Archivio per la categoria ‘Rage’

Mi piace pensare che la guerra nella striscia di Gaza sia finita per sempre, senza vincitori ne vinti, ma con la definitiva idea di costituire uno stato Palestinese libero ed autonomo.

Mi piace pensare che il popolo israeliano possa passare dal 16% dei consensi a favore della pace (fonte: canale due della televisione israeliana) fino ad un bellissimo 80% (100% sarebbe eccessivamente utopico persino per me).

Mi piace pensare che quando si votera’ all’ONU per il riconoscimento della Palestina come stato-membro (e non piu’ relegato al ruolo di osservatore), si assistera’ ad un risultato storico senza precedenti che potra’ cosi dare l’avvio ad un serio processo di pace.

Mi piace pensare che Mr. Obama possa impegnarsi in maniera decisiva per la questione palestinese. E’ stato fatto un enorme passo avanti ieri sera: il segretario di stato Hilary Clinton ha riconosciuto come interlocutore e come garante della pace il nuovo governo Egiziano (i fratelli musulmani); mi piace sperare che la politica statuniteste stia cambiando in fatto di politica estera.

Mi piace pensare che i bambini di Gaza restino i bambini di Gaza, e non un fenomeno fotografico di pubblicare su facebook. I bambini dovrebbero essere gli unici durante le guerre. E mi piace pensare che i mandandi di quei omicidi verranno rinchiusi in galera, non pagati da uno stato che si professa laico e occidentale.

Mi piace pensare che Israele non spenda un miliardo di dollari per l’Iron Dome, non spensa 40000 dollari ogni missile sparato, non mandi in bancarotta il proprio paese, ma impieghi quei soldi per la messa in atto della pace con il popolo palestinese.

Mi piace pensare che tutti coloro che si sono indignati, che hanno pianto, che si sono disperati, che hanno insultato Israele, che hanno condannato Hamas, usino lo stesso fervore per tutti gli altri conflitti presenti su questo dannato pianeta.

Mi piace pensare che la guerra in Siria torni in primo piano.

Mi piace pensare che il premier israeliano Netanyahu si dimetta a seguito di questa imbarazzante e inutile prova di forza.

Mi piace pensare un prossimo governo israeliano a favore della pace con il popolo palestinese.

Mi piace pensare che il nome di Vittorio Arrigoni non torni di nuovo nel dimenticatoio.

Mi piace pensare che gli italiani all’estero siano tutti come Rosa Schiano. Vorrei sentire parole altisonanti da parte delle nostre pubbliche autorita’ in suo onore, legittimata in cio’ che sta facendo non solo dal popolo del web.

Mi piace pensare che un giorno gli israeliani non abbiano piu’ paura di prendere un autobus, e i palestinesi non abbiano piu’ paura di vivere.

Mi piace pensare che un giorno leggero’ di nuovo le mie parole e sorridero’ come un bambino pensando che i sogni non sempre siano irraggiungibili.

Stay Human. Restiamo Umani.

R.

Il famoso matematico si e’ congedato. Non pubblichera’ piu’ il suo blog nel sito della Repubblica. Motivo? La cancellazione del suo post sull’attacco israeliano a Gaza. Le parole logica nazista hanno fatto rizzare i capelli ad Ezio Mauro.

Ovviamente, pubblico qui in versione integrale il post incriminato e la successiva risposta di Odifreddi dopo la cancellazione del suo post.

Il post cancellato dal blog della Repubblica

Dieci volte peggio dei nazisti (18)
Uno dei crimini più efferati dell’occupazione nazista in Italia fu la strage delle Fosse Ardeatine. Il 24 maggio 1944 i tedeschi “giustiziarono”, secondo il loro rudimentale concetto di giustizia, 335 italiani in rappresaglia per l’attentato di via Rasella compiuto dalla resistenza partigiana il 23 maggio, nel quale avevano perso la vita 32 militari delle truppe di occupazione. A istituire la versione moderna della “legge del taglione”, che sostituiva la proporzione uno a uno del motto “occhio per occhio, dente per dente” con una proporzione di dieci a uno, fu Hitler in persona.

Il feldmaresciallo Albert Kesselring trasmise l’ordine a Herbert Kappler, l’ufficiale delle SS che si era già messo in luce l’anno prima, nell’ottobre del 1943, con il rastrellamento del ghetto di Roma. E quest’ultimo lo eseguì con un eccesso di zelo, aggiungendo di sua sponte 15 vittime al numero di 320 stabilito dal Fuehrer. Dopo la guerra Kesselring fu condannato a morte per l’eccidio, ma la pena fu commutata in ergastolo e scontata fino al 1952, quando il detenuto fu scarcerato per “motivi di salute” (tra virgolette, perché sopravvisse altri otto anni). Anche Kappler e il suo aiutante Erich Priebke furono condannati all’ergastolo. Il primo riuscì a evadere nel 1977, e morì pochi mesi dopo in Germania. Il secondo, catturato ed estradato solo nel 1995 in Argentina, è tuttora detenuto in semilibertà a Roma, nonostante sia ormai quasi centenario.

In questi giorni si sta compiendo in Israele l’ennesima replica della logica nazista delle Fosse Ardeatine. Con la scusa di contrastare gli “atti terroristici” della resistenza palestinese contro gli occupanti israeliani, il governo Netanyahu sta bombardando la striscia di Gaza e si appresta a invaderla con decine di migliaia di truppe. Il che d’altronde aveva già minacciato e deciso di fare a freddo, per punire l’Autorità Nazionale Palestinese di un crimine terribile: aver chiesto alle Nazioni Unite di esservi ammessa come membro osservatore! Cosa succederà durante l’invasione, è facilmente prevedibile. Durante l’operazione Piombo Fuso di fine 2008 e inizio 2009, infatti, compiuta con le stesse scuse e gli stessi fini, sono stati uccisi almeno 1400 palestinesi, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, a fronte dei 15 morti israeliani provocati in otto anni (!) dai razzi diHamas. Un rapporto di circa 241 cento a uno, dunque: dieci volte superiore a quello della strage delle Fosse Ardeatine. Naturalmente, l’eccidio di quattro anni fa non è che uno dei tanti perpetrati dal governo e dall’esercito di occupazione israeliani nei territori palestinesi.

Ma a far condannare all’ergastolo Kesserling, Kappler e Priebke ne è bastato uno solo, e molto meno efferato: a quando dunque un tribunale internazionale per processare e condannare ancheNetanyahu e i suoi generali?

Piergiorgio Odifreddi

 

Risposta di Odifreddi a seguito della cancellazione del post

Il non-senso della vita è iniziato il 31 agosto 2010, e ha cercato di gettare uno sguardo il più possibile razionale, e dunque non convenzionale, sugli avvenimenti che la cronaca proponeva quotidianamente alla nostra attenzione. Lo stesso titolo del blog, nonostante la palese provocazione filosofica e teologica, intendeva programmaticamente indicare che gli spunti di meditazione e di discussione sarebbero stati scelti, in maniera idiosincratica, tra quelli che potevano essere considerati come “portatori di non senso”.

Per 809 giorni Repubblica.it ha generosamente ospitato le mie riflessioni, che spesso non coincidevano con la linea editoriale del giornale, e ha offerto loro l’invidiabile visibilità non solo del suo sito, ma anche di un richiamo speciale nella sezione Pubblico. Da parte mia, ho approfittato di questa ospitalità per parlare in libertà anche di temi scabrosi e non politically correct, che vertevano spesso su questioni controverse di scienza, filosofia, religione e politica.

Naturalmente, sapevo bene che toccare temi sensibili poteva provocare la reazione pavloviana delle persone ipersensibili. Puntualmente, vari post hanno stimolato valanghe (centinaia, e a volte migliaia) di commenti, e aperto discussioni che hanno fatto di questo blog un gradito spazio di libertà. Altrettanto naturalmente, sapevo bene che la sponsorizzazione di Repubblica.it poteva riversare sul sito e sul giornale proteste direttamente proporzionali alla cattiva coscienza di chi si sentiva messo in discussione o criticato.

Immagino che il direttore del giornale e i curatori del sito abbiano spesso ricevuto lagnanze, molte delle quali probabilmente in latino. Ma devo riconoscere loro di non averne mai lasciato trasparire più che un vago sentore, e di aver sempre sposato la massima di Voltaire: “detesto ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”. Mai e sempre, fino a ieri, quando anche loro hanno dovuto soccombere di fronte ad altre lagnanze, questa volta sicuramente in ebraico.

Cancellare un post non è, di per sè, un grande problema: soprattutto nell’era dell’informatica, quando tutto ciò che si mette in rete viene clonato e continua comunque a esistere e circolare. Non è neppure un grande problema il fatto che una parte della comunità ebraica italiana non condivida le opinioni su Israele espresse non soltanto da José Saramago e Noam Chomsky, al cui insegnamento immodestamente mi ispiro, ma anche e soprattutto dai molti cittadini israeliani democratici che non approvano la politica del loro governo, ai quali vanno la mia ammirazione e la mia solidarietà.

Il problema, piccolo e puramente individuale, è che se continuassi a tenere il blog, d’ora in poi dovrei ogni volta domandarmi se ciò che penso, e dunque scrivo, può non essere gradito a coloro che lo leggono: qualunque lingua, viva o morta, essi usino per protestare. Dovrei, cioè, diventare “passivamente responsabile”, per evitare di non procurare guai. Ma poiché per natura io mi sento “attivamente irresponsabile”, nel senso in cui Richard Feynman dichiarava di sentirsi in Il piacere di trovare le cose, preferisco fermarmi qui.

Tenere questo blog è stata una bella esperienza, di pensiero e di vita, e ringrazio non solo coloro che l’hanno ospitato e difeso, ma anche e soprattutto coloro che vi hanno partecipato. La vita, con o senza senso, continua. Ma ci sono momenti in cui, candidamente, bisogna ritirarsi a coltivare il proprio giardino

 

Inutile. Sperare in una reale liberta’ di stampa in questo paese e’ del tutto inutile. Sperando di poter leggere Odifreddi ben presto, mi tocca eliminare il suo blog dai miei link e sperare di poter aggiungere ben presto uno nuovo.

Complimenti alla Repubblica per la sua ennesima figura di merda.

 

R.

 

Link del (vecchio) blog di Odifreddi sulla Repubblica: Il non-senso della vita

 

Guerre e Guerriglie

Pubblicato: novembre 15, 2012 in Policy, Rage
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Mille emozioni differenti.

Tristezza, malinconia, rabbia, dolore, gioia. Non manca quasi nulla dopo questo 14 novembre 2012.

Israele decide di uccidere con un missile il capo di Hamas come risposta al lancio di missili da parte delle milizie palestinesi. Netanyau decide di gettare al cesso l’opportunità offertagli esattamente una settimana prima dal capo dell’autorità palestinese Mahmoud Abbas. Strano, vero? Eppure, c’era chi si aspettava una risposta di apertura da parte del leader israeliano ( http://www.repubblica.it/esteri/2012/11/06/news/netanyahu_grossman-46009338/)

Inutile. Tutto inutile con questo governo israeliano. I likud è conservatore e nazionalista. I palestinesi sono stanchi. La guerra è ripresa. Ancora.

Fa male vedere quelle immagini ancora. Fa male leggere i numeri, tenere il conto dei morti. Fa male leggere l’indifferenza del mondo intero.

Non ho la minima intenzione di scrivere nulla per quanto riguarda le manifestazioni, proteste da parte di Spagna, Grecia, Italia, Portogallo, e dovunque esse siano state. Sono abbastanza addolorato. Commentare quattro fascisti che si divertono a picchiare quattro studenti con scarsa ideologia politica alle spalle? No, grazie. Il mio fegato ne ha subite abbastanza ieri.

 

R.

Giù le mani dalla Valsusa

Pubblicato: marzo 28, 2012 in Policy, Rage

Vale la pena guardare questi due video e spendere più di due minuti nell’informarsi sul serio circa la TAV.

Il primo mi ha toccato il cuore; il secondo mi ha ricordato che il cuore, in Italia, fai bene a metterlo da parte. E scendere in piazza. E lottare. Lottare. Lottare.

Non mollate ragazzi, continuate a combattere.

Non lo costruiranno mai quel fottutissimo treno.

 

Giustino Parisse

Pubblicato: dicembre 1, 2011 in Rage

“Quant’era bella la mia Onna, cronache dentro il terremoto”  di Giustino Parisse, capo servizio della redazione aquilana del quotidiano “Il Centro”.

Perse il padre e due figli adolescenti. Morti a causa di un disastro naturale, ed a causa della negligenza umana.

Continua il processo che vede sette imputati, membri della Commissione Grandi Rischi, che il 31 marzo 2009 cercò in ogni modo di rassicurare la popolazione aquilana. (video)

  • «le registrazioni delle scosse sono caratterizzate da forti picchi di accelerazione, ma con spostamenti spettrali molto contenuti di pochi millimetri e perciò difficilmente in grado di produrre danni alle strutture»
  • «non c’è un pericolo»
  • «la comunità scientifica mi continua a confermare che anzi è una situazione favorevole»

Queste furono le frasi pronunciate dalla Commissione Grandi Rischi.

Nove giorni dopo ci furono 308 vittime, oltre 1600 feriti e oltre 10 miliardi di euro di danni stimati.

E naturalmente è partita l’inchiesta della procura dell’Aquila.

Non ho la minima intenzione di parlare della prevedibilità o meno dei terremoti. Non ho conoscenze di geofisica, di fisica, di crosta terrestre, e cose simili. So che i terremoti non si possono prevedere, ma so anche che l’Italia è il paese delle leggi non applicate. Se non erro siamo il paese europeo con il maggior numero di leggi. E, naturalmemte, la legislazione per quanto riguarda i terremoti è vastissima. Obblighi su obblighi per quanto riguarda la costruzione di edifici pubblici in aree sismiche. Ma, come è ovvio in Italia, nessuno si preoccupa chissà quanto di essa.

Ciò che realmente mi fa amare il mio paese è il processo mediatico che si innesca all’indomani di un qualsiasi evento/problema sociale. Dopo, e sottolineo DOPO, che accade qualcosa, iniziamo a discutere. Dopo.

Come quando morirono ventidue bambini in Puglia, a San Giuliano. Crollò il tetto di una scuola. E parliamo di paese civilizzato. Tutto mi sembra, tranne un paese sviluppato l’Italia.

In ogni caso sto divagando, come al solito. Ogni volta che inizio a parlare dell’Aquila, del terremoto, comincio a pensare a tutti gli episodi che hanno devastato la nostra nazione (inutile citare Genova e Messina; aggiungerei altra rabbia al mio fegato, e altri morti nell’elenco già troppo lungo) e alla negligenza dei coloro che dovrebbero prevenire e cercare di governare al meglio tali eventi.

Cazzari e assassini.

Questo sono.

 

Io non conosco Giustino Parisse, anche se cercammo di invitarlo a Pineto per parlare del terremoto dell’Aquila. Non fu possibile ascoltarlo; ma continuo a leggere i suoi articoli, pieni di passione, di tristezza, di rabbia e di malinconia. Non ho la minima idea di quello che egli possa provare; non posso nemmeno immaginare la sua vita in questi due anni. Mi piange il cuore.

Mi auguro che quelle persone paghino caro i propri errori. Io non sono cristiano, e tantomeno sono un fan del perdono. Il perdono è qualcosa che non rientra nella sfere dei miei sentimenti quando si parla di politici, di professori, di specialisti, di studiosi. In generale, maggiore è la carica che ricoprono tali individui, minore è la mia propensione al perdono. Saranno anche esseri umani come tutti; ma ricoprono un ruolo sociale importante, e devono essere perfetti nella loro carica; o devono fare di tutto per esserlo. Non accetto corruzione, falsa testimonianza, falsi moralismi, inettitudine per quanto riguarda le alte sfere della società.

Purtroppo all’Aquila, c’è stata la gara a chi fosse più inetto. E le persone povere, la gente comune, gli studenti, hanno pagato il prezzo della loro incompetenza. Come sempre accade in questo mondo.

Giustizia verra fatta? Spero che i giudici li condannino all’ergastolo per il resto della loro vita: ed è una punizione anche troppo lieve.

Il mio ultimo pensiero va a Giustino: gli auguro di continuare a scrivere con la stessa passione, con la stessa abilità, con la stessa forza che lo ha sostenuto finora. Non mollare, mai.

 

R.

 

Quando ti trovi a vivere in un paese con quattro strade messe in croce, con quattro bar, cinque market, una chiesa ortodossa in cima ad una collina, diciamo che la concezione di tempo/spazio/vita sociale viene leggermente a mancare. O meglio, cambia.

Cambia tutto.

Come fai ad essere triste, preoccupato del futuro, spaesato a causa del presente, impaurito dalla crisi mondiale, con i nervi a fior di pelle? Decisamente, non puoi. Non puoi in una realtà di seimila abitanti, di cui tremila vivono lontani dal centro della città, in mezzo alle campagne, e per quanto riguarda gli altri tremila, ne vedi in giro meno della metà: i Rumeni non hanno soldi per uscire la sera a prendersi una birra o per mangiarsi una pizza. Vedi sempre le stesse facce in giro, sempre le stesse persone che ti guardano senza capire cosa diavolo ci fa un italiano in un paese sperduto in Romania.Fra l’altro, se provi a spiegarglielo (cosa non per niente facile in una lingua che conosci da appena due mesi), ti chiedono: “ma quanto guadagni?” ed alla risposta “manco na lira” o si mettono a ridere, o ti guardano come un alieno. D’altronde è normale, in un paese in cui la fiducia nelle istituzioni è pari a zero; stessa cosa per quanto riguarda la loro opinione sull’ Unione Europea: non si sa quanti soldi investe in Romania (fra l’altro è facilissimo ricevere finanziamenti dalla Commissione, soprattutto per le aree rurali) ma la sensazione generale è quella “si ma alla fine, il nostro paese fa sempre schifo!”.

Mi sento diverso in questo luogo. Non sperduto. Semplicemente diverso.

Sto imparando a vivere in una cultura totalmente differente dalla mia. Non totalmente differente da quella occidentale, sia ben chiaro: vivo in un piccolo paese di campagna, questo è vero; ma la mentalità è sempre la stessa: i giovani non vedono l’ora di fuggire via (magari all’estero), tutti ostentano ricchezza (quei pochi che l’hanno, naturalmente), la maggior parte delle ragazze del “Liceu” mi ricordano le adolescenti italiane (stesso atteggiamento adolescenziale…); poi, se ti sposti nelle grandi città universitarie (Cluj per esempio) trovi veramente la stessa “occentalità”.

Ma nonostante tutte le similitudini che si possono trovare, resta troppo evidente il distacco fra la Romania e l’Italia. Non finisco mai di stupirmi: mi ricordano i miei nonni, anzi, le cene di natale che facevo a casa della nonna Giulia, quando tutti si mettevano a ricordare dei tempi passati e ridevano e scherzavano della povertà e delle difficoltà che avevano. Qui mi sembra di vivere in quegli anni: la maggior parte delle persone non se la passa poi molto bene in Romania; molti sono emigrati all’estero, e le famiglie qui vivono grazie ai soldi dei parenti; molti giovani non escono mai di casa durante la sera dato che non hanno nemmeno i soldi per mettere la benzina; sono semplici, non ignoranti (anche se il livello culturale dei professori non è poi cosi alto…o almeno questa è l’impressione che mi hanno dato per ora), e vivono bene nella loro semplicità: se non fosse per i bassi salari, secondo me sarebbero veramente felici di vivere in questo paese. Naturalmente tutti si lamentano in continuazione, come è logico che sia quando non hai la possibilità di vivere una vita degna di questo nome a causa di una pessima politica (sia passata che presente). Ma ho come la sensazione che se la passino meglio di noi in quanto a felicità quotidiana,anche se non in quanto a felicità di vita: per quanto riguarda il loro futuro pianificano continuamente di fuggire all’estero a lavorare, e molti di loro ci riescono benissimo (data la capacità di sacrificio che hanno).

Ma li sento più, come posso dire, umani. E’ come se noi in Italia ci stessimo spostando verso la zona grigia della tolleranza del diverso. Non mi piace; per nulla.

Mentre qui in Romania, sono razzisti solo ed esclusivamente contro i Rom. Voi direte, vi pare nulla: ma in realtà ci sono profonde dietro questo odio razziale. Mentre in Italia odiamo gli immigrati solo perchè “ci rubano il lavoro”; che poi fra l’altro, è una puttanata allucinante: io ci sono andato a raccogliere le olive vicino casa mia, e non ho idea di quante piante sono state abbandonate per mancanza di persone che andassero a prenderle. Sono profondamente convinto in pratica, che il nostro razzismo nasce da radici ben poco profonde e alquanto superficiali.

Dovremmo tutti quanti apprendere, anzi ricordarci, che stress e frenesia non sono atteggiamenti innati o facenti parte della nostra persona a prescindere. Siamo noi che scegliamo la nostra vita. La nostra modalità di lotta.

Sto imparando a lottare, in maniera intelligente. Non è con il nervoso o con la rabbia sterile che cambierò mai qualcosa dentro di me.

Devo indirizzare la mia rabbia. Devo trasformare la mia lotta, in qualcosa di più riflessivo, naturalmente non più pacato.

E paradossalmente, sti rumeni mi stanno cambiando.

 

R.

Bell’Italia

Pubblicato: ottobre 24, 2011 in EVS in Romania, Policy, Rage, Uncategorized

Ed io che pensavo fosse semplice…vai, parti dall’Italia per periodo della tua vita, e finalmente ti lasci dietro gran parte delle cose che ti disintegravano giornalmente il fegato. Ma a chi vuoi darla a bere. Sarà la lontananza, sarà che sono partito solo da un mese e mezzo, ma non riesco proprio a non pensare al mio paese.

Ogni volta che parlo con ragazzi stranieri, ogni volta che qualcuno mi chiede informazioni sul nostro paese, non posso che sorridere con quella faccia da idiota che mi ritrovo e stare zitto. Stare zitto. Questo è il problema! Non so quante cose potrei dire del mio paese: conosco bene molti dei suoi aspetti, mi sono interessato, e lo sono tuttora, alla politica, alla società, alla gente. Ma rispondere alle domande che ti fanno, non è per nulla facile! Ogni volta la stessa storia: “Ma come fate ad avere Berlusconi?” “Come è possibile che a Napoli…” “Perchè in Italia…” e bla bla bla bla. Finiscono sempre con il dire: “In ogni caso, l’Italia è un paese da visitare, e non vedo l’ora di venirci!”. Paradossale. Giustamente, non essendo il loro paese, gli resta sempre nella mente la splendida idea positiva dello stivale come “luogo turistico per eccellenza”; e mi uccidono ogni secondo che passa. Mi travolgono l’anima con la loro semplicità di dialogo e di commento. Io che vorrei spiegargli e parlare di mille cose, dirgli che non siamo tutti mafiosi (dato che la maggior parte degli stranieri pensa che in Sicilia le persone vanno ancora in giro con la lupara) e che la Resistenza, quella con la R maiuscola, è questione giornaliera in Italia. E loro non sanno nemmeno di cosa sto parlando!

Resistenza! Lotta Continua! Far valere i propri diritti!

Non so se è qualcosa di innato in me, non so se il fatto di considerare la società che mi circonda come una “totale ed enorme pila di merda” mi condanna a pensare che senza una lotta continua, quotidiana,fatta  in ogni momento della nostra vita, non possiamo che soccombere di fronte alla bruttura che ci circonda. Non mi interessa. Nulla mi farà cambiare idea, per quanto mi riguarda. E questo emerge ogni volta che mi tocca parlare con persone di altri paesi. Il guaio è che sento una differenza d’animo in loro; è naturale, stiamo parlando di un paese di cui non conoscono nulla e di cui, fondamentalmente non sono poi tanto interessati; il punto è che avverto questa differenza anche quando devono parlarli del loro paese: io sono abbastanza interessato a quello che accade intorno al mondo, e diciamo che sono anche mediamente “ben informato” rispetto alla stragrande maggioranza degli stranieri con cui parlo; sembra come se non sanno, o non gli interessa, o non vogliono preoccuparsi del loro paese, dato che, in fin dei conti, loro pensano che funzioni abbastanza bene! ( e questo vale per Germania, Portogallo, Austria, Inghilterra, Lituania, Francia). Sentono che in Europa e nel mondo intero viviamo un periodo particolare, di crisi e di lotte; ma tutto sommato hanno un alto tenore di vita, e non li sento arrabbiati e adirati contro il mondo come lo sono io!

E’ strano. Sono in un contesto di volontariato che mi porta ad avere a che fare con molti giovani da tutta l’Europa: dato che non fai altro che conoscere nuove persone, gli argomenti di dibattito sono sempre gli stessi, e non fai altro che parlare sempre delle stesse cose, a ruota.

Sto diventando esperto nel disintegrare la politica della destra italiana  in trenta secondi netti! Quasi un record ragazzi! Parlavo con un ragazzo del Belgio (un fottuto pazzo metallaro che non ha fatto altro che parlare per trenta minuti di seguito del fatto che l’Europa è una merda perchè l’erba non è legale, ed il fatto che l’erba non è legale, è solamente una profonda cazzata dei governi che non vogliono lasciare liberi i giovani! Povero me!) che mi chiedeva di Silvio: alla fine, quando gli ho spiegato bene, mi ha detto:” Cazzo, sei il primo italiano che mi ha fatto finalmente capire qualcosa! Ora capisco perchè quell’individuo è pericoloso,  e perchè in Italia le persone gli hanno votato! Non siete poi tutti degli idioti”; la mia risposta è stata:” Bè, in Belgio voi non avete un governo da un paio d’anni oramai, almeno noi scendiamo in piazza, lottiamo giornalmente, e muoriamo per i nostri diritti!”. Cazzo, mi sa che ho esagerato: ci è rimasto malissimo del fatto che conoscevo qualcosa del suo paese, e alla fine ha biascicato qualche risposta di circostanza. Questo solo per dimostrare che, in fin dei conti, l’Italia farà anche schifo, ma preferisco mille volte la mia attitudine alla lotta, che vivere in un paese come la Svezia, dove non sanno di cosa diavolo lamentarsi.

Non voglio partire con la solita tiritera che negli altri paesi si vive meglio che in Italia, che loro guadagnano di più, e le solite troiate varie. Tanto è vero, tutti lo sanno, e non ha senso parlarne. Il punto è che non mi piace la mentalità che hanno alcuni (non tutti naturalmente) ragazzi che ho incontrato: non sono incazzati come le iene! E questo mi delude tantissimo. Pensare che anche in Europa sono circondato da persone che pensano continuamente a:

-Lavoro

-Carriera

-Soldi

-Lavoro+Carriera+Soldi+Famiglia

mi distrugge.

Ok, è vero che incontri anche persone interessanti; gente che fa volontariato da anni, gente che si batte per i propri ideali, gente che non si preoccupa di questa società, gente che è riuscita a ritagliarsi il proprio spazio personale in questo posto dimenticato da dio. Ma sono pochi, e la cosa non mi rassicura affatto!

Continuo a scoprire, a girare, a parlare con tutti coloro che mi sono intorno. E’ la cosa più interessante che io possa fare in questo momento: mi sento pieno di informazioni, e più passa il tempo, più avverto che il mio inglese migliora (di fondamentale importanza se si vuole avere una padronanza del linguaggio tale da farti sentire a proprio agio con gli altri); mi sento vivo come non mai in questo paese lontano. Ora, l’unica cosa, è iniziare sul serio il nostro progetto!

Incrocio le dita e libero la mente.

R.