Archivio per novembre, 2011

Quando ti trovi a vivere in un paese con quattro strade messe in croce, con quattro bar, cinque market, una chiesa ortodossa in cima ad una collina, diciamo che la concezione di tempo/spazio/vita sociale viene leggermente a mancare. O meglio, cambia.

Cambia tutto.

Come fai ad essere triste, preoccupato del futuro, spaesato a causa del presente, impaurito dalla crisi mondiale, con i nervi a fior di pelle? Decisamente, non puoi. Non puoi in una realtà di seimila abitanti, di cui tremila vivono lontani dal centro della città, in mezzo alle campagne, e per quanto riguarda gli altri tremila, ne vedi in giro meno della metà: i Rumeni non hanno soldi per uscire la sera a prendersi una birra o per mangiarsi una pizza. Vedi sempre le stesse facce in giro, sempre le stesse persone che ti guardano senza capire cosa diavolo ci fa un italiano in un paese sperduto in Romania.Fra l’altro, se provi a spiegarglielo (cosa non per niente facile in una lingua che conosci da appena due mesi), ti chiedono: “ma quanto guadagni?” ed alla risposta “manco na lira” o si mettono a ridere, o ti guardano come un alieno. D’altronde è normale, in un paese in cui la fiducia nelle istituzioni è pari a zero; stessa cosa per quanto riguarda la loro opinione sull’ Unione Europea: non si sa quanti soldi investe in Romania (fra l’altro è facilissimo ricevere finanziamenti dalla Commissione, soprattutto per le aree rurali) ma la sensazione generale è quella “si ma alla fine, il nostro paese fa sempre schifo!”.

Mi sento diverso in questo luogo. Non sperduto. Semplicemente diverso.

Sto imparando a vivere in una cultura totalmente differente dalla mia. Non totalmente differente da quella occidentale, sia ben chiaro: vivo in un piccolo paese di campagna, questo è vero; ma la mentalità è sempre la stessa: i giovani non vedono l’ora di fuggire via (magari all’estero), tutti ostentano ricchezza (quei pochi che l’hanno, naturalmente), la maggior parte delle ragazze del “Liceu” mi ricordano le adolescenti italiane (stesso atteggiamento adolescenziale…); poi, se ti sposti nelle grandi città universitarie (Cluj per esempio) trovi veramente la stessa “occentalità”.

Ma nonostante tutte le similitudini che si possono trovare, resta troppo evidente il distacco fra la Romania e l’Italia. Non finisco mai di stupirmi: mi ricordano i miei nonni, anzi, le cene di natale che facevo a casa della nonna Giulia, quando tutti si mettevano a ricordare dei tempi passati e ridevano e scherzavano della povertà e delle difficoltà che avevano. Qui mi sembra di vivere in quegli anni: la maggior parte delle persone non se la passa poi molto bene in Romania; molti sono emigrati all’estero, e le famiglie qui vivono grazie ai soldi dei parenti; molti giovani non escono mai di casa durante la sera dato che non hanno nemmeno i soldi per mettere la benzina; sono semplici, non ignoranti (anche se il livello culturale dei professori non è poi cosi alto…o almeno questa è l’impressione che mi hanno dato per ora), e vivono bene nella loro semplicità: se non fosse per i bassi salari, secondo me sarebbero veramente felici di vivere in questo paese. Naturalmente tutti si lamentano in continuazione, come è logico che sia quando non hai la possibilità di vivere una vita degna di questo nome a causa di una pessima politica (sia passata che presente). Ma ho come la sensazione che se la passino meglio di noi in quanto a felicità quotidiana,anche se non in quanto a felicità di vita: per quanto riguarda il loro futuro pianificano continuamente di fuggire all’estero a lavorare, e molti di loro ci riescono benissimo (data la capacità di sacrificio che hanno).

Ma li sento più, come posso dire, umani. E’ come se noi in Italia ci stessimo spostando verso la zona grigia della tolleranza del diverso. Non mi piace; per nulla.

Mentre qui in Romania, sono razzisti solo ed esclusivamente contro i Rom. Voi direte, vi pare nulla: ma in realtà ci sono profonde dietro questo odio razziale. Mentre in Italia odiamo gli immigrati solo perchè “ci rubano il lavoro”; che poi fra l’altro, è una puttanata allucinante: io ci sono andato a raccogliere le olive vicino casa mia, e non ho idea di quante piante sono state abbandonate per mancanza di persone che andassero a prenderle. Sono profondamente convinto in pratica, che il nostro razzismo nasce da radici ben poco profonde e alquanto superficiali.

Dovremmo tutti quanti apprendere, anzi ricordarci, che stress e frenesia non sono atteggiamenti innati o facenti parte della nostra persona a prescindere. Siamo noi che scegliamo la nostra vita. La nostra modalità di lotta.

Sto imparando a lottare, in maniera intelligente. Non è con il nervoso o con la rabbia sterile che cambierò mai qualcosa dentro di me.

Devo indirizzare la mia rabbia. Devo trasformare la mia lotta, in qualcosa di più riflessivo, naturalmente non più pacato.

E paradossalmente, sti rumeni mi stanno cambiando.

 

R.

Memorie Perenni

Pubblicato: novembre 28, 2011 in Thoughts

Non è possibile dimenticarLa.

Continuo quindi a segnalare post, incontri, eventi che La riguardano. Continuo a pensare alle macerie, a tutte le persone che sono morte quel dannato giorno, a coloro che hanno sofferto, a chi continua a soffrire. Continua a sanguinare la mia ferita, con la speranza che un giorno, gli abitanti del L’Aquila, possano finalmente avere la pace e la serenità che spetta ad ogni essere umano.

Appello per L’Aquila

Vedrai che cambierà

 

R.

In Romania non esiste l’immigrato; non si parla di immigrazione. Non hanno problemi come questo, o quest’altro; ed è inutile aggiungere altri link sulla vicenda: l’Italia è un paese sottosviluppato in quanto a politiche sull’immigrazione. Abbiamo una legge, la Bossi-Fini, degna di un’Italia fascista e qualunquista in cui eravamo segregati fino a un mese fa (senza commentare l’attuale governo Europeista, dato che ancora non cercano di proporre alcuna misura economica in parlamento); continuiamo a confinare nei CPT, che si dovrebbero chiamare Lager (difficile dimenticare l’inchiesta di Gatti), persone che scappano da guerre, dalla fame e dalla miseria a cui noi li condanniamo giorno dopo giorno (lavandoci la coscienza con donazioni quotidiane ad associazioni religiose, che fanno capo a quest’uomo qui: usasse i soldi dello IOR invece di dire idiozie in continuazione); facciamo finta di essere ospitali, aperti di mente, onesti, “compagnoni”, e poi non appena vediamo una persona di colore/albanese/rumeno/zingaro/mezzostrano che ci chiede un euro per mangiare, storciamo il muso e lo mandiamo a cagare; se non lo mandiamo a cagare verbalmente, lo facciamo nella nostra testa; seppure gli diamo quell’euro totalmente inutile per noi, lo facciamo a malincuore, con la speranza di non incontrarne di altri.

Purtroppo non è facile. Io capisco la situazione, voglio comprendere coloro che in Italia perdono il proprio lavoro dato che i Rumeni lavorano in nero, per tredici ore al giorno, prendendo lo stesso salario di un italiano che lavora 5 ore al giorno. E’ normale che cominci a diventare razzista. Loro stessi te lo dicono quando ti metti a parlare della loro esperienza in Italia (dato che tutti i rumeni sono stati da qualche parte a lavorare, chi per un mese, chi per cinque anni, chi ancora si trova all’estero): Asta este, ti rispondono. Questa è la vita. Loro lo sanno che stanno rubando lavoro agli italiani, lo sanno che dopo un pò se ne torneranno in Romania. Sanno che con i soldi che guadagnano in Italia per un anno, ci vivono cinque anni nel loro paese natale. Sanno che gli italiani li odiano non perchè sono rumeni, ma perchè vengono in Italia a lavorare per quattro soldi (e per loro non sono proprio quattro soldi…).

Asta este.

Di solito lo Stato, il Governo interviene dove il buonsenso dei normali cittadini non arriva. Di solito i politici sono persone chiamate a ricoprire un incarico in rappresentanza di tutta la popolazione, per legiferare e migliorare la vita di ogni singola persona del proprio paese. Amor di patria, amore verso l’umanità dovrebbero spingere un individuo a mettersi in gioco come politico. Questa non è proprio l’idea che io ho dei politici italiani. Inutile spiegare il motivo.

Non voglio fare discorsi populisti. Mi limito soltanto ad osservare la realtà circostante.

In Romania non fanno altro che parlare o considerare il fatto di andare all’estero a lavorare. Io non riesco a dirvi se la vivono male o bene. Non amano il loro paese a tal punto da cercare di cambiare qualcosa sul serio. Un tizio mi ha detto: “Noi Rumeni siamo come voi Italiani, siamo praticamente uguali: entrambi ci lamentiamo del nostro paese, ma se qualcuno si azzarda a parlarne male, reagiamo subito malissimo!” Avrei voluto spiegargli che per noi la situazione è leggermente diversa: l’Italia sarà anche una latrina a cielo aperto, ma in tutti i paesini, in tutte le realtà sociali riesci a trovare qualcuno che si impegna per migliorare la situazione. Che poi sia ispirato dalla religione, dal denaro, dalla sete di potere, poco importa. Qui ho l’idea che non hanno la capacità di mettersi in gioco al livello sociale. O forse, è solo la realtà di un piccolo centro. Naturalmente a Bucarest è totalmente diverso. Ma città come Timisoara, Craiova, Cluj (e stiamo parlando di realtà con piu di trecentomila abitanti) non brillano certo di attivismo culturale/sociale. I giovani non vedono l’ora di andare via.

Asta este.

Logico che vogliono fuggire via. Quando sei straniero in terra straniera è tutto più semplice: non devi interessarti della politica. Se lo fai, in ogni caso, non ti farai mai coinvolgere al cento per cento; è impossibile. Puoi sparare sentenze sul tuo paese d’origine ogni volta che vuoi, dato che ti senti al di sopra di quei sfigati che sono rimasti “a casa”.

Asta este.

Io non so proprio che pensare, invece. Mi sento lontano dalla mia patria, dall’Italia, per la prima volta in vita mia. Per la prima volta uso il concetto di “patria” di “nazione” di “terra natia” quando parlo con altre persone. Per la prima volta cerco di difendere la mia terra e la mia origine. Per la prima volta cerco di non buttare merda continuamente sull’Italia. Ma spiego; continuo a spiegare mille volte il motivo del nostro fallimento politico; continuo a parlare della semplicità della nostra popolazione, delle nostre umili origini che ci hanno condannato al ventennio berlusconiano. Spiego la nostra ignoranza e la nostra idiozia sociale.E’ strano. Veramente strano.

Da un lato non ho la minima intenzione di fermarmi a girare il mondo. Il solo fatto di conoscere mille persone differenti ti apre la mente; lo stimolo a proseguire un percorso di vita internazionale è fortissimo.

Solo che. Solo che.

Mi sento sconfitto. Mi sento come se non avessi provato realmente a fare qualcosa per il mio Paese.

Ripenso a tutte le manifestazioni, alle proteste giovanili, all’attivismo sociale, all’attivismo culturale; a tutte le ore spese in azioni di vario genere; a tutte le parole spese di fronte ad una tazza di birra, di fronte ad un bicchiere di vino, a parlare con i tuoi amici di quante cose belle si potrebbero fare. Tutte le idee avute, tutte le proposte ricevute.

Buttare tutto nel cesso cosi? Dopo nove mesi di Volontariato Europeo?

Asta este?

 

R.

Ferite aperte

Pubblicato: novembre 5, 2011 in Thoughts

Riporto per intero un articolo sul L’Aquila. La ferita continua a segnare il mio cuore, e difficilmente si sanerà presto. Cosi come continuano a sanguinare i cuori e le menti di migliaia di persone che ancora soffrono nel “cratere”. A loro va il mio pensiero, in questa terra lontana; mai potrò dimenticare veramente la mia terra

L’inettitudine non è mai gratis. Per capire a quale tremendo prezzo l’Italia abbia pagato l’imbecillità della casta, capace solo di salvaguardare i propri privilegi, bisogna andare a L’Aquila. È quella la fotografia del nostro Paese. Nel centro storico del capoluogo abruzzese, come nei piccoli comuni della periferia, si tocca con mano la paralisi. Le macerie, i puntellamenti, le strade chiuse, i divieti, i palazzi pericolanti nella zona rossa.

Tutto quel poco che gli Aquilani hanno ottenuto in questi 31 mesi che sono passati dalla notte del sisma, lo hanno strappato con le unghie e con i denti. Sono scesi in piazza ogni volta che s’avvicinavano i termini di scadenza della sospensione del pagamento delle tasse, e ogni volta hanno racimolato una proroga di qualche mese, gettata dal governo come un’elemosina immeritata.

Il 7 luglio 2010 gli Aquilani manifestano a Roma contro la mancata ricostruzione e i provvedimenti inadeguati presi da Berlusconi, Bertolaso ed il resto della cricca, ottenendo promesse e manganellate. Il governo prolunga la sospensione fino a fine anno, e il 22 dicembre, nel famigerato “Decreto Milleproroghe”, sancisce la sospensione della “riscossione delle rate non versate in scadenza tra il primo gennaio 2011 e il 31 ottobre 2011. La ripresa della riscossione – si legge nel decreto – delle rate non versate sarà disciplinata da un decreto del presidente del Consiglio dei ministri”. Un regalo di Natale non gradito dagli Aquilani, che si aspettavano un provvedimento di più lungo respiro e che desse maggiori garanzie per il futuro.

Intanto, la rabbia in città era salita alle stelle, nelle settimane precedenti, a causa della nomina, da parte del governo, di Antonio Cicchetti a vice-commissario per la ricostruzione. Lo stesso Antonio Cicchetti che era stato condannato dalla Corte dei Conti per la mala gestione dei fondi relativi alla Perdonanza Celestiniana, e che ora veniva preposto ad amministrare ingenti somme per rilanciare la città. Anche in quel caso i cittadini non erano restati a guardare, ma avevano occupato il Consiglio Comunale, ottenendo in cambio vane promesse e epiteti poco edificanti (“violenti squadristi”) da parte del Pdl.

La scadenza del 31 ottobre prevista dal Milleproroghe, comunque, poteva sembrare lontana, ma i cittadini, vessati dalle difficoltà di vivere in una terra paralizzata, avvertivano il nauseante senso di precarietà insito nell’ennesima proroga. Solo altri dieci mesi.

Oggi, che quei dieci mesi sono terminati, è arrivata la prevdibile condanna per la città: è stato infatti annullato lo slittamento per il pagamento delle tasse per le zone colpita dal sisma. Un provvedimento del genere, ha spiegato Gianni Chiodi, governatore dell’Abruzzo e Commissario alla ricostruzione, “deve essere previsto da un decreto legge che finora non è stato messo a punto”. Anzi, come stabilito nel Milleproroghe, il presidente del Consiglio ha disciplinato la restituzione delle tasse: delle 120 rate di arretrati, gli Aquilani dovranno versare la prima entro il 30 novembre. Poi, entro il 16 dicembre, dovranno addirittura restituire ben 11 rate in un’unica soluzione. Ed entro il 31 dicembre un’ulteriore rata. Questo significa che i lavoratori del capoluogo abruzzese vedranno scomparire la tredicesima dalle loro buste paga, e buona parte dello stipendio di novembre e soprattutto di dicembre. E, a partire dal gennaio 2012, dovranno continuare a versare ogni mese una delle rate arretrate.

Tutto ciò senza alcuna decurtazione sull’importo da pagare, come era stato previsto a seguito dei terremoti dell’Umbria e dell’Irpinia. Gli Aquilani, da ora in poi, dovranno pagare per intero le tasse ordinarie, e per intero le tasse sospese fino al pagamento della centoventesima rata. E così proprio loro, che avrebbero bisogno di agevolazioni fiscali per vivere in una città martoriata e piena di problemi, saranno quelli che pagheranno le tasse più ingenti.

“Da oggi tutti i cittadini aquilani – annuncia il deputato abruzzese del Pd Giovanni Lolli – daranno vita ad una mobilitazione per le difesa dei loro diritti, una mobilitazione unitaria, che non deve vedere alcun atteggiamento di parte perché gli obiettivi da raggiungere riguardano i diritti e la dignità di ogni cittadino”. Ancora una volta, insomma, gli Aquilani sono chiamati a scendere in strada per ottenere quello che un governo decente dovrebbe garantire loro. E, a giudicare dalle prime reazioni sui blog e sui social network, gli Aquilani sono pronti a farlo, anche se ciò significherà ancora manganellate e insulti.

La situazione in cui è ridotto il capoluogo d’Abruzzo, del resto, non può più essere accettata. E anche in questo, forse, L’Aquila è lo specchio dell’Italia intera. “Accettando la realtà ci si crede di fare il proprio bene, invece si prolunga la propria schiavitù”. Sono parole di Ennio Flaiano, che era abruzzese.

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