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Alle 16 e 37 del 12 dicembre 1969 una bomba di 7 Kg di  tritolo esplode all'interno dell'agenzia della Banca  dell'Agricoltura di Piazza Fontanta a Milano, provocando  la morte di sedici persone ed il ferimento di altre  ottantotto.

Dodici dicembre 1969 – Strage di Piazza Fontana –

17 morti – 88 feriti

Conclusione dell’ultimo processo (in Cassazione) 2005 – Tutti gli imputati sono stati dichiarati innocenti – Prove non complete.

 

Pubblico un’intervista fatta al Giudice Salvini(che seguì la vicenda dal 1986 al 2005)

 

 

 

 

 

Giudice Salvini, nonostante non si sia arrivati alla definitiva condanna processuale di singole persone, Lei continua a essere un testimone della memoria storica su quei fatti. In che cosa consiste oggi questa memoria? 
Tutte le sentenze su Piazza Fontana anche quelle assolutorie, portano alla conclusione che fu una formazione di estrema destra, Ordine Nuovo, a organizzare gli attentati del 12 dicembre. Anche nei processi conclusesi con sentenze di assoluzione per i singoli imputati è stato comunque ricostruito il vero movente delle bombe: spingere l’allora Presidente del Consiglio, il democristiano Mariano Rumor, a decretare lo stato di emergenza nel Paese, in modo da facilitare l’insediamento di un governo autoritario. Come accertato anche dalla Commissione Parlamentare Stragi, erano state seriamente progettate in quegli anni, anche in concomitanza con la strage, delle ipotesi golpiste per frenare le conquiste sindacali e la crescita delle sinistre, viste come il “pericolo comunista”, ma la risposta popolare rese improponibili quei piani.
L’on. Rumor fra l’altro non se la sentì di annunciare lo stato di emergenza. Il golpe venne rimandato di un anno, ma i referenti politico-militari favorevoli alla svolta autoritaria, preoccupati per le reazioni della società civile, scaricarono all’ultimo momento i nazifascisti. I quali continuarono per conto loro a compiere attentati. Cercarono anche di uccidere Mariano Rumor, con la bomba davanti alla Questura di Milano (4 morti e 45 feriti), del 17 maggio 1973, reclutando il terrorista Gianfranco Bertoli.

Perché non si è arrivati ad avere sufficienti prove sulle responsabilità personali nell’attentato di piazza Fontana? 
L’assoluzione definitiva è stata pronunciata con una formula che giudica incompleto ma non privo di valore l’insieme delle prove raccolte. Sono esistiti in questa vicenda pesanti depistaggi da parte del mondo politico e dei servizi segreti del tempo. Però non è del tutto esatto che responsabilità personali non siano state comunque accertate nelle sentenze. Almeno un colpevole c’è anche nella sentenza definitiva della Cassazione del 2005. Si tratta di Carlo Digilio, l’esperto in armi e in esplosivi del gruppo veneto di Ordine Nuovo, reo confesso, che fornì l’esplosivo per la strage ed il quale ha anche ammesso di essere stato collegato ai servizi americani.
Digilio ha parlato a lungo delle attività eversive e della disponibilità di esplosivo del gruppo ordinovista di Venezia,di cui faceva parte Delfo Zorzi, assolto poi per la strage in pratica per incompletezza delle prove nei suoi confronti, in quanto la Corte non ha ritenuto sufficienti i riscontri di colpevolezza raggiunti. Né sono bastate le rivelazioni di Martino Siciliano che aveva partecipato agli attentati preparatori del 12 dicembre insieme a quel gruppo, con lo scopo di creare disordine e far ricadere le accuse su elementi di sinistra.
Ma in tutte le tre ultime sentenze risultano confermate le responsabilità degli imputati storici di Piazza Fontana, pure loro di Ordine Nuovo: i padovani Franco Freda e Giovanni Ventura. Essi però, già condannati in primo grado nel processo di Catanzaro all’ergastolo, e poi assolti per insufficienza di prove nei gradi successivi, non erano più processabili. Perché in Italia, come in tutti i paesi civili, le sentenza definitive di assoluzione non sono più soggette a revisione.

Ci può spiegare meglio? Intende dire che Freda… 
Sì, se Freda e Ventura fossero stati giudicati con gli elementi d’indagine arrivati purtroppo troppo tardi, quando loro non erano più processabili, sarebbero stati, come scrive la Cassazione, condannati.

Può fare un esempio? 
L’elemento nuovo, storicamente determinante, sono state le testimonianze di Tullio Fabris, l’elettricista di Freda che fu coinvolto nell’acquisto dei timer usati il 12 dicembre per fare esplodere le bombe. La sua testimonianza venne acquisita solo nel 1995. Un ritardo decisivo e “provvidenziale”. Perché Fabris nel 1995 descrisse minuziosamente come nello studio legale di Freda, presente Ventura, furono effettuate le prove di funzionamento dei timers poi usati come innesco per le bombe del 12 dicembre.
Le nuove indagini hanno anche esteso la conoscenze dei legami organici fra i nazifascisti, elementi dei Servizi Segreti militari e dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, diretto all’epoca da Federico Umberto D’Amato.
E c’è di più: il senatore democristiano Paolo Emilio Taviani, in una sofferta testimonianza resa poco prima di morire e purtroppo non acquisita dalle Corti milanesi, ha raccontato di aver appreso che un agente del Sid, l’avvocato romano Matteo Fusco, il pomeriggio del 12 dicembre del 1969 era in procinto di partire da Fiumicino alla volta di Milano in quanto incaricato, seppure tardivamente, di impedire gli attentati che stavano per avere conseguenze più gravi di quelle previste. Tale “missione” non riuscita, confermata dalla testimonianza della figlia ancora vivente dell’avvocato Fusco, che aveva ben presente il rammarico del padre negli anni per non avere potuto evitare la strage, indica ancora una volta che la campagna di terrore non fu solo il parto di un gruppetto di fanatici, ma che a Roma almeno una parte degli apparati istituzionali era a conoscenza della preparazione degli attentati e cercò solo all’ultimo momento di ridurne gli effetti. Dopo l’esito tragico, si adoperarono per calare una cortina fumogena sulle responsabilità a livello più alto.

La frammentazione delle prove nei tanti processi ha favorito questa cortina fumogena? 
Indubbiamente. Ma la ricostruzione dell’accusa, senza effetti, ripeto, su persone non più processabili, è che il gruppo di Freda acquistò valige fabbricate in Germania in un negozio di Padova e comprò i timer di una precisa marca che mise nelle valige insieme con l’esplosivo procurato probabilmente dal gruppo veneziano che disponeva di propri depositi. Alcune valige furono portate a Roma e consegnate ad esponenti di Avanguardia Nazionale che effettuarono gli attentati minori all’Altare della Patria. Altri militanti invece raggiunsero Milano con altre due valige esplosive, attesi dai referenti locali di Ordine nuovo. Una bomba alla Banca Commerciale in piazza della Scala non esplose, l’altra alla banca dell’Agricolura, in piazza Fontana, provocò la strage.
Entrambi gli obiettivi,le banche e l’Altare della Patria, potevano essere letti in una chiave anticapitalista ed antimilitarista in modo da far ricadere la colpa sugli anarchici ed in genere sulla sinistra.

Tre giorni dopo la strage però un anarchico, Giuseppe Pinelli, volò dal quarto piano della
Questura di Milano. Un altro anarchico, Pietro Valpreda, fu incarcerato e indicato come il “mostro” nelle prime pagine dei quotidiani e nei telegiornali. Quando non si pensava nemmeno lontanamente a Internet e sistemi tipo Wikipedia, un gruppo di giovani, in soli sei mesi, scambiandosi informazioni, mise in piedi una controinchiesta collettiva, raccolta in un famoso libro “ La strage di Stato”. Che valore ebbe questo loro impegno per le indagini giudiziarie successive? 

Fu davvero profetico e quasi propedeutico rispetto agli accertamenti giudiziari avvenuti dopo. Soprattutto, ebbe il merito di smontare rapidamente la pista anarchica fabbricata apposta da infiltrati di Ordine nuovo, di Avanguardia nazionale e dei servizi segreti, per depistare le indagini e mettere sotto accusa di fronte all’opinione pubblica gli anarchici e, per estensione, gli studenti contestatori e le forze di sinistra impegnate nelle lotte sindacali di quel periodo, preparando così il clima per la svolta autoritaria. Che non ci fu, anche perchè la grande stampa, dopo un po’, fece suoi molti temi di quel libro inchiesta.

Quali conclusioni si devono trarre oggi da questa storia? 
La strage di Piazza Fontana non è un mistero senza mandanti, un evento attribuibile a chiunque magari per pura speculazione politica. La strage fu opera della destra eversiva, anello finale di una serie di cerchi concentrici uniti (come disse nel 1995, alla Commissione Parlamentare Stragi, Corrado Guerzoni, stretto collaboratore di Aldo Moro) se non proprio da un progetto, da un clima comune. Nei cerchi più esterni c’erano forze che contavano di divenire i “beneficiari” politici di simili tragici eventi. Completando la metafora, i cerchi più esterni, appartenenti anche alle Istituzioni di allora, diventarono subito una struttura addetta a coprire l’anello finale, cioè gli esecutori della strage quando il “beneficio” risultò impossibile poichè quanto avvenuto aveva provocato nel Paese una risposta ben diversa da quella immaginata: non di sola paura, ma di giustizia e di mobilitazione contro piani antidemocratici.
Per questo non dobbiamo vivere l’anniversario del 12 dicembre solo con amarezza, o addirittura rimuovendolo, ma trarne un insegnamento utile, sopratutto per le giovani generazioni. La memoria serve anche a ridurre il rischio che simili trame a danno delle istituzioni e simili sofferenze in danno dei cittadini possano nel futuro ripetersi

 

Apprezzo tantissimo l’idea di “rivivere” questo anniversario: purtroppo nelle scuole italiane (elementari, medie, superiori) si tende a dimenticare, a mettere da parte la storia post-seconda guerra mondiale del nostro paese.

Quanto è sbagliato. Parlo con ragazzi poco più che ventenni che non hanno la benchè minima idea di cosa è successo nel nostro paese dopo la seconda guerra mondiale.

Purtroppo gli insegnanti non sono preparati psicologicamente ad affrontare questo tipo di discorso: vuoi per il fatto che il programma è imposto dal ministero, vuoi per il fatto che non hanno coraggio/interesse, queste vicende storiche si perdono nella memoria delle nuove generazioni.

Li aiuterebbe a capire per quale motivo la nostra classe politica è una discarica a cielo aperto. Li aiuterebbe a non fare gli stessi errori elettorali. Li aiuterebbe a non essere democristiani, finti moralisti, finti perbenisti, populisti, berlusconiani, leghisti, papisti, finti cristiani. E quanto sarebbe più bella questa nazione.

 

R.

 

Leggo e pubblico da comedonchisciotte.org 

Altra occasione per riflettere sui crimini commessi quotidianamente da Israele. 

 

IL DOCUMENTARIO CHE DOVREBBE FAR VERGOGNARE OGNI ISRAELIANO CHE ABBIA UN MINIMO DI DIGNITA’

DI GIDEON LEVY
haaretz.com

Non c’è un attimo di tregua nel documentario probatorio di Emad Burnat e Guy Davidi, “5 telecamere distrutte”, che ripercorre lo scontro nel villaggio palestinese della Cisgiordania Bil’in.

I soldati arrivano nel cuore della notte. Tirano calci, rompono, distruggono. Fanno irruzione in una casa svegliando bruscamente gli abitanti, inclusi bambini e neonati. Un ufficiale tira fuori un documento dettagliato e proclama: “Questa casa viene dichiarata ‘zona militare chiusa’”. Legge l’ordine – in ebraico e a voce alta – alla famiglia in pigiama, ancora intontita dal sonno.

NB: All’interno dell’articolo la versione integrale del documentario

Questo giovane uomo ha completato con successo il suo addestramento da ufficiale. Forse crede persino, nel profondo, che qualcuno debba pur fare questo sporco lavoro. E legge ad alta voce il comando unicamente per giustificare il fatto che al capofamiglia, Emad Burnat, sia stato vietato di filmare l’evento con la sua videocamera.

Non ci sono momenti di respiro né di tregua nel documentario probatorio di Emad Burnat e Guy Davidi, “5 telecamere distrutte”, che è stato proiettato, tra gli altri posti, alla Cineteca di Tel Aviv lo scorso week end, dopo aver collezionato una serie di di premi internazionali ed essere stato trasmesso su Canale 8.

Questo documentario dovrebbe far vergognare ogni Israeliano che abbia un po’ di dignità di essere tale. Dovrebbe essere mostrato durante le lezioni di educazione civica e di storia. Gli Israeliani dovrebbero essere messi a conoscenza dì ciò che viene fatto in nome del loro popolo ogni giorno ed ogni notte in questo apparente periodo di non belligeranza. Persino in un villaggio cisgiordano come Bil’in, che ha fatto della nonviolenza la sua bandiera.

I soldati – gli amici dei nostri figli, i figli dei nostri amici – fanno irruzione nelle case per portare via bambini piccoli, sospettati di avere lanciato dei sassi. Non c’è altro modo di descrivere ciò che accade. Arrestano anche dozzine di organizzatori della manifestazione di protesta che si svolge ogni settimana a Bil’in. E questo accade ogni notte.

Sono stato spesso in questo villaggio, ai suoi cortei e ai suoi funerali. Una volta o due mi sono unito alle manifestazioni del venerdì contro il muro di separazione che è stato costruito nel suo territorio in modo da permettere a Modi’in Ilit e a Kiryat Sefer di sorgere sui suoi oliveti. Ho respirato il gas lacrimogeno ed il fetido gas “moffetta”. Ho visto i proiettili di gomma che feriscono e a volte uccidono, e la violenza dei soldati e della polizia nei confronti dei cittadini che manifestano.

Ma ciò che ho visto in questo film mi ha scioccato molto di più di quanto mi sia accaduto nel corso di queste rapide visite. I condomini di Modi’in Ilit stanno fagocitando il villaggio, proprio come sta facendo il muro issato qui, sulla loro terra. Gli abitanti hanno deciso di lottare per le loro proprietà e per la loro esistenza. Con un misto tra ingenuità, determinazione e coraggio – e, di tanto in tanto, un eccesso di teatralità – i residenti si ingegnano con ogni stratagemma, con l’aiuto di un manipolo di Israeliani e di volontari internazionali.

E questa lotta ha portato ad una vittoria parziale: sulla sua scia, infatti, la Corte Suprema di Giustizia ha ordinato lo smantellamento del muro e la sua ricollocazione in un altro posto. Persino la Corte Suprema, che in genere accetta in automatico le posizioni dell’ordine costituito, si è resa conto che lì si stava commettendo un crimine. Insieme a Bil’in e, in larga misura, seguendo il suo esempio, altri villaggi hanno dato inizio ad una rivolta popolare – che ancora oggi ha luogo ogni venerdì – contro il muro, a mezz’ora di auto dalle nostre case.

Questo documentario dimostra che, per la gente del luogo, la realtà dell’occupazione è che la lotta nonviolenta non esiste. Per informazione di coloro che predicano la nonviolenza (da parte dei Palestinesi): quando ci sono di mezzo i soldati delle Forze di Difesa Israeliane e la Polizia di Frontiera è sicuro che ci sarà violenza. Basterà che venga lanciata una pietra, che vi sia uno scontro verbale e, nonostante gli appelli degli organizzatori delle manifestazioni, l’arsenale con le armi più potenti del mondo si spalancherà – per tirare lo spinotto, liberare il gas, il proiettile di gomma, il gas moffetta e a volte il fuoco vivo, e soprattutto per troncare il sogno di una lotta nonviolenta.

Chiunque guarda questo film si rende conto che è davvero difficile guardare il muro, il piano di insediamento e i soldati – e tutti che gridano “violenza” – e restare pacifici. Quasi impossibile.

Le telecamere di Burnat sono state distrutte cinque volte. Tre volte dai soldati, una volta in un incidente stradale sul lato opposto del muro divisorio, e una volta dai coloni violenti e ultra-ortodossi – la gioventù della cima della collina– che hanno fatto irruzione nelle case nonostante la corte l’avesse proibito. “Non hai il permesso di stare qui”, dice un colono ultra-ortodosso ad un abitante del luogo mente prende possesso della terra che gli ha sottratto.

La verità è che le telecamere di Burnat sono state danneggiate molte più volte; il film descrive solo gli episodi in cui l’attrezzatura veniva resa del tutto inutilizzabile. Le parti danneggiate delle telecamere vengono usate come prova.

Ma qui si è rotto qualcosa di molto più profondo. Le telecamere distrutte hanno squarciato una realtà. Hanno documentato fatti che la maggior parte degli Israeliani non conosceva. Hanno fornito una descrizione realistica di qualcosa che la maggior parte di loro preferisce ignorare. Così facendo hanno anche dimostrato che, in un luogo dove quasi non ci sono più giornalisti, esistono però degli importanti registi di documentari come Burnat e Davidi.

Da quando la maggior parte dei mezzi di comunicazione locali ha deciso di non riportare più alcuna notizia riguardo all’occupazione, film come “5 telecamere distrutte”, “La legge da queste parti” di Ra’anan Alexandrowicz e “Un giorno dopo la pace” di Mir Laufer e Erez Laufer – tutti frutto degli ultimi mesi – stanno adempiendo a quello che dovrebbe essere il ruolo dei media in maniera eccellente.

Chiunque un giorno volesse farsi un’idea di cosa è accaduto qui in questi maledetti decenni farebbe fatica a trovare qualcosa negli archivi dei giornali e delle televisioni. Troverebbe invece del materiale nell’archivio dei film documentario, che sta salvando l’onore di Israele.

“5 telecamere distrutte” è già stato trasmesso in molti paesi, nell’ambito di festival e di messaggi pubblicitari. Davidi e Burnat hanno documentato la routine dell’occupazione. Il ritratto che emerge delle Forze di Difesa Israeliane e della Polizia di Frontiera è pessimo. Anche usando un eufemismo non si può che descriverle come reparti d’assalto.

La voce di Burnat, che accompagna il film, è una delle più sobrie che abbiate mai sentito a proposito dell’occupazione, senza ombra di odio e senza demagogia. Ed è così anche nella realtà. Andate a vedere questo film e fatevi una vostra idea.

Ci sono stati altri film su Bil’in ma questo, essendo una produzione su scala relativamente piccola, ha un taglio molto personale. La moglie di Burnat, che vorrebbe tenerlo lontano dalle telecamere e dal pericolo, ed il suo giovane figlio, che in questa realtà è cresciuto, compaiono insieme ai leader della lotta. Nel film si vede la morte di una sola persona: Bassem Abu-Rahma, un giovane uomo pieno di fascino, benvoluto dai bambini che lo chiamavano “L’elefante”. L’inutile vittima di un presunto attentato da parte di un soldato nell’aprile del 2009.

Comunque la cosa più terribile di questo film è il racconto di come la vita qui, normalmente, non sia caratterizzata dalla morte. Quelli che rompono le telecamere infrangono le regole del diritto e della democrazia. A quanto pare il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, che si vanta agli occhi del mondo di quanto Israele sia illuminato, non ha visto il documentario. Se così fosse non parlerebbe di lumi.

Chiunque nasconda un lato così oscuro non può poi farsi vanto della facciata luminosa che mette in mostra, con tutto quell’high tech e quella democrazia. Chiunque sia a conoscenza di ciò che sta accadendo a Bil’in e negli altri villaggi si rende conto che uno stato che si comporta in questo modo non può essere considerato democratico o illuminato. Qualcuno deve far vedere questo film a Netanyahu, solo così lui potrà capire…

Questa settimana sono andato a Bil’in con uno dei due registi, Guy Davidi (Burnat era via per un altro viaggio oltreoceano). Un tempo Davidi stava nel villaggio per diversi mesi, ma prima del nostro viaggio non vi aveva messo piede da più di un anno.

Apparentemente nulla è cambiato. Un villaggio palestinese che sonnecchia nel pomeriggio. Ma una cosa è diversa: una vasta collina su cui ci sono degli oliveti è stata liberata. Dove una volta c’era il muro di sicurezza, ora c’è solo un sentiero fangoso. La barriera è stata rimossa e la collina restituita ai suoi proprietari. Gli ulivi stanno morendo perché per anni nessuno si è preso cura di loro, ed il suolo è deturpato dai lavori di sterramento che ci sono stati. Ma in fondo un po’ di territorio è stato liberato.

Il recinto di sicurezza è stato rimpiazzato da un alto muro di cemento, che però è stato spostato diverse centinaia di metri verso ovest. Alle sue spalle le gru proseguono nella costruzione di Kyriat Sefer (aka Dvir). Nel territorio liberato si sta già costruendo un piccolo parco giochi per i bambini del villaggio. Solo alcuni resti di pneumatici andati a fuoco e dozzine di cartucce di candelotti di gas lanciati dalle Forze di Difesa Israeliane, rimasti a terra dopo le manifestazioni che continuano a svolgersi ogni settimana, rimangono a testimoniare che la battaglia non è finita. La vittoria non è completa. Ma se ci fosse una giustizia lo sarebbe.

Gideon Levy
Fonte: http://www.haaretz.com
Link: http://www.haaretz.com/weekend/twilight-zone/the-documentary-that-should-make-every-decent-israeli-ashamed-1.468409
5.10.2012

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di DONAC78

ILVA e Giustizia

Pubblicato: dicembre 4, 2012 in Policy
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Si può affermare e riaffermare la propria bassezza democratica senza preoccuparsi della perdita continua della propria dignità?

Ovviamente in Italia si può.

Da un lato c’è un’azienda che per decenni ha operato nella più totale e completa illegalità, mancando in sicurezza dei lavoratori, in norme per la salvaguardia ambientale e della salute dei cittadini.

Dall’altro lato ci sono gli operai. Coloro che sono costretti a lavorare in quel posto a tutti i costi. Pena, la disoccupazione. E, parlando di Taranto, non mi risulti ci siano tutte queste acciaierie.

Come ciliegina sulla torta, c’è il nostro stupendo Governo Tecnico. Da sempre battutosi per la legalità, per il rispetto delle leggi, per il cambiamento di rotta delle abitudini negative degli italiani. Dicevamo, il Governo Tecnico. Cosa fa il nostro governo tecnico di fronte alla sentenza della magistratura di bloccare gli impianti? La rispetta? Ovviamente, no.

E quindi si parte con il decreto salva-Ilva.

E finalmente torniamo ai vecchi tempi del berlusconismo! Dove per ovviare ad una sentenza della magistratura, si scriveva una nuova legge. Finalmente! Confesso che ne sentivo la mancanza.

Questa vicenda è intrisa della tristezza della classe politica italiana (siano essi tecnici o professionisti, a quanto pare non cambia poi molto):

Il Consiglio dei Ministri ha varato il decreto ad aziendam che consentirà all’Ilva di produrre fino a dicembre 2014, data di scadenza dell’Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale), scavalcando di fatto la magistratura che ha aveva sequestrato gli impianti a freddo dello stabilimento di Taranto

E ancora

 

Dichiarazione del ministro Clini : “Il decreto del governo per l’Ilva, firmato dal Capo dello Stato, potrà essere applicato in futuro anche ad altri casi analoghi”. 

E’ quanto ha dichiarato il ministro dell’Ambiente, Clini, facendo riferimento alla parte finale del decreto. Il provvedimento “è una risposta responsabile all’emergenza dell’Ilva, ma indica anche una via replicabile, ove si ravvisino gravi violazioni ambientali e condizioni di pericolo per la salute pubblica”, con sanzioni per le imprese “fino al 10% del fatturato”.

Avesse qualcuno parlato del fatto che i Riva sono dei criminali; ma per quale motivo non pagano loro personalmente tutti i danni che hanno fatto? Per quale motivo non mettono in sicurezza l’impianto con i propri risparmi?

In questo dannato paese si fa presto ad aumentare le tasse, a chiedere sacrifici. E i cittadini dormienti pagano. E fanno sacrifici. E dormono. E guardano la televisione. E preferiscono gettare il cervello nel tubo di scarico del proprio cesso, piuttosto che aprire gli occhi e scendere in piazza a manifestare. Anche perchè, nel momento in cui decidi di farlo, vieni preso a manganellate in testa, offeso dai cittadini che non possono andare in macchina al lavoro perchè gli chiudi la strada, insultato dai tuoi amici/parenti/conoscenti che ti rispondono “ma perchè te la prendi cosi tanto, non ti ci incazzare più di tanto…si sa com’è in Italia”.

Dicevo, si fa presto ad aumentare le tasse alla classe media, ma figurati se gli imprenditori pagheranno mai. Hai sbagliato per vent’anni si seguito, distruggendo l’ambiente naturale che hai intorno, uccidendo e avvelenando coloro che ci lavorano e chi ci abita vicino? Fa nulla, ti aiutiamo noi, i tuoi amici Clini e Monti. Avessero detto una sola parola contro Riva, avessero detto che lui è il responsabile, lui deve pagare.

Io capisco che l’Ilva è un’azienda che non può chiudere da un momento all’altro; ci sono diverse ragioni, e non è un caso se gente come Landini e la Camusso hanno gioito di fronte al decreto governativo. L’errore non è il decreto di per sè. L’errore è la comunicazione. Il messaggio che viene trasmesso e come lo si trasmette. Come può non prestare attenzione a tali dettagli? Salviamo l’Ilva, è uno slogan che va bene. Se ci metti li vicino frasi del tipo “ovviamente la magistratura ha fatto benissimo a bloccare gli impianti; quindi noi costringeremo i Riva a riaprire una fabbrica diversa, più sicura, degna di un paese come l’Italia”. Questo è solo un esempio. Vorrei sapere di cosa diavolo parlano durante il Consiglio dei Ministri. Invece no, si preferisce dare 2 anni di tempo per potersi mettere in regola. 2 anni. Incredibile. Ed il Ministro Clini continua con le sue splendide dichiarazioni

“Spetta alla Corte Costituzionale pronunciarsi. La situazione è precipitata lunedì scorso quando le disposizioni del Gip hanno bloccato nei fatti lo stabilimento – sostiene Clini – Senza questo provvedimento, il 26 novembre sarebbero partiti i primi interventi previsti dalle prescrizioni dell’Aia. E’ un dato di fatto con il rischio che l’azienda abbia un alibi per rimettere in discussione gli impegni presi. Non vorrei che ora si aprissero conflitti tra le istituzioni dello Stato con lo stesso effetto di blocco delle misure per il risanamento ambientale”.

Per la serie: è colpa vostra adesso se la situazione non viene risolta. Noi ci avevamo provato.

Fortunatamente in questo paese, l’attivismo non è morto al cento per cento (nonostante giornalisti e intellettuali di ogni sorta continuano a ripetersi…e forse ad augurarsi). Grazie al comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti a fronte del decreto legge ” salva ilva”

Comunicato stampa con la proposta di manifestazione il 15 dicembre

Il 30 Novembre 2012, il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera al decreto legge “Salva Ilva”.
Il Provvedimento permette allo stabilimento siderurgico tarantino di continuare a produrre per tutto il periodo di validità dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA).
L’unica condizione posta in essere è che l’azienda applichi interamente le disposizioni dettate dall’AIA rilasciata dal Ministero dell’Ambiente a fine Ottobre.
Qualora questo non dovesse verificarsi, il suddetto decreto prevede una multa che può arrivare sino al 10% del fatturato dell’azienda.
A vigilare sarà un garante nominato dal Presidente della Repubblica.
L’AIA 2012 nient’altro è che un aggiornamento dell’AIA rilasciata il 4 Agosto del 2011 voluta in tutta fretta dall’allora Ministro dell‘ambiente del Governo Berlusconi Stefania Prestigiacomo.
Quello stesso Governo che, con i 120 milioni di Emilio Riva, riuscì a salvare la compagnia di bandiera Alitalia. Uno dei pochissimi investimenti a perdere del patron dell’acciaio, almeno apparentemente.
Risulta contraddittorio aggiornare un’AIA già priva di credibilità ed efficacia visto che a riguardo delle migliori tecnologie disponibili (BAT) non si atteneva all’art. 8 del Decreto Legislativo 18 Febbraio 2005, n. 59 e che l’Ilva, in più di un anno, non si è attenuta a tutte le disposizioni previste da quella stessa AIA.
Pare, a questo punto, che sia stia parlando di un d.l. illegale, che richiede all’Ilva di adottare le disposizioni di un aggiornamento illegale di un’AIA illegale.
Oltretutto, il d.l. è stato varato nonostante i provvedimenti dell’autorità giudiziaria, che ha sequestrato gli impianti lo scorso 26 Luglio, poiché non rispondenti alle normative a tutela della salute e dell’ambiente.
Il nuovo Decreto Legge si pone in netto contrasto con le disposizioni di legge impartite dalla Magistratura, compromettendo i diritti costituzionali legati al rispetto dell’ambiente e alla garanzia della salute dell’individuo.
Non basata su accertamenti scientifici e sanitari, l’AIA considera la continuità della produzione come attività necessaria per il risanamento degli impianti, gli stessi impianti posti sotto sequestro poiché nocivi alla salute e compromettenti la qualità dell’ambiente.
In previsione del recepimento delle direttive impartite dall’AIA, l’Ilva avanza un ricorso alla Magistratura, chiedendo il dissequestro degli impianti, puntualmente negato dall’autorità giudiziaria il 30 Novembre 2012.
Il giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco comunica che la negazione del dissequestro è il linea con l’operato della magistratura e sottolinea che:
“Non esiste un costo, in termini di salute, sopportabile in uno Stato civile – si legge nel provvedimento – per le esigenze produttive e non è accettabile che il presente e il futuro dei bambini di Taranto sia segnato irrimediabilmente.
Nessun ragionamento di carattere economico e produttivo dovrà e potrà mai mettere minimamente in dubbio questo concetto”.
Così, prima l’AIA e poi il Decreto Legge appaiono anti-costituzionali.
Due sono gli Articoli, che permettono di avanzare questa conclusione – 32, sul diritto alla salute, e 41, sull’iniziativa economica privata, che non può recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana – e che lasciano spazio a considerazioni puntuali e rigorose, che affermano che il recepimento della nuova AIA e, di conseguenza, del Decreto Legge, non rispetterebbe la Costituzione Italiana.
Attuare l’Autorizzazione Integrata Ambientale non dimostrerebbe che la situazione di pericolosità degli impianti sia venuta meno.
Per questo motivo, non è possibile continuare da subito l’attività produttiva, ma è necessario prima realizzare gli interventi di adeguamento degli impianti indispensabili, per garantire la tutela dell’incolumità dei lavoratori e della popolazione locale e l’interruzione dell’attività criminosa per la quale proprietà e management dell’Ilva sono agli arresti.
A fronte di questi recentissimi eventi, Il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti coglie l’occasione per ribadire che LAVORO, SALUTE, REDDITO e AMBIENTE sono diritti imprescindibili dalla macchina capitalistica di Stato, che sta permettendo un’eccezione alla costituzionalità per ragioni puramente economiche e monetarie.
PER QUESTI MOTIVI INVITIAMO TUTTA LA CITTADINANZA A PARTECIPARE ALLA MANIFESTAZIONE PER UNA TARANTO LIBERA, CHE SI TERRÀ SABATO 15 DICEMBRE 2012 NELLE STRADE DELLA CITTÀ.
PARTECIPIAMO TUTTI ALLE SCELTE DEL NOSTRO FUTURO.
Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti

 

Taranto 3 Dicembre 2012

 

Dubito che i nostri cari governanti porgano l’orecchio.

 

 

R.

 

 

 

 

 

Palestinian President Mahmoud Abbas addresses the United Nations Generally Assembly th UN.Le dichiarazioni dei “potenti” mi hanno sempre affascinato. C’è un mondo dietro ad ogni frase, ad ogni parola che il “potente” di turno sceglie.

Da sempre mi pongo una serie di domande come:

  1. Chi scrive i loro discorsi?
  2. Aggiungono “parole” o “frasi” di loro iniziativa?
  3. Non si pongono il problema della veridicità di tutto quello che affermano?

Non se ne parla quasi mai, e si tende a dimenticare che un buon novanta per cento delle frasi che ci piace attribuire al questo o quel politico, molto probabilmente sono state scritte da altre persone. Ghostwriters. Chissà quanti ce ne sono sparsi per il mondo. Chissà se si sentono frustrati o se subiscono il peso del loro lavoro. Io mi sentirei male.

Veniamo al punto. Volevo raccogliere qui una serie di dichiarazioni fatte all’indomani del voto all’assemblea dell’ONU sul riconoscimento della Palestina come membro osservatore permanente (senza diritto di voto quindi).

Scontato il risultato, scontata la polemica filo-israeliana, incerto il futuro di pace. Come sempre.

Hillary Clinton : unfortunate and counterproductive […]only through direct negotiations between the parties can the Palestinians and Israelis achieve the peace that both deserve: two states for two people, with a sovereign, viable, independent Palestine living side by side in peace and security with a Jewish and democratic Israel. (traduzione : la risoluzione è un atto spiacevole e controproducente … solo attraverso un negoziato diretto fra le parti si potrà ottenere la pace che entrambi, Palestinesi ed Israeliani, meritano: due stati per due popoli, con uno stato Palestinese sovrano, vivibile, indipendente, che viva fianco a fianco in pace e sicurezza con un Ebraico e Democratico stato Israeliano.)

Spettacolare l’uso della parola “Jewish”. Quindi i Palestinesi non devono solo riconoscere quello stato solo in quanto tale, ma soprattutto in quanto “Ebreo”. Perchè questo è ciò che conta realmente. “Volete la pace cari palestinesi, caro mondo arabo? L’avrete solo a patto di sottomettervi“. E poi c’è chi dice che la buon vecchia retorica è terminata nella politica!

Ron Prosors (ambasciatore israeliano):  I have a simple message for those people gathered in the General Assembly today, no decision by the U.N. can break the 4000 year old bond between the people of Israel and the land of Israel. […]The world waits for President Abbas to speak the truth that peace can only be achieved through negotiations by recognizing Israel as a Jewish State[…]For as long as President Abbas prefers symbolism over reality, as long as he prefers to travel to New York for UN resolutions, rather than travel to Jerusalem for genuine dialogue, any hope of peace will be out of reach. (traduzione: Ho un semplice messaggio per coloro che si sono riuniti oggi nell’Assemblea Generale, nessuna decisione dell’ONU può infrangere il vincolo vecchio 4000 anni fra il popolo Israeliano e lo stato di Israele… Il mondo attende che il Presidente Abbas dica realmente che la pace possa solamente essere negoziata attreverso il riconoscimento di Israele come Stato Ebraico…Fino a quanto Abbass preferirà il simbolismo alla realtà, fino a quando preferirà viaggiare fino a New York per una risoluzione dell’ONU, piuttosto che fino a Gerusalemme per un vero dialogo, nessuna speranza di pace verrà mai raggiunta).

Per la serie: Israele decide senza consultare niente e nessuno. Non l’ONU, non gli USA, non i Palestinesi. L’inutilità della risoluzione ONU, viene ribadita e rafforzata. Inutile sperare che la pace possa essere imposta. L’hanno ribadito USA, Germania, Canada, e tutti gli altri stati che hanno votato no (9) o si sono astenuti (41). L’ha ribadito un Europa divisa (come sempre) sulle questioni di politica estera. E l’ambasciatore israeliano ha messo la ciliegina sulla torta. Che belle quelle manifestazioni di gioia a Gaza, a Tel Aviv. Peccato che i “potenti” non hanno mai mostrato molto interesse verso gli “invisibili”. Dimenticavo di citare la stupenda frase di Benjamin Netanyahu per quanto riguarda il voto: “will not change anything on the ground.” Non cambierà nulla. Giusto per essere chiari.

Palestine

Gli altri interventi sono solo minestra riscaldata: Abbas non fa altro che ribadire la politica palestinese, finta apertura verso lo stato Israeliano mista con condanne sparse e richieste di ritorno verso i confini pre-1967 (cosa “infattibile” per Israele),la Francia prevede uno scenario “rischioso” per il dopo-voto, la Germania perde sempre maggiore credibilità a livello di politica estera (tutti stanno aspettando il post-Merkel, oramai la leader tedesca appare sempre più stanca), la Santa Sede appoggia la two-state solution, il Canada si conferma subordinata agli USA. Nulla di nuovo, insomma.

Conclusioni…?

Nonostante tutto il pessimismo possibile, nonostante tutta la tristezza che emerge nel sapere l’inutilità di questo processo, nonostante i “potenti” ribadiscono ora e sempre la loro lontananza verso i problemi degli individui comuni, un raggio di sole sembra illuminare quella landa desolata che è Gaza. Non posso fare a meno di sorridere guardando la felicità e la gioia di miliaia di persone all’indomani del voto. Tutto il mondo arabo ci crede. La primavera araba ne è la prova. Voglio usare le parole di Adam Shatz: 

The Arab world is changing, but Israel is not.

Mi piace pensarla cosi, in fondo. Mi piace pensare che un processo irreversibile è stato avviato.

Alla fine dei conti, resto sempre e comunque un utopista.

R.

Stay Human

Link utili:

Odifreddi fa parte di quella categoria di pensatori che non ricoprira’ mai una carica politica di qualsiasi tipo. In Italia se sono estremi, rivoluzionari, non li vogliamo.

Ma dateci il populismo e la democrazia cristiana, e tutti sono felici e contenti!

Riporto qui le interessanti parole del prof. Odifreddi (link originale)

Appena inizio a spiegare a Piergiorgio Odifreddi il senso delle nostre interviste che a Pubblico chiamiamo “What’s Left”, mi interrompe subito sul nome che abbiamo scelto. «Che cos’è oggi la sinistra? Mi viene in mente una definizione concisa: un bel ricordo». Lui è un logico, matematico “impertinente” come lui stesso si è autodefinito in un celebre libro, conosciutissimo non solo per le sue opere scientifiche, ma anche per i suoi libri di divulgazione e per le sue prese di posizione mai banali.

Inizi subito entrando a gamba tesa.
Quando a Gandhi chiesero cosa pensava della civiltà occidentale, lui rispose: “Sarebbe una buona idea”. Ecco, della sinistra potremmo dire la stessa cosa: non mi dispiacerebbe affatto avercela…

Sei davvero pessimista: non vedi speranze?
Le speranze sono irrazionali, ci sono anche senza motivo. Certo è che vedo poche prospettive, soprattutto dopo l’esperienza del governo Monti, secondo me molto peggio di Berlusconi perché ha fatto riforme, come quella delle pensioni, che il Cavaliere non era riuscito a fare.

Ma Monti non è la sinistra.
Però il Pd l’ha abbracciato calorosamente. Ripete il mantra “le misure del governo Monti erano inevitabili e ineluttabili”. Ineluttabile forse è il fine ma non i mezzi che si usano per raggiungerlo. Il Pd si è assoggettato a questo ricatto.
E se andasse al governo alle prossime elezioni?
I sondaggi lo danno al 30%. Ma con questa percentuale sarebbe difficile governare. Allora che si
fa? Si urla al colpo di stato (insieme a Grillo, fra l’altro) perché la legge elettorale non premia il primo partito, che magari ha appunto il 30% dandogli il 50-60% dei seggi. Si preparano sperando che ci sia quella che loro stessi, quand’erano di sinistra, chiamavano la legge-truffa: ovvero quando negli anni Cinquanta si propose il premio di maggioranza. Oggi invece ci raccontano che la governabilità richiede queste tattiche e strategie. Eppure non si tiene conto per esempio che la maggioranza dev’essere degli aventi diritto e non dei votanti. In un parlamento veramente democratico ci dovrebbe essere una parte di seggi vuoti che corrispondono a coloro che non hanno votato, e le leggi poi dovrebbero passare col 50%.

Detta da un logico non fa una piega…
Un logico di sinistra. Una volta era diverso: la sinistra era rivoluzionaria. Pensa al leninismo, che era l’esatto contrario di questo principio: per nulla democratico perché si diceva “ce ne freghiamo della gente che è ignorante, imponiamo le nostre politiche per il bene della gente che non sa quel che vuole”.

Parli di Lenin e dell’Unione Sovietica: lì tu hai avuto un’esperienza burrascosa, che racconti con ironia nel capitolo “Una spia che andò al fresco” del tuo libro La repubblica dei numeri.
Fui fermato, mi tolsero il passaporto e per sei mesi non potei muovermi: stavo in Siberia, che era il posto dove ti mandavano al confine. In quei mesi fui interrogato e alla fine processato in contumacia: condannato a 15 anni. Ma non ci sono mai tornato per vedere le carte e capire se la condanna è valida tutt’oggi.

Eri lì per studiare, insegnavi all’università, e che successe?
Fui accusato per di attività anti-sovietica. Era il crimine più grave, punibile anche con la pena di morte. Mentre i reati alla persona come l’omicidio erano considerati meno gravi e al massimo si arrivava a 15 anni di galera. Ricordo che i colonnelli del Kgb mi consolavano durante gli interrogatori e mi dicevano: “ma sì, non si preoccupi, che con gli stranieri non arriviamo mai a questi livelli… lei andrà soltanto nei campi di lavoro a spaccare pietre”. E di questo dovevo pure esser contento. In realtà era una ritorsione per l’arresto di due spie sovietiche a Genova… Colte con le mani nel sacco per spionaggio industriale alla Ansaldo, a Genova, e quindi processati e condannati. Ma ci fu lo scambio e fui liberato.

Per tornare alla sinistra, ti sei sempre battuto per la laicità anche col libro “Perché non possiamo essere cristiani” (e meno che mai cattolici). A sinistra come siam messi a laicità?
Siam messi male. L’altro giorno hai visto il dibattito sulle primarie e il panthéon dei candidati?

È proprio lì che volevo arrivare…
Ecco, uno come Vendola che ti dice che il suo punto di riferimento è il cardinal Martini. L’altro, Bersani, deve dirne due e dice: “Papa”, “Giovanni”. Con la pausa in mezzo. È preoccupante, ma non perché abbiano scelto due religiosi: ma un conto è dire San Francesco o don Ciotti, altro dire due uomini di Chiesa, due uomini di potere. Ricordo che sia D’Ale- ma che Veltroni erano andati alla cerimonia di beatificazione di Josemaría Escrivá: un prete franchista, fondatore dell’Opus Dei, una delle associazioni più conservatrici e retrive che ci sono. All’epoca vedevo spesso Veltroni, così gli chiesi come mai era andato. Lui mi risponde: ci sono andato per motivi istituzionali perché sono il vescovo di Roma…

Vescovo? Un lapsus?
Ecco, vedi? Freud mi aiuta a dire la verità… Intendevo sindaco. Comunque, che c’entra il sindaco con un prete spagnolo? E D’Alema che c’entrava? Fra l’altro sono cattolici? Almeno Vendola lo dice. Ma Veltroni crede o no? Almeno c’era questo di buono: uno dei suoi vantaggi era che non si capiva mai cosa pensava…

E come valuti Grillo?
Espressione del populismo. Urla e basta. Il movimento di Grillo non credo sopravviverà a lui. Anzi, forse il contrario: Grillo non sopravvivrà al movimento. Se al parlamento entreranno 80 o 100 deputati, visto che lui non può andare (per motivi pratici: ha questa condanna per omicidio colposo e quindi non è incensurato), questi qui inizieranno a preoccuparsi di altro: basta guardare quello che è successo a Bologna con la Salsi. Inizieranno a pensare con la propria testa, diventeranno loro i protagonisti diretti della politica.

Andrai a votare per le primarie?
Non credo. Se dovessi andare voterei Vendola, che è quello meno distante.

E alle elezioni?
Bisogna vedere chi sarà il candidato del centro sinistra. Certo non Renzi: in fondo è un candidato di destra, molto berlusconiano. Paolo Flores d’Arcais propone di votare Renzi per sfasciare il Pd. Ma poi che si fa si vota Grillo per sfasciare il Parlamento? Beh, non sono d’accordo. Starei lontano da entrambi, come ho scritto sul mio blog scatenando l’ira dei grillini.

A proposito di blog, la notizia del giorno è che abbandoni il tuo su Repubblica dopo che è stato cancellato un tuo post molto critico su Israele.
In realtà c’è da stupirsi che Repubblica abbia accettato a lungo una voce come la mia, così dissonante dalla linea del giornale. C’è da ringraziarli per aver sopportato le rimostranze che di volta in volta sono arrivate da tutti gli ambienti.

La provocazione ti è sempre piaciuta.
Sì, credo se intelligente fa riflettere. Nel mio panthéon c’è J.D. Watson, lo scienziato del DNA. Un vero provocatore. Una frase di Watson che ho appesa sul mio muro è il titolo della sua autobiografia: Avoid Boring People, che in inglese è un doppio senso meraviglioso che vuol dire “evitare la gente noiosa” e anche “evitare di annoiare la gente”.

 

Io personalmente non riesco a capire come mai i partiti politici (gli unici che lo facevano tempo fa erano rifondazione comunista, ed il vecchio PCI, ed i radicali) non si avvalgono della collaborazione di persone come lui.
Chi la dovrebbe migliorare la societa’? I rivoluzionari Renzi e Bersani? Secondo me, non ci credono nemmeno loro.

 

R.

Mi piace pensare che la guerra nella striscia di Gaza sia finita per sempre, senza vincitori ne vinti, ma con la definitiva idea di costituire uno stato Palestinese libero ed autonomo.

Mi piace pensare che il popolo israeliano possa passare dal 16% dei consensi a favore della pace (fonte: canale due della televisione israeliana) fino ad un bellissimo 80% (100% sarebbe eccessivamente utopico persino per me).

Mi piace pensare che quando si votera’ all’ONU per il riconoscimento della Palestina come stato-membro (e non piu’ relegato al ruolo di osservatore), si assistera’ ad un risultato storico senza precedenti che potra’ cosi dare l’avvio ad un serio processo di pace.

Mi piace pensare che Mr. Obama possa impegnarsi in maniera decisiva per la questione palestinese. E’ stato fatto un enorme passo avanti ieri sera: il segretario di stato Hilary Clinton ha riconosciuto come interlocutore e come garante della pace il nuovo governo Egiziano (i fratelli musulmani); mi piace sperare che la politica statuniteste stia cambiando in fatto di politica estera.

Mi piace pensare che i bambini di Gaza restino i bambini di Gaza, e non un fenomeno fotografico di pubblicare su facebook. I bambini dovrebbero essere gli unici durante le guerre. E mi piace pensare che i mandandi di quei omicidi verranno rinchiusi in galera, non pagati da uno stato che si professa laico e occidentale.

Mi piace pensare che Israele non spenda un miliardo di dollari per l’Iron Dome, non spensa 40000 dollari ogni missile sparato, non mandi in bancarotta il proprio paese, ma impieghi quei soldi per la messa in atto della pace con il popolo palestinese.

Mi piace pensare che tutti coloro che si sono indignati, che hanno pianto, che si sono disperati, che hanno insultato Israele, che hanno condannato Hamas, usino lo stesso fervore per tutti gli altri conflitti presenti su questo dannato pianeta.

Mi piace pensare che la guerra in Siria torni in primo piano.

Mi piace pensare che il premier israeliano Netanyahu si dimetta a seguito di questa imbarazzante e inutile prova di forza.

Mi piace pensare un prossimo governo israeliano a favore della pace con il popolo palestinese.

Mi piace pensare che il nome di Vittorio Arrigoni non torni di nuovo nel dimenticatoio.

Mi piace pensare che gli italiani all’estero siano tutti come Rosa Schiano. Vorrei sentire parole altisonanti da parte delle nostre pubbliche autorita’ in suo onore, legittimata in cio’ che sta facendo non solo dal popolo del web.

Mi piace pensare che un giorno gli israeliani non abbiano piu’ paura di prendere un autobus, e i palestinesi non abbiano piu’ paura di vivere.

Mi piace pensare che un giorno leggero’ di nuovo le mie parole e sorridero’ come un bambino pensando che i sogni non sempre siano irraggiungibili.

Stay Human. Restiamo Umani.

R.

Il famoso matematico si e’ congedato. Non pubblichera’ piu’ il suo blog nel sito della Repubblica. Motivo? La cancellazione del suo post sull’attacco israeliano a Gaza. Le parole logica nazista hanno fatto rizzare i capelli ad Ezio Mauro.

Ovviamente, pubblico qui in versione integrale il post incriminato e la successiva risposta di Odifreddi dopo la cancellazione del suo post.

Il post cancellato dal blog della Repubblica

Dieci volte peggio dei nazisti (18)
Uno dei crimini più efferati dell’occupazione nazista in Italia fu la strage delle Fosse Ardeatine. Il 24 maggio 1944 i tedeschi “giustiziarono”, secondo il loro rudimentale concetto di giustizia, 335 italiani in rappresaglia per l’attentato di via Rasella compiuto dalla resistenza partigiana il 23 maggio, nel quale avevano perso la vita 32 militari delle truppe di occupazione. A istituire la versione moderna della “legge del taglione”, che sostituiva la proporzione uno a uno del motto “occhio per occhio, dente per dente” con una proporzione di dieci a uno, fu Hitler in persona.

Il feldmaresciallo Albert Kesselring trasmise l’ordine a Herbert Kappler, l’ufficiale delle SS che si era già messo in luce l’anno prima, nell’ottobre del 1943, con il rastrellamento del ghetto di Roma. E quest’ultimo lo eseguì con un eccesso di zelo, aggiungendo di sua sponte 15 vittime al numero di 320 stabilito dal Fuehrer. Dopo la guerra Kesselring fu condannato a morte per l’eccidio, ma la pena fu commutata in ergastolo e scontata fino al 1952, quando il detenuto fu scarcerato per “motivi di salute” (tra virgolette, perché sopravvisse altri otto anni). Anche Kappler e il suo aiutante Erich Priebke furono condannati all’ergastolo. Il primo riuscì a evadere nel 1977, e morì pochi mesi dopo in Germania. Il secondo, catturato ed estradato solo nel 1995 in Argentina, è tuttora detenuto in semilibertà a Roma, nonostante sia ormai quasi centenario.

In questi giorni si sta compiendo in Israele l’ennesima replica della logica nazista delle Fosse Ardeatine. Con la scusa di contrastare gli “atti terroristici” della resistenza palestinese contro gli occupanti israeliani, il governo Netanyahu sta bombardando la striscia di Gaza e si appresta a invaderla con decine di migliaia di truppe. Il che d’altronde aveva già minacciato e deciso di fare a freddo, per punire l’Autorità Nazionale Palestinese di un crimine terribile: aver chiesto alle Nazioni Unite di esservi ammessa come membro osservatore! Cosa succederà durante l’invasione, è facilmente prevedibile. Durante l’operazione Piombo Fuso di fine 2008 e inizio 2009, infatti, compiuta con le stesse scuse e gli stessi fini, sono stati uccisi almeno 1400 palestinesi, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, a fronte dei 15 morti israeliani provocati in otto anni (!) dai razzi diHamas. Un rapporto di circa 241 cento a uno, dunque: dieci volte superiore a quello della strage delle Fosse Ardeatine. Naturalmente, l’eccidio di quattro anni fa non è che uno dei tanti perpetrati dal governo e dall’esercito di occupazione israeliani nei territori palestinesi.

Ma a far condannare all’ergastolo Kesserling, Kappler e Priebke ne è bastato uno solo, e molto meno efferato: a quando dunque un tribunale internazionale per processare e condannare ancheNetanyahu e i suoi generali?

Piergiorgio Odifreddi

 

Risposta di Odifreddi a seguito della cancellazione del post

Il non-senso della vita è iniziato il 31 agosto 2010, e ha cercato di gettare uno sguardo il più possibile razionale, e dunque non convenzionale, sugli avvenimenti che la cronaca proponeva quotidianamente alla nostra attenzione. Lo stesso titolo del blog, nonostante la palese provocazione filosofica e teologica, intendeva programmaticamente indicare che gli spunti di meditazione e di discussione sarebbero stati scelti, in maniera idiosincratica, tra quelli che potevano essere considerati come “portatori di non senso”.

Per 809 giorni Repubblica.it ha generosamente ospitato le mie riflessioni, che spesso non coincidevano con la linea editoriale del giornale, e ha offerto loro l’invidiabile visibilità non solo del suo sito, ma anche di un richiamo speciale nella sezione Pubblico. Da parte mia, ho approfittato di questa ospitalità per parlare in libertà anche di temi scabrosi e non politically correct, che vertevano spesso su questioni controverse di scienza, filosofia, religione e politica.

Naturalmente, sapevo bene che toccare temi sensibili poteva provocare la reazione pavloviana delle persone ipersensibili. Puntualmente, vari post hanno stimolato valanghe (centinaia, e a volte migliaia) di commenti, e aperto discussioni che hanno fatto di questo blog un gradito spazio di libertà. Altrettanto naturalmente, sapevo bene che la sponsorizzazione di Repubblica.it poteva riversare sul sito e sul giornale proteste direttamente proporzionali alla cattiva coscienza di chi si sentiva messo in discussione o criticato.

Immagino che il direttore del giornale e i curatori del sito abbiano spesso ricevuto lagnanze, molte delle quali probabilmente in latino. Ma devo riconoscere loro di non averne mai lasciato trasparire più che un vago sentore, e di aver sempre sposato la massima di Voltaire: “detesto ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”. Mai e sempre, fino a ieri, quando anche loro hanno dovuto soccombere di fronte ad altre lagnanze, questa volta sicuramente in ebraico.

Cancellare un post non è, di per sè, un grande problema: soprattutto nell’era dell’informatica, quando tutto ciò che si mette in rete viene clonato e continua comunque a esistere e circolare. Non è neppure un grande problema il fatto che una parte della comunità ebraica italiana non condivida le opinioni su Israele espresse non soltanto da José Saramago e Noam Chomsky, al cui insegnamento immodestamente mi ispiro, ma anche e soprattutto dai molti cittadini israeliani democratici che non approvano la politica del loro governo, ai quali vanno la mia ammirazione e la mia solidarietà.

Il problema, piccolo e puramente individuale, è che se continuassi a tenere il blog, d’ora in poi dovrei ogni volta domandarmi se ciò che penso, e dunque scrivo, può non essere gradito a coloro che lo leggono: qualunque lingua, viva o morta, essi usino per protestare. Dovrei, cioè, diventare “passivamente responsabile”, per evitare di non procurare guai. Ma poiché per natura io mi sento “attivamente irresponsabile”, nel senso in cui Richard Feynman dichiarava di sentirsi in Il piacere di trovare le cose, preferisco fermarmi qui.

Tenere questo blog è stata una bella esperienza, di pensiero e di vita, e ringrazio non solo coloro che l’hanno ospitato e difeso, ma anche e soprattutto coloro che vi hanno partecipato. La vita, con o senza senso, continua. Ma ci sono momenti in cui, candidamente, bisogna ritirarsi a coltivare il proprio giardino

 

Inutile. Sperare in una reale liberta’ di stampa in questo paese e’ del tutto inutile. Sperando di poter leggere Odifreddi ben presto, mi tocca eliminare il suo blog dai miei link e sperare di poter aggiungere ben presto uno nuovo.

Complimenti alla Repubblica per la sua ennesima figura di merda.

 

R.

 

Link del (vecchio) blog di Odifreddi sulla Repubblica: Il non-senso della vita