Archivio per febbraio, 2011

Il sei aprile duemila e nove

Pubblicato: febbraio 25, 2011 in Mystic

Manca poco più di un mese al sei aprile duemila e undici; quindi stanno per passare due anni da quel giorno. Due lunghi anni da una giornata che molte persone vorrebbero cancellare dalla propria esistenza.

Il sei aprile del duemila e nove c’è stato il terremoto nel capoluogo dell’Abruzzo, L’Aquila. Alle 3 e 32 di notte è scoppiato il putiferio. Quel giorno ha cambiato una parte della mia esistenza; anzi, diciamo che ha lasciato un solco profondo nella mia anima. Stavo rileggendo il libro della Professoressa Giusi Pitari, “trentotto secondi”, e ho dovuto fermarmi al terzo racconto. Non ce la facevo a continuare nella lettura, è troppo forte il ricordo di quel periodo della mia vita. E io non sono una persona coinvolta in prima persona; non posso nemmeno pensare alle persone che hanno perso la vita; non posso conoscere il dolore di quelle persone che sono scampate al terremoto, ma che devono fare i conti con il loro dolore.

Quella giorno io la scossa non l’ho sentita. Ho un vago ricordo di essermi svegliato durante la notte e di aver sentito mia madre che entrava in camera spaventata; ma mi sono riaddormentato subito, da noi, sulla costa, al massimo ci sono tremati i letti. La mattina, appena mi sveglio, mia madre mi dice quello che era successo; m’ha detto qualcosa del tipo: ma stanotte non hai sentito niente? C’è stato il terremoto all’Aquila! E io che non capivo le chiedevo spiegazioni. Il panico mi ha avvolto quando ho acceso internet e ho visto cosa era successo. Ho visto le prime immagini e subito mi sono venuti in mente tutti i miei amici che studiavano all’Aquila. Non sapevo che fare e ho iniziato a telefonare a tutti, ma non mi rispondevano. Per fortuna a mezzogiorno, fra giri di chiamate e altro, sapevo che tutti i miei amici erano salvi. Ma c’erano ancora tante macerie, c’erano ancora informazioni incomplete. Non si capiva nulla.

Nei due giorni seguenti le notizie si facevano più esaurienti, ed è iniziato il mio terremoto interiore: nel nostro comune, Pineto, ci si è subito organizzati per una grande gestione dell’emergenza; il palazzo polifunzionale è stato interamente dedicato al soccorso degli sfollati aquilani rimasti senza casa: in quel primo momento si parlava di numeri assurdi, miliaia di persone che avevano perso tutto. Io, come tantissimi altri ragazzi, mi sono messo a disposizione subito come volontario: il sette aprile ho partecipato ad una raccolta alimentare, l’otto aprile sono andato al secondo piano del polifunzionale per aiutare nella sistemazione dell’abbigliamento che si stava raccogliendo, il nove sono andato a pulire alcuni camper che eventualmente si potevano usare come sistemazione provvisoria.

Tutto è cambiato il dieci e l’undici aprile, giorni in cui nel polifunzionale, al reparto del vestiario è servito un approccio diverso: la quantità di vestiti che arrivavano era grandissima, e bisognava organizzarsi fra noi volontari. Eravamo un gruppetto di una trentina di ragazzi, dai 16 ai 80 anni, e siamo stati perfettamente in grado di gestire quel posto per un mese intero! Un mese! Io non riesco a crederci se ci penso ora, ma per un mese in quel posto, dalla tarda mattinata fino alla notte, siamo stati ficcati in quel posto. Ho conosciuto moltissime persone che in quel momento di emergenza non hanno detto a, e si sono chinati a piegare maglie, a raccogliere scarpe, a pulire, e soprattutto, ad accogliere le persone. Io non sono stato bravissimo in questo, devo dire che, nel momento in cui potevo evitare di farlo, mi tiravo indietro: ma ci sono state persone che hanno dato tutto il loro tempo, il giorno di pasqua, tutta la settimana santa per stare dentro quel posto; io sono onorato di essere stato al loro fianco in quei momenti, non facili per ognuno di noi. Eravamo dei semplici ragazzi, molti di loro venivano li per divertirsi e per fare casino, per bere e per fumare. Ma nessuno di noi ha esitato nell’offrire il proprio aiuto e il proprio tempo; tutti hanno cercato di sorridere a quelle persone che entravano a umiliarsi di fronte a noi; c’è chi ha versato lacrime perchè trattato male da qualche aquilano, e c’è chi ha versato più di una lacrima perchè tutti gli aquilani, quando andavano via, ci guardavano e ci dicevano: grazie per tutto quello che fate, molti di noi, quelli che hanno veramente bisogno, non vengono qui, e forse noi nemmeno ce la meritiamo tutta questa gratitudine. Io ho guardato i loro occhi e le loro facce: non sono un tipo che ricorda i volti delle persone, non ho una particolare memoria visiva. Ma difficilmente potrei dimenticare tutte le persone che entravano e mi chiedevano se erano finalmente arrivate le scarpe nuove; nei mesi successivi, quando passeggiavo in giro per Pineto o per L’Aquila, ho rivisto quei volti numerose volte: ogni volta è stata una ferita al cuore.

Mi hanno cambiato la vita: quei vestiti, quelle persone che venivano li, per cercare un’umanità portatagli via da uno stupido capriccio della terra, quei ragazzi con cui ho fatto casino, con cui ho riso, scherzato, discusso, parlato di mille cose, mi hanno reso una persona diversa.

Ho imparato l’umiltà di fronte a chiunque; ho imparato che tutto ciò che ci circonda non vale nulla se dentro di esso non vi è un’anima; ho imparato che gli uomini non impareranno mai di fronte alla natura; ho imparato che l’egoismo dell’uomo è sconfinato, anche di fronte al rischio di poter danneggiare un suo simile; ho imparato che le parole non servono a nulla, se non si guarda negli occhi colui che le sta pronunciando; ho imparato che sforzarsi a trovare le parole giuste è semplicemente uno stupido bisogno egoista; ho imparato che il tempo di aiutare gli altri, non è mai abbastanza. Ed ho imparato anche che non bisogna mai smettere di scherzare con qualcuno, anche quando questa persona ha perso tutta la sua vita; ho imparato che il sorriso di qualcuno che non conosci, è più importante del sorriso che cerchi di strappare a colui che conosci; ho imparato che un bambino che corre in un luogo pieno di tristezza, ha la capacità di attirare a sè tutta l’attenzione, e tutti coloro che lo guardano si sentiranno meglio;ho imparato che non esiste un’età giusta per aiutare chiunque abbia bisogno di noi; ho imparato che è veramente difficile non farsi coinvolgere emotivamente dal una tragedia del genere; ed ho imparato anche che è veramente stupido non farsi coinvolgere da una tragedia del genere; ho imparato che spezzarsi la schiena per sollevare duecento scatole piene di abbigliamento, da mezzanotte alle sei del mattino, può non essere quello per cui ho studiato anni della mia vita, ma darei ogni singolo libro, ogni singolo paragrafo, ogni singolo esame che io abbia mai fatto, per sollevare quelle scatole per tutte la mia vita.

Io non sono nessuno per poter parlare di quello che è successo all’Aquila. Ma volevo parlare di quello che L’Aquila ha fatto per me; manca la seconda parte di questo post, quella relativa al post-terremoto, alla tristezza che alberga nel mio cuore da quando non ho più avuto l’opportunità di ripetere una simile esperienza. Ma sono stufo di parlare delle cose tristi; voglio cercare di comunicare qualcosa di diverso dalla tristezza. Ho voluto raccontare quanto eravamo belli noi volontari: noi non eravamo sotto la Protezione Civile, non eravamo con le pettorine del Pros o di altre associazioni che hanno infangato il nome dell’associazionismo in Italia; noi non rispondevamo degli ordini del presidente del consiglio, non abbiamo intascato soldi e non abbiamo fatto nessun appalto pubblico truccato; non abbiamo cercato di guadagnare dalle macerie, e non ci è passata nemmeno nella mente l’idea di speculare su una tragedia simile. C’è chi lo ha fatto, e forse ne parlerò più avanti; ma qui ho voluto parlare di quello che eravamo noi: un branco di ragazzi, di uomini, donne, ragazzini, ragazzine, insegnanti, suore, scout, ubriaconi, festaioli, scansafatiche, pensionate e non so più nemmeno chi diavolo manca all’appello; noi che abbiamo vissuto insieme e abbiamo creato un capito speciale nel libro della nostra vita; noi che ci siamo organizzati spontaneamente, e nessuno dava gli ordini; noi che eravamo tutti uguali e decisi in quello che facevamo; noi che ci credevamo; ci credevamo cazzo! E nessuno potrà mai sporcare quello che abbiamo fatto in quei giorni; nessuno potrà mai cancellare la bellezza delle nostre azioni. Non dimenticherò mai nulla di quei giorni, e mai potrei farlo. Con tutto me stesso, spero che un giorno riuscirò a provare quelle emozioni con un progetto che mi impegni per il resto della mia vita.

A presto

R.

Link del giorno:

Le vittime del terremoto aquilano

Asimov e i nostri Robot

Pubblicato: febbraio 24, 2011 in Art

Ho appena finito di leggere il ciclo dei Robot di Isaac Asimov: in realtà mi manca l’ultimo libro della saga, i robot e l’impero, ma quest’ultimo è stato scritto negli anni ottanta se non erro, mentre i primi tre sono più continuativi e sono stati pubblicati negli anni settanta o forse anche prima, se non erro. Ci sarebbe un primo ciclo di racconti che fa da sfondo alla storia dei robot, ma è soltanto un preludio al ciclo dei Robot.

Il primo libro “Abissi d’ Acciaio” ci mette di fronte i due eroi dell’intera saga dello scrittore ebreo: il poliziotto terrestre Elijah Baley ed il robot umanoide R. Daneel Olivaw, unico della sua specie. Asimov ci presenta una terra futuristica in cui la conformazione geografica, politica e sociale è totalmente diversa da quella dei suoi anni: gli uomini vivono sotto grandi Città isolate dall’esterno grazie a gigantesche cupole; la Terra, popolata da nove miliardi di abitanti, è un posto sovraffollato, e dipendente in gran parte delle risorse provenienti dai Mondi Esterni, pianeti coloniati centinaia di anni prima, in cui vivono ora gli Spaziali, cugini dei Terrestri; gli Spaziali hanno deciso di installare un loro avamposto sulla Terra e, nel corso del libro, capiremo le notevoli differenze fra i due popoli: gli usi e i costumi differiscono in maniera tale da rendere impossibile ogni tipo di rapporto, anche fisico, fra Terrestri e Spaziali. Asimov ci presenta una caratterizzazione sociale molto spinta, estrema se vogliamo, ma molto efficace: i Terrestri sono costretti a vivere la loro esistenza ammassati dentro queste gigantesche Città, costretti ad abitazioni piccole e senza alcun tipo di lusso; nonostante siano stati loro ad inventare i robot, non sono per loro indispensabili come invece vedremo esserlo per gli Spaziali; alberga anzi, nell’animo umano, una notevole diffidenza verso queste macchine. La premessa alle vicende di questo romanzo è di un pianeta in pieno affanno e destinato ad una fine prossima. Il detective Baley si troverà a dover risolvere un assassinio di uno Spaziale nell’avamposto della Città, evento mai accaduto prima, con la collaborazione del Robot umanoide R.Daneel Olivaw. Aldilà delle vicende che si vanno a susseguire nel romanzo, è devastante l’abilità di Asimov nello spiegare perfettamente la società e la psicologia dei diversi protagonisti: la maggior parte dei capitoli è discorsiva, e ci vengono date tutte le spiegazioni necessarie tramite i dialoghi fra i vari protagonisti. Balza subito all’occhio la differenza con i moderni gialli o polizieschi, dove lo spazio all’azione e alla suspence è molto pià ampio. Mentre la genialità di Asimov sta proprio nell’essere carente da questo punto di vista: seguiamo tutti i pensieri dei nostri personaggi, tutti i loro ragionamenti, giusti o sbagliati che essi siano, superficiali o profondi; si viene cosi catapultati nella mente provinciale di Baley, poco aperto verso la collaborazione con un Robot, essere materiale che ritiene del tutto inutile e fonte di disagio; seguiremo cosi tutti i suoi ragionamenti nei confronti delle macchine, la sua diffidenza si trasformerà alla fine del romanzo, in un sentimento di quasi amicizia. Iniziamo a cogliere in questo romanzo, il futuro che Asimov denota per il pianeta Terra: lo scienziato Falstolfe (proprietario di D. Olivaw), Spaziale che lavorava in compagnia della vittima, spiega al detective Baley l’unica strada che il pianeta Terra può percorrere per la salvezza: la colonizzazione spaziale di altre galassie. Tutto il ciclo dei robot viene scritto da Asimov per preparare anche il suo lettore a questa inevitabile scelta che il nostro pianeta deve compiere. Lentamente anche il nostro detective Terrestre arriverà alle stesse conclusioni dell Dottor Falstolfe, soprattutto nei seguenti romanzi, “Il Sole Nudo” e “i Robot dell’Alba”, si delineerà ancora meglio tale strategia letteraria.

Nel secondo romanzo della serie, “Il Sole Nudo”, troviamo Baley, in compagnia del suo fidato Robot D. Olivaw,  impegnato per la prima volta nella sua vita costretto a partire per i Mondi Esterni, nella risoluzione di un assassinio sul pianeta di Solaria; ed è in questo libro che l’abilità di sociologo di Asimov irrompe in maniera molto più forte che nel primo romanzo: Solaria è un pianeta popolato solo da ventimila abitanti, nessuno dei quali “vede” fisicamente gli altri se non per mero scopo riproduttivo. E’ stupendo vedere la contrapposizione fra la mente di un Terrestre e quella di un Solariano; non è cosi lontana da molte reazioni che potremmo riportare nei giorni nostri fra coloro che si ritrovano ad emigrare in un paese non accogliente, anche dal punto di vista fisico: possiamo forse negare di non aver mai assistito a smorfie, facce strane, o spostamenti improvvisi causati dall’inaspettata presenza di una persona di colore? Possiamo forse negare i moti di repulsione che molti di noi hanno ( anche inspiegabilmente, a detta di noi stessi ) sempre di fronte alla persona di colore, alla persona di strada che viene a elemosinare qualche centesimo? Posso affermare che Asimov è tutto tranne che superficiale o semplicistico: molti critici lo hanno tacciato di una fantascienza agli inizi, e di utilizzare una scrittura molto banale. Io non sono d’accordo con questa definizione: trovo invece queste pagine molto esplicative e riflessive, figlie si di uno scienziato prestatosi alla letteratura, ma in ogni caso indice di grande spessore mentale. Vedere il nostro detective alle prese con problemi per noi assurdi, come la sua paura degli ambienti esterni, la sua incredulità verso le abitudini degli Spaziali, non può che farmi pensare: l’assurdità di questi comportamenti umani, non è poi così lontana dalle contraddizioni del mondo moderno; ci piace parlare in continuazione di democrazia e di diritti, di amicizia e di amore, di sentimenti ed emozioni, e poi nel momento in cui ci troviamo di fronte a colui che ha bisogno non siamo nemmeno in grado di rivolgergli i nostri pensieri; purtroppo la sconfinata ipocrisia in cui navighiamo è difficile da combattere, in primis contro noi stessi. Ora non voglio proporvi Asimov come il nuovo socialista della fantascienza: ma vi spingo verso una chiave di lettura che ben pochi hanno notato.

Nel terzo romanzo, “I Robot dell’ Alba”, troviamo il nostro detective costretto a ripartire di nuovo verso i Mondi Esterni, stavolta nel pianeta di Aurora. Troverà ad accoglierlo il Dottor Falstolfe con il suo fidato Robot Daneel nonchè amico di Baley: ora possiamo finalmente parlare di amicizia fra Baley e Daneel, il passaggio si è degnamente concluso per ammissione stessa del nostro detective. Baley non è più il provinciale Terrestre di “Abissi D’Acciaio”, ma un uomo che sulla Terra sta cercando di fare proseliti per portare a compimento il suo sogno: dare la possibilità ai Terrestri che hanno intenzione di partire alla conquista di nuovi mondi, la possibilità di farlo. Ma il suo operato dipende dall’ennesima sfida a cui viene sottoposto: su Aurora è stato disattivato il secondo esemplare di robot positronico (particolarmente simile all’uomo) migliore dello stesso Daneel; anche questo robot apparteneva al Dottor Falstolfe, unico in grado di costruire tali esemplari. Questo terzo romanzo mi sembra leggermente sottotono nella parte iniziale: è alquanto lento, anche nei dialoghi a volte, e fuggevole in alcuni tratti. Anche se devo dire che la parte finale, ripaga il lettore del lungo percorso a cui Asimov l’ha sottoposto. Resta in ogni caso forte la componente sociologica a noi tanto cara: gli Auroriani presentano differenze sia con i Terrestri che con i Solariani, soprattutto nella sessualità e nel rapporto con essa; infatti è molto interessante vedere il punto di vista dei tre popoli messi a confronto fra loro: monogamia sulla Terra, assenza totale di passione sessuale su Solaria,e semplice azione umana su Aurora. Sorrido al pensiero che alla fine dei conti, i Terresti restano sempre quelli che, nonostante le premesse di inferiorità (tipiche di ogni romanzo della fantascienza), alla fine risultano essere i migliori. Nemmeno Asimov è immune da questo semplice stereotipo.

In ogni caso, se siete appassionati di questo genere, non potete prescindere dai Robot di Asimov: imparerete ad amarli e vi appassionerete alla loro purezza. Le tre leggi della robotica sono una pietra miliare della letteratura fantascientifica e non mi dispiacerebbe poterle impiantare in ogni essere umano. I Robot sono servili all’uomo, incapaci di far loro del male, incapaci di mentire o di arrecar danno, pronti a eseguire ogni ordine: quel che più entusiasma nel leggere Asimov, e la sua capacità nel riuscire ad attribuire un’anima a queste scatole di latta, nonostante il loro servilismo imposto, nonostante il loro cuore di metallo. E alla fine del libro, secondo me, non vi dispiacerebbe scambiare due chiacchiere con uno di loro.

Revolutopico

Di respirare la stessa aria
di un secondino non mi va
perciò ho deciso di rinunciare
alla mia ora di libertà

se c’è qualcosa da spartire
tra un prigioniero e il suo piantone
che non sia l’aria di quel cortile
voglio soltanto che sia prigione
che non sia l’aria di quel cortile
voglio soltanto che sia prigione.

È cominciata un’ora prima
e un’ora dopo era già finita
ho visto gente venire sola
e poi insieme verso l’uscita

non mi aspettavo un vostro errore
uomini e donne di tribunale
se fossi stato al vostro posto…
ma al vostro posto non ci so stare
se fossi stato al vostro posto…
ma al vostro posto non ci sono stare.

Fuori dell’aula sulla strada
ma in mezzo al fuori anche fuori di là
ho chiesto al meglio della mia faccia
una polemica di dignità

tante le grinte, le ghigne, i musi,
vagli a spiegare che è primavera
e poi lo sanno ma preferiscono
vederla togliere a chi va in galera
e poi lo scanno ma preferiscono
vederla togliere a chi va in galera.

Tante le grinte, le ghigne, i musi,
poche le facce, tra loro lei,
si sta chiedendo tutto in un giorno
si suggerisce, ci giurerei
quel che dirà di me alla gente
quel che dirà ve lo dico io
da un po’ di tempo era un po’ cambiato
ma non nel dirmi amore mio
da un po’ di tempo era un po’ cambiato
ma non nel dirmi amore mio.

Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d’obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni.

E adesso imparo un sacco di cose
in mezzo agli altri vestiti uguali
tranne qual’è il crimine giusto
per non passare da criminali.

C’hanno insegnato la meraviglia
verso la gente che ruba il pane
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame.

Di respirare la stessa aria
dei secondini non ci va
e abbiamo deciso di imprigionarli
durante l’ora di libertà
venite adesso alla prigione
state a sentire sulla porta
la nostra ultima canzone
che vi ripete un’altra volta
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Fabrizio De Andrè

Niente, oggi non è proprio una giornata facile. Ho un tarlo che mi fa male e mi devasta dentro. E’ la solita rabbia che mi incide l’anima. La rabbia verso coloro che non ascoltano, che non capiscono, che non vogliono guardarmi dentro.

Odio dover provare sentimenti dettati meramente da questo mio tarlo; ma i sentimenti sono belli e puri poichè incontrollabili. Non ho la minima intenzione di ingabbiare me stesso, vedo troppe persone dentro le sbarre che si sono scelte come rifugio dalla vita.

Le colpe della mia situazione, della situazione totalmente negativa di questo paese non sono soltanto mie. Qua bisogna fare i nomi e i cognomi; basta con le giustificazioni, basta con le prese di posizione moderate. Qua è arrivato il momento di gridarli al vento! Urlate i nomi dei vostri genitori, di tutte quelle persone che adesso hanno la pace sociale dei sensi: urlate il nome della generazione precedente la nostra, che ha lottato anni per ottenere determinati diritti per poi scegliere di negarli ai propri figli. Io non scelgo di stare inerme di fronte alla società; ma guai a usare giustificazioni verso di loro. Sono profondamente stufo di ascoltare mille e mille discorsi sui giovani e sui sacrifici personali, sulla gavetta e sulle opportunità che bisogna crearsi nella vita: non ho scelto io di ridurre la mia laurea a pura carta straccia; non ho scelto io di ridurre le attuali istituzioni politiche composte da una massa di persone prive di ogni tipo di valore e competenza; io non ho votato loro! Non ho votato a persone che si sono presentate di fronte casa mia con la speranza di strappare un voto in più con la promessa di asfalto nuovo di fronte casa; non ho scelto di non rispettare le leggi, o di fregare il prossimo non appena ne ho l’opportunità; non ho scelto di non rispettare i miei doveri prima di rivendicare i miei diritti; non ho scelto di giudicare senza sapere minimamente come stanno le cose; non ho scelto di non ascoltare, di piangere lacrime futili, o di stare comodo nel mio posto; non ho scelto di stare fermo e immobile di fronte a ordini sbagliati; non ho scelto tutto questo, ma c’è chi lo ha fatto. Ricordatevi che i nomi li avete di fronte a voi ogni giorno! Dovete urlare contro di loro; urlare dentro voi stessi che voi non fate parte di questa società! Voi non siete fatti della loro materia: non si assumeranno mai le colpe, indelebili, scritte con il fuoco nella loro anima; non lo faranno mai. Ma tali colpe sono incancellabili e durevoli in eterno.

Ho scelto di non aver nulla a che fare con persone che mi parlano di futuro, quando loro hanno scelto di rubarlo ai propri figli; ho scelto di non condividere intellettualmente nulla di tutto quello che li circonda. E continuo imperterrito la mia scelta; mi toccherà emigrare per non aver più nulla a che fare con i responsabili del mio futuro? Emigrerò.  Mi toccherà pulire piscio e merda per tutta la vita? Lo farò. Mi toccherà non aver la possibilità di un degno futuro in questo paese? Allora urlerò ai quattro venti che questo non è il mio paese; non chinerò il capo di fronte alle loro tristi parole; la mia anima resterà pura e immacolata di fronte ai loro continui errori. Nulla potrà mai macchiare i miei ideali, i miei sogni, e la mia bellezza.

Questa è la purezza di una persona. La consapevolezza che in ogni momento della propria vita può far affidamento sulla propria onestà intellettuale; verso se stesso prima di ogni altro. Il poter vivere con il sorriso sulle labbra qualunque avversità la vita ci mette di fronte. Non è un’utopia sterile; è la forza che noi abbiamo contro chi ha scelto di non avere tale onestà, tale rispetto, nei confronti degli altri esseri umani. Io non ho la minima intenzione di rubare nulla ai miei figli o a qualsiasi altro uomo su questo pianeta. Io ho intenzione di trattare il prossimo con la stessa dignità intellettuale con cui potrei mai trattare me stesso; altri non agiscono in questo modo, e io non ho la minima intenzione di averci nulla a che fare. Griderò dentro di me i loro nomi, e non cancellerò mai il ricordo dei furti che la nostra generazione ha subito. Porterò dentro di me questo pesante bagaglio: quando e se mi troverò in una società che non si macchierà di tali colpe, sorriderò ogni giorno della mia vita pensando di avercela fatta, di essere riuscito a vincere la mia lotta di fronte a loro. E in quel preciso istante riaprirò quel bagaglio e cercherò di rendere partecipi più persone possibili. Devono pagare il prezzo delle loro colpe con il disinteresse di chi li circonda; io non ho più nulla a che fare con chi ha scelto di rubare una parte del mio futuro; ed ogni momento della mia vita è teso ad informare chi non si interessa di questi argomenti.

La Rivoluzione non è ancora in atto? Ogni nostra azione deve lanciarsi verso di essa. Non possiamo prescindere. Non seguite quello che vi impongono senza chiedervi nulla. Lottate, resistete, e usate il vostro prezioso cervello. Nulla potrà mai contrastare i vostri sogni e i vostri ideali. Nessuno al mondo può sporcarli oltre voi stessi; ma chi si sporca, resta macchiato per sempre. E noi siamo bianchi, siamo puliti, e lo saremo per sempre; non sarà il fango, non sarà polvere ne letame a sporcarci: sarà solo l’obbedienza al loro potere. Ma noi lotteremo, fino alla fine.

Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti… Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti.

Revolutopico

 

Pesi nel cuore

Pubblicato: febbraio 23, 2011 in Mystic, Policy

Vorrei iniziare a parlare del paese in cui vivo; è uno dei motivi per cui è nato questo blog, per cui il mio fegato rischia l’implosione quotidiana, per cui sono tempestato da sentimenti distruttivi.

L’Italia è un paese in declino inesorabile; non serve specificare ne il cosa ne il quando: la maggior parte di ciò che ci circonda in questo stato, non funziona come dovrebbe. Naturalmente questo non fa altro che creare una serie di problemi strutturali. Ma cerchiamo di proseguire in maniera lineare: devo provarci, altrimenti inizio a lanciare insulti e maledizioni contro questo schermo piatto, e non mi sembra una cosa costruttiva.

Sono cresciuto in un paese che è cambiato non poco da quando ero nell’età adolescenziale, o almeno questa è l’idea che mi sono fatto io a sommi capi; comunque, ero in un’epoca diversa da quella attuale: lo scenario sociale, infatti, degli anni novanta, è profondamente diverso da quello del nuovo secolo. Su cosa mi baso per poter dire queste affermazioni? Sulla mia esperienza personale, e tanto basta; la mia onestà intellettuale mi impedisce di mentire.

In ogni caso, l’inizio del declino di questo stato, per quanto mi riguarda, avviene nel campo dell’istruzione: le riforme scolastiche sono riuscite a creare una società in cui ha sempre meno valore la cultura, in cui il titolo di studio lentamente e inesorabilmente, scende di livello.

Questo passaggio va spiegato meglio: si sono susseguite in questo triste paese quattro riforme (tre e mezzo diciamo) scolastiche in pochi anni; la riforma Berlinguer (1997-2000), la riforma Moratti (2003-2006), l’intermezzo Fioroni (2006),e quella splendida riforma della Gelmini (2010). Ora, voi capirete bene  che non ha alcun senso che in cosi pochi anni si vada a toccare un ambito particolare e delicato come quello dell’istruzione pubblica: si rischia semplicemente di rovinare quello che di positivo c’era in questo settore. E questo è il risultato di questi interventi.

La Riforma Berlinguer era un tentativo di svecchiare e di innovare la scuola italiana: si cambiavano i cicli scolastici, si imponeva l’obbligo fino a 18 anni, e si iniziava a pensare al fatto che scuola e lavoro dovessero andare di pari passo; non ho vissuto sulla mia pelle questa riforma: è durata poco, fino al 2003; è fallita nel suo intento.

La Riforma Moratti cancella la vecchia riforma: praticamente un nuovo tentativo di riformare i cicli scolastici, si cambiano un sacco di nomi, e si incasina ancora di più il numero delle scuole superiore (che iniziano a lievitare); abrogata poi dal governo Prodi nel 2006 (e dalla riforma Fioroni).

La Riforma Fioroni non cambia nulla: c’è una trasformazione dell’esame di stato, l’abrogazione della riforma precedente; insomma un’altra occasione persa.

La Riforma Gelmini è il top di questo percorso: data la crisi economica che questo paese sta vivendo, viene approvata una legge di tagli all’istruzione che viene fatta passare come riforma; non entro in dettaglio della legge, perchè merita un capitolo a parte; volevo solo accennare al fatto che fra tutte le precedenti, la riforma Gelmini ha finito di distruggere l’università italiana (che ho volutamente omesso).

Università: è ora viene il tasto dolente. L’Italia aveva un sistema universitario ottimo da molti punti di vista: è sempre stato carente solo dal punto di vista di preparazione dello studente al mondo del lavoro e questo per impostazioni teoriche che sono diverse dalla maggior parte degli stati mondiali; ma bisogna affermare il contrario invece, del nostro bagaglio di conoscenze. Toccare l’università quindi, doveva essere qualcosa di delicato, fatto con i docenti,gli alunni e i rappresentanti del mondo del lavoro. Voi credete che le persone che hanno legiferato su questo argomento, abbiano la minima idea di cosa sia una facoltà? Non sanno nulla e l’hanno dimostrato con le loro riforme.

Tutto parte da un equivoco di fondo: nel 1999 c’è stato il famoso Accordo di Bologna, in cui i ministri dell’istruzione europei sono arrivati a stipulare un patto ( Link ); cito un passaggio di Gaia Calligaris

le direttive europee (già partite con la dichiarazione della Sorbona del ’98) prevedono infatti “l’armonizzazione dei sistemi di istruzione superiore” e si propongono come obiettivi principali:
• “l’adozione di un sistema di titoli comparabili per peso”, che diventeranno in concreto i CFU; tale iniziativa punta a contabilizzare la quantità di tempo dedicata all’apprendimento.
• l’introduzione del nuovo ordinamento del 3+2 attraverso il quale si cerca di abbreviare il percorso di studi degli studenti al fine di un loro più veloce inserimento nel mondo del lavoro.
• l’istituzione di 42 classi di laurea triennale e 104 di laurea specialistica, ognuno dei quali ha pari validità indipendentemente dall’ Ateneo (valore legale del titolo di studio).

La dichiarazione di Bologna rientra nel processo d’integrazione europea, che prevede l’adeguamento del sistema formativo di ogni paese dell’UE alle nuove esigenze del mercato del lavoro europeo che per affermarsi necessita di una forza lavoro con un certo grado di qualificazione ed estremamente flessibile, costantemente impegnata in un processo di “formazione permanente” dentro e fuori l’università.

ZECCHINO

L’Italia, per una volta, arriva prima di tutti gli altri paesi europei: già nel novembre ’99, con la riforma Zecchino, si attuano le linee guida della dichiarazione di Bologna. In sostanza si istituiscono il 3+2, il sistema dei crediti (CFU) e l’autonomia didattica degli atenei.
Gli intenti dichiarati sono l’innalzamento del numero dei laureati, l’introduzione di una maggior varietà di percorsi formativi e il rafforzamento del legame tra istruzione e mondo del lavoro.
Non ci è però difficile tratteggiare il “lato oscuro” delle direttive europee in materia, che prevede sì un aumento nominale del numero di laureati sul totale della forza lavoro, e la loro più giovane età di conseguimento del titolo, ma a condizione di una formazione in generale dequalificata, che sfocia in un mercato del lavoro che lascia poche aspettative, e ancor meno certezze.
La pretesa varietà dei percorsi formativi, unita al sistema dei crediti, implica soprattutto un sapere frammentato, specializzato nella sua suddivisone in moduli e in micro-discipline, un sapere disorganico e senza possibilità di rielaborazione critica. Una vasta scelta di prodotti simili e spesso inutili.

MORATTI

Il sistema del doppio livello di laurea, pensato come meccanismo di selezione dei laureati, non si rivela all’altezza delle aspettative: troppi studenti accedono alla specialistica a dimostrazione dell’effettiva svalutazione della triennale.
La riforma Moratti procede sullo stesso tracciato della Zecchino tentando di ovviarne le disfunzioni, andandone così a modificare vari aspetti. In particolare il 3+2 viene trasformato in 1+2+2, che accentua la disorganicità del processo formativo, e si intima per legge alle facoltà di inserire precisi sbarramenti all’ ingresso delle lauree specialistiche (e magistrali).
Inoltre il Ddl sullo statuto della docenza introduce nuovi elementi di precarietà per i ricercatori, allungando a 13 anni l’iter da percorrere per accedere alla cattedra (3 anni di dottorato post laurea, 4 di assegno di ricerca e 6 anni di contratto a tempo determinato).
Da ultimo, la riforma Moratti rafforza le possibilità d’intervento delle aziende all’interno degli atenei istituendo cattedre convenzionate con imprese del territorio che usufruiscono, attraverso l’ istituzione di stage e tirocini, di forza lavoro a costo zero.

Questo per farvi capire come è stata disintegrata l’università italiana; attenzione, non a causa degli accordi di Bologna, firmati, dopo anni di discussioni, insieme ad altri paesi europei. Ma per tutto ciò che di contorno è stato inserito nella riforma: ricercatori (distrutti), triennale (priva di effettivo valore, solo in Italia), rapporti aziende-laureati (inesistenti); capite quindi che, come al solito, in questo paese non c’è stata la capacità di legiferare con professionalità da parte dei ministri, su un argomento cosi importante.

Risultati? L’università italiana perde sempre più il suo prestigio, la laurea vale sempre meno a livello di sbocchi professionali, e sempre meno risorse vengono investite nella cultura e nello sviluppo; non ci sono soldi per i progetti extra-universitari, i tirocini non vengono retribuiti, gli stage nemmeno, e bisogna inventarsi una professione o un modo per entrare nel mondo del lavoro. Mettetevi nei panni di un ragazzo con queste premesse, e andate a cercare lavoro con la vostra laurea triennale (di qualsiasi facoltà, da ingegneria a filosofia); il mondo del lavoro vi risponderà che non c’è posto per voi.

Ecco spiegato il motivo per cui la disoccupazione giovanile si trova al 30%. Aggiungiamo che c’è tutt’ora una grave crisi economica (che in Italia ci ostiniamo a minimizzare) ed è chiuso lo splendido quadretto. Restano i binari del treno? Certo che no, anche se la tentazione di gettarci i responsabili è molto forte. E forse è l’unica via sana di rinnovamento del nostro paese.

Ora, ho fatto questa premessa sull’istruzione poichè è fondamentale per afferrare il concetto di cui sto parlando. La mia instabilità mentale degli ultimi tempi deriva proprio da questa situazione di fondo (oltre ad altre di cui parlerò in seguito); io dovrei far parte di questo sistema di laureati che vanno in giro per l’Italia elemosinando un posto di lavoro, nel 50% dei casi neanche attinente con quello per cui hanno studiato, e nel 90% indignitoso a livello remunerativo? Penso proprio che non mi interessa minimamente; preferisco pulire i cessi nella vita, fare il cameriere, fare il mozzo su una nave, aiutare in una fattoria, fare il volontario per una vita. E’ molto più gratificante a questo punto; ma può un ragazzo di diciotto anni iniziare i suoi studi universitari con l’idea che quello che sta facendo un giorno gli darà l’opportunità di intraprendere la carriera lavorativa che ha sempre sognato, per poi scoprire, dopo anni, che hanno volutamente omesso di dirgli che sarebbe stato alquanto difficile, se non impossibile, che ciò sarebbe avvenuto? Una società dovrebbe salvaguardare se stessa e i membri che vivono al proprio interno:mentre la mia società ha scelto di farsi governare da un elite di persone che è esclusivamente interessata alla prosecuzione della propria stirpe. Bene, io sono schifato da questo aspetto politico e sociale che ci circonda: il problema è che mi sento sempre più solo; solitudine che non deriva dal fatto che non ci sono persone che la pensano come me: di giovani che vi diranno queste cose, l’Italia è piena. E’ una solitudine mentale, figlia di una scelta di asocialità non del tutto razionale. Sono perseguitato nel mio intimo, è come se mi sentissi un peso enorme dentro me stesso che non mi fa andare avanti. E’ difficile reagire a questa convinzione che ciò che mi circonda sia totalmente negativo; non voglio diventare un cinico pessimista, scontroso e totalmente nevrotico verso la vita (nonostante il pericolo che accada proprio questo, non è poi cosi lontano); sono combattuto dentro, non so come dovrei reagire e mi da un fastidio enorme continuare ad andare avanti in questa situazione. Voi direte, piantala e agisci. Bene, questo è il fulcro principale della mia vita: tutte le volte che ho agito ed è andata male, nel senso che sono state messe in discussione le mie ideologie di fondo, le mie scelte più intime, io sono crollato psicologicamente e fisicamente. Cosa che mi rende inerme di fronte alla vita. Forse dovrei rivedere il mio approccio con la società che mi circonda, ma non penso che valga la pena mettersi realmente in discussione per essa: lo farei solo per me stesso;  si, sto divagando.

Comunque avevo intenzione di parlare un minimo del mio disagio interiore e non riesco a farlo in maniera lineare, razionale ed esplicativa; inizio a scrivere una serie di frasi sconnesse l’una dall’altra: seguono il filo altalenante e pericoloso dei miei pensieri.

In ogni caso, vorrei poter comprendere meglio se vale realmente la pena, in questa società tentare di cambiare, di modificare quello che circonda: non è forse più comodo ritirarsi da tutto e da tutti? Non è forse più semplice evitare di rovinarsi l’anima nel vano tentativo di cambiare realmente ciò che sta intorno a noi?

No, non ho gettato la spugna, naturalmente. Se lo avessi fatto, tutto questo non esisterebbe, forse non esisterei neanche più io come persona poichè mi sentirei totalmente annullato. Solo che è pesante mentalmente; lottare quando si ha uno scopo, resistere quando si ha un motivo ben preciso è lineare; cercare di Rivoluzionare quello che ci circonda è un’impresa ben diversa. Ma, sia ben chiaro, non ho la minima intenzione di ammainare bandiera bianca. O almeno, questo è quello che sto cercando di fare.

Per oggi ho scritto un sacco, come al solito ho iniziato trenta discorsi, e non ne ho chiuso neanche uno; non vorrei abituarvi cosi male, ma siete costretti a sopportarmi: in realtà basta cliccare quella x in alto a destra, e smetterò di farvi perdere tempo con le mie chiacchiere. Ma spero che quella x non la premerete mai! C’è una Rivoluzione da teorizzare insieme!

Revolutopico

 

 

Link Del Giorno:

http://www.nationstates.net/ (fanstastico giochino dove potete crearvi una nazione con la sua economia e la sua tipologia di governo: il nostro stato non ci piace? Ne creiamo uno nuovo ahah)

Nuovo Oriente

Pubblicato: febbraio 21, 2011 in Policy

Il Medio Oriente sta bruciando con una forza di cui noi occidentali abbiamo paura; ancora più alto è il livello di paura dei nostri governanti da operetta.

Ma cosa è realmente successo nel Nord-Africa? Sono scoppiate dal nulla tutte queste rivoluzioni? E l’Europa come reagisce? E gli Stati Uniti? Mi sono posto molte domande in questi ultimi giorni, e ho deciso di fare un quadro più chiaro della situazione: studiare ciò che ci circonda, non può che renderci più consapevoli e più preparati alla lotta e alla resistenza!

Egitto (link della mappa interattiva fatta dalla BBC http://www.bbc.co.uk/news/world-middle-east-12327995): il Presidente Hosni Mubarak, al potere dal 1981, è costretto a dimettersi spinto dalle rivolte popolari che hanno portato il paese sull’orlo della guerra civile. Questa rivoluzione è stata resa possibile grazie alla forza dei social network (Twitter,Facebook, e molti blog in lingua araba) che fin dal 2005 si opponevano al regime di Mubarak. Vi metto il link di un’ interessante intervista fatta ad un blogger egiziano  ( http://temi.repubblica.it/limes/il-cairo-e-la-blogosfera-intervista-a-ahmed-gharbeia/20426 ); tutti esultiamo di fronte alla fine di un regime e all’inizio di una nuova democrazia? Difficile. Bisogna capire a fondo la natura della politica egiziana. Vi metto come citazioni interessanti, pezzi di un articolo di uno studente egiziano che ha vissuto quella settimana (l’articolo completo lo trovate qui http://temi.repubblica.it/limes/la-vera-storia-della-rivoluzione-egiziana/19653 ) e che sostiene che fondamentalmente in Egitto non si stava poi cosi male prima delle rivolte, e che il figlio di Mubarak avrebbe seguito un percorso di riforme liberiste:

Dal 1952 il regime egiziano si basa su una coalizione fra esercito e burocrati che risponde al modello di Stato autoritario di O’Donnell. L’esercito controlla l’economia e il potere reale.

Tutti sanno che Gamal Mubarak, il figlio del presidente, stava studiando per succedergli. In realtà Hosni non è mai stato entusiasta di questo scenario, vuoi perchè aveva intuito le ridotte capacità del figlio, vuoi perchè l’esercito non sembrava troppo convinto della successione

Oggi gli egiziani hanno paura. Hanno visto l’inferno per un attimo, e non hanno gradito. Al contrario di quanto dice al Jazeera, non manifestano più. Martedì in piazza c’erano 5mila attivisti e non 150mila come insiste a dire la tv del Qatar. E in questo momento a nessuno di quei 5mila importa più di tanto se Mubarak si dimette o no. Hanno altri problemi: il cibo e la sicurezza

uindi, come siamo messi? Non lo sappiamo ancora con certezza, ma un paio di conclusioni possiamo trarle.

1) Gamal è fuori dai giochi.

2) Mubarak non si ricandiderà. Il suo mandato presidenziale scade a ottobre e o lo porterà fino alla fine o si dimetterà prima, una volta tornata la calma, per motivi di salute, che non sono inventati. Sta morendo.

3) Ora comanda l’esercito. Siamo tornati ai bei tempi, i “ragazzini” sono stati estromessi, decidono gli “uomini”.

4) Fine delle politiche neoliberali, perlomeno finché l’economia regge. Scordatevi liberalizzazioni e riforme per un po’.

Sale un pò di sconforto nel leggere queste parole, non trovate? Ma bisogna comunque riflettere. Queste sono parole di una persona che ha visto scontri, morti e distruzione per le strade della propria città; metteteci anche che molto probabilmente aveva un minimo di speranza nel figlio di Mubarak e il cerchio si chiude. La bellezza dell’esistenza umana è fatta da pareri differenti, da contrasti, da discussioni; confrontarsi con una persona che ha pareri diversi ( naturalmente non talmente tanto diversi da ledere quelle convinzioni per cui daremmo la vita ) è l’unico modo per farci crescere intellettualmente. Spero che Sam Tandros, l’autore di quell’articolo, si possa ricredere e possa vivere in un Egitto migliore da quello in cui viveva nel dicembre del 2010.

Quale futuro adesso si prospetta per questo paese? Sicuramente i militari avranno un ruolo fondamentale, come è sempre avvenuto anche in passato, nella scelta del futuro governo del paese; ma bisogna dar conto alle proteste popolari e alle persone che sono scese in piazza a protestare. E’ già previsto un aumento dei salari del 25% in aprile: pensate che non sia un risultato da poco? La forza che ha la Rivoluzione è innegabile e indiscutibile: forse la situazione potrà non essere rosea come tutti gli egiziani vorrebbero, forse il paese non riuscirà a democratizzarsi al cento per cento; ma quanto è stupendo poter pensare, poter lottare giorno per giorno, per quella libertà che si è sempre sognata? Il segno impresso nelle anime di ogni singolo manifestante egiziano in queste settimane, è eterno ed indelebile.

Tunisia:Zine el-Abidine Ben Ali prende il potere il 7 novembre del 1987, con buona pace dei governi occidentali, che vedevano in lui l’uomo giusto per garantire stabilità alla regione (ruolo chiave in questo senso viene giocato dai servizi segreti italiani che appoggiano la sua candidatura, in contrapposizione del vecchio presidente Bourguiba che minava sempre di più la pace con l’Algeria); la Tunisia conosce una crescita economica notevole, ma di pari passo vanno le limitazioni alle libertà individuali. E’ insomma, un paese pieno di contraddizioni: alto tasso di istruzione, bassa la percentuale di poveri, ma forti misure repressive per gli oppositori del presidente.  La rivolta è quindi scoppiata a causa di un semplice aumento dei prezzi alimentari? Naturalmente no; la Tunisia è, come già detto, un paese in cui l’economia era si dinamica, ma la disoccupazione era al 15%; i giovani non hanno grosse opportunità a fronte di una elitè che governa il paese e ricopre tutte le cariche di vertice; a differenza di Algeria ed Egitto, non è riuscito a catalizzare investimenti stranieri, e anche il turismo è minore delle aspettative generali. Aggiungiamo nel paniere anche il fatto che si collocava negli ultimi posti della classifica mondiale per la libertà di internet, e ci rendiamo conto di come il paese sia giunto alla Rivoluzione.In ogni caso, il popolo ha scelto, dopo ventisette anni di regime, di cacciare Ben Ali. Il mio cuore ha esultato anche di fronte a questa notizia. Anche loro si troveranno di fronte uno scenario fatto non solo di rose e di fiorellini colorati, ma la strada adesso è in discesa. E non sopporto i giornalisti, gli scrittori, gli intellettualoidi che fanno di tutto per sminuire la passione e la forza di un popolo; non riesco a non odiare coloro che stemperano gli entusiasmi e le felicità degli uomini; non fanno altro che distruggere i sogni; e i sogni sono tutto nella vita: senza di essi non faremmo altro che mangiare,obbedire,dormire. Lunga vita alla Rivolta tunisina!

( FONTI: http://temi.repubblica.it/limes/in-tunisia-e-algeria-non-ce-la-stessa-crisi/18621http://temi.repubblica.it/limes/ventitre-anni-da-sovrano-assoluto-la-tunisia-di-ben-ali/18779)

 

Yemen: ho seguito molto meno la rivolta in questo paese,in primis perchè il popolo è sceso in piazza solo l’11 febbraio; poi perchè sono stati coordinati dal leader del partito d’opposizione Hameed Al-Ahmer, dal 1993 membro del partito islamista di stampo riformista Islah; con questo non voglio insinuare che sia una rivolta pilotata, ma  forse nasce con meno forza “popolare”: d’altro canto è in ogni caso inevitabile,dato che nello Yemen solo una persona su cento ha l’accesso a internet ( dato imbarazzante anche per un paese non-occidentale ). Ali Abdallah Saleh sta perdendo il consenso verso il paese, oramai lo appoggia solo l’esercito, che fra l’altro è intervenuto pesantemente nelle manifestazioni scoppiate in questo periodo ( Amnesty International ha formalmente richiamato il governo su questo punto,cosi come ha fatto l’ambasciata statunitense anche se in modo informale). Non possiamo fare altro che incrociare le dita e rivolgere i nostri pensieri anche al popolo Yemenita, che lotta con forza e coraggio.

Lascio una parentesi aperta per quanto riguarda la Libia: nel momento in cui sto scrivendo, le notizie sono ancora confuse; ci tornerò con un altro post a tema

Conclusioni Personali

Come non esultare di fronte a tali cambiamenti? Finalmente l’Africa, quel continente che ogni giorno nelle chiacchiere sterili da bar preferiamo considerare abitato da negri che non hanno voglia di far nulla e nemmeno di ribellarsi, si è sollevata di fronte ai loro dittatori. Mi piange il cuore non vedere il mio paese capace di sprigionare una forza tale ( e qui mi fermo perchè questo è un altro argomento, che affronterò in un’altra occasione); con il cuore e con la mente penso ogni secondo a quelle persone che sono morte per la loro libertà, per il loro paese; qua sento continuamente nazionalisti che dicono di amare l’Italia, ma non sanno neanche cosa significa lottare per la propria nazione. Amo coloro che si stanno ribellando, vorrei essere con loro, vorrei poterli guardare in faccia,vorrei poter guardare i loro occhi e la loro paura, vorrei poter sentire i loro sentimenti; vorrei vivere con loro questi giorni di rivolta, per poter sognare un futuro migliore, diverso da quello che ci è stato ingiustamente imposto. Quella che loro ci stanno impartendo è una lezione di vita fondamentale: restare inermi, apatici, evitare di lottare ogni secondo della nostra vita, è una scelta che dovrebbe ferirci a morte. Evidentemente, per noi italiani non è cosi. E fremo di rabbia, ogni giorno che passa, sempre di più.

 

 

Link del giorno (oltre a quelli già inseriti nel post):

http://www.nytimes.com/interactive/2011/02/12/world/middleeast/0212-egypt-tahrir-18-days-graphic.html fantastica mappa interattiva delle rivolte egiziane fatta dal New York Times ( poi ci ostiniamo a pensare che i quotidiani italiani abbiano un qualche valore: in questo paese restano solo le riviste come fonte seria di giornalismo)

http://latuff2.deviantart.com/gallery/ ( galleria di un bravissimo vignettista politico)

http://www.bbc.co.uk/news/world-europe-12446555 ( stranamente l’Italia chiede aiuto all’Europa, soprattutto economico, per contrastare i nuovi arrivi a Lampedusa )

Rivoluzione e Utopia.

Due parole che mi stanno particolarmente a cuore. La prima è l’essenza della mia persona, la forza stessa della mia anima. Il suono di quella parola mi arde dentro da molto, forse troppo, tempo. Ha un profondo significato nella mia vita e vorrei poterlo percepire nelle persone che mi stanno intorno: ma noto solo parecchia apatia e mancanza di coraggio. Cerco di lasciarmi prendere interamente da questa parola; voglio esserne avvolto, voglio che ogni mia azione, ogni mio sguardo, ogni mia frase, esca dalla mia anima insieme ad essa. Sono profondamente convinto che la società che mi circonda ha un’infinità di difetti, di muri insormontabili. L’unico modo per contrastarla è la Rivoluzione, con la lettera maiuscola. Bisogna riflettere, riflettere ogni secondo della nostra vita e giungere ad una conclusione rivoluzionaria: continuare a trascorrere le proprie giornate governate da quella collettività che ci ha imposto il suo modo di essere è assolutamente un qualcosa che mi fa sentire male e che dovrebbe far arrecare danno a moltissime persone; ma a quanto pare, tali individui hanno scelto per comodità o per altri motivi personali, di restare attaccati al cordone ombelicale per il resto della loro esistenza. La vita è fatta di scelte razionali e non; io non concepisco la rinuncia alla realizzazione della propria libertà come una scelta razionale e sensata, ma la rispetto. Solo che molte volte a tali scelte non fa seguito l’assumersi le proprie responsabilità e non si concepiscono le conseguenze delle proprie azioni; e in tal caso, io non ho più intenzione di aver a che fare con la persona che ho di fronte. Mi crea un disagio enorme aver a che fare con un individuo che non fa nulla per modificare nulla della propria vita, ma si lamenta apertamente di ogni singola cosa. Non posso reggerlo mentalmente!

Quindi, per tornare a me stesso, avreste dovuto capire la prima parte del titolo di questo blog; la seconda è una facile e triste conseguenza. Scaturisce dalla facile domanda che mi viene puntualmente posta: e pensi di riuscire a combattere questa società alla fine? Pensi di riuscire a vincere? La risposta è sempre la stessa: utopia. E qui sconfiniamo nella seconda parte del mio titolo; ma qui la connotazione negativa di tale parola, sparisce del tutto: chi ha detto che l’utopia è un qualcosa di irrealizzabile o di impossibile? Io preferisco affibiargli i due termini di ottimismo e perfezione,  a cui ognuno di noi dovrebbe tendere nella sua esistenza.

Che sia difficile, arduo, vivere in questo modo, ne sono convinto in ogni mia parte: ma appaga la mia anima e rafforza il mio spirito ogni giorno che salgo un gradino di questa lunghissima scalinata. Non so se riuscirò ad arrivare in cima, ma nulla può impedirmi di farlo.

“Per il momento , resistere, resistere, resistere” U. Eco

Day One

Pubblicato: febbraio 20, 2011 in Thoughts
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Iniziare un blog, un diario online, in cui riversare i miei pensieri e i miei stati d’animo, è quel genere di cose che non pensavo avrei fatto a breve.

Come al solito devo ricredermi, e ho deciso di dar vita a questo nuovo progetto. Voglio scrivere per mettere ordine nella mia vita, soprattutto nella mia testa; nel fare ciò, voglio essere libero di scriverlo su internet, nella più grande piazza virtuale che l’uomo abbia mai concepito. L’idea mi da una libertà di pensiero indefinibile. Mi fa sentire padrone di me stesso, comandante intrepido delle mie azioni.

O almeno lo spero, ecco!

In ogni caso, sono felice di aver preso questa decisione, mettiamola cosi! Questo blog parlerà della mia vita, in primis; ho bisogno di condividere tutto ciò che affolla quotidianamente la mia mente; voglio raccontare quello che vedo, quello che ascolto e quello che sento intorno a me; ho bisogno di trasformare in parole le mie sensazioni più intime, e districarmi nei meandri dei miei sconclusionati pensieri. Questa presentazione per ora basta e avanza; serviranno vari post per farvi conoscere il revolutopico che vi sta scrivendo: ah, penso che il prossimo riguarderà la scelta di questo nome (inventato, naturalmente).

Mi richiudo nella mia vita reale.A presto