico: possiamo forse negare di non aver mai assistito a smorfie, facce strane, o spostamenti improvvisi causati dall’inaspettata presenza di una persona di colore? Possiamo forse negare i moti di repulsione che molti di noi hanno ( anche inspiegabilmente, a detta di noi stessi ) sempre di fronte alla persona di colore, alla persona di strada che viene a elemosinare qualche centesimo? Posso affermare che Asimov è tutto tranne che superficiale o semplicistico: molti critici lo hanno tacciato di una fantascienza agli inizi, e di utilizzare una scrittura molto banale. Io non sono d’accordo con questa definizione: trovo invece queste pagine molto esplicative e riflessive, figlie si di uno scienziato prestatosi alla letteratura, ma in ogni caso indice di grande spessore mentale. Vedere il nostro detective alle prese con problemi per noi assurdi, come la sua paura degli ambienti esterni, la sua incredulità verso le abitudini degli Spaziali, non può che farmi pensare: l’assurdità di questi comportamenti umani, non è poi così lontana dalle contraddizioni del mondo moderno; ci piace parlare in continuazione di democrazia e di diritti, di amicizia e di amore, di sentimenti ed emozioni, e poi nel momento in cui ci troviamo di fronte a colui che ha bisogno non siamo nemmeno in grado di rivolgergli i nostri pensieri; purtroppo la sconfinata ipocrisia in cui navighiamo è difficile da combattere, in primis contro noi stessi. Ora non voglio proporvi Asimov come il nuovo socialista della fantascienza: ma vi spingo verso una chiave di lettura che ben pochi hanno notato.

Nel terzo romanzo, “I Robot dell’ Alba”, troviamo il nostro detective costretto a ripartire di nuovo verso i Mondi Esterni, stavolta nel pianeta di Aurora. Troverà ad accoglierlo il Dottor Falstolfe con il suo fidato Robot Daneel nonchè amico di Baley: ora possiamo finalmente parlare di amicizia fra Baley e Daneel, il passaggio si è degnamente concluso per ammissione stessa del nostro detective. Baley non è più il provinciale Terrestre di “Abissi D’Acciaio”, ma un uomo che sulla Terra sta cercando di fare proseliti per portare a compimento il suo sogno: dare la possibilità ai Terrestri che hanno intenzione di partire alla conquista di nuovi mondi, la possibilità di farlo. Ma il suo operato dipende dall’ennesima sfida a cui viene sottoposto: su Aurora è stato disattivato il secondo esemplare di robot positronico (particolarmente simile all’uomo) migliore dello stesso Daneel; anche questo robot apparteneva al Dottor Falstolfe, unico in grado di costruire tali esemplari. Questo terzo romanzo mi sembra leggermente sottotono nella parte iniziale: è alquanto lento, anche nei dialoghi a volte, e fuggevole in alcuni tratti. Anche se devo dire che la parte finale, ripaga il lettore del lungo percorso a cui Asimov l’ha sottoposto. Resta in ogni caso forte la componente sociologica a noi tanto cara: gli Auroriani presentano differenze sia con i Terrestri che con i Solariani, soprattutto nella sessualità e nel rapporto con essa; infatti è molto interessante vedere il punto di vista dei tre popoli messi a confronto fra loro: monogamia sulla Terra, assenza totale di passione sessuale su Solaria,e semplice azione umana su Aurora. Sorrido al pensiero che alla fine dei conti, i Terresti restano sempre quelli che, nonostante le premesse di inferiorità (tipiche di ogni romanzo della fantascienza), alla fine risultano essere i migliori. Nemmeno Asimov è immune da questo semplice stereotipo.

In ogni caso, se siete appassionati di questo genere, non potete prescindere dai Robot di Asimov: imparerete ad amarli e vi appassionerete alla loro purezza. Le tre leggi della robotica sono una pietra miliare della letteratura fantascientifica e non mi dispiacerebbe poterle impiantare in ogni essere umano. I Robot sono servili all’uomo, incapaci di far loro del male, incapaci di mentire o di arrecar danno, pronti a eseguire ogni ordine: quel che più entusiasma nel leggere Asimov, e la sua capacità nel riuscire ad attribuire un’anima a queste scatole di latta, nonostante il loro servilismo imposto, nonostante il loro cuore di metallo. E alla fine del libro, secondo me, non vi dispiacerebbe scambiare due chiacchiere con uno di loro.

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