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Leggo e pubblico da comedonchisciotte.org 

Altra occasione per riflettere sui crimini commessi quotidianamente da Israele. 

 

IL DOCUMENTARIO CHE DOVREBBE FAR VERGOGNARE OGNI ISRAELIANO CHE ABBIA UN MINIMO DI DIGNITA’

DI GIDEON LEVY
haaretz.com

Non c’è un attimo di tregua nel documentario probatorio di Emad Burnat e Guy Davidi, “5 telecamere distrutte”, che ripercorre lo scontro nel villaggio palestinese della Cisgiordania Bil’in.

I soldati arrivano nel cuore della notte. Tirano calci, rompono, distruggono. Fanno irruzione in una casa svegliando bruscamente gli abitanti, inclusi bambini e neonati. Un ufficiale tira fuori un documento dettagliato e proclama: “Questa casa viene dichiarata ‘zona militare chiusa’”. Legge l’ordine – in ebraico e a voce alta – alla famiglia in pigiama, ancora intontita dal sonno.

NB: All’interno dell’articolo la versione integrale del documentario

Questo giovane uomo ha completato con successo il suo addestramento da ufficiale. Forse crede persino, nel profondo, che qualcuno debba pur fare questo sporco lavoro. E legge ad alta voce il comando unicamente per giustificare il fatto che al capofamiglia, Emad Burnat, sia stato vietato di filmare l’evento con la sua videocamera.

Non ci sono momenti di respiro né di tregua nel documentario probatorio di Emad Burnat e Guy Davidi, “5 telecamere distrutte”, che è stato proiettato, tra gli altri posti, alla Cineteca di Tel Aviv lo scorso week end, dopo aver collezionato una serie di di premi internazionali ed essere stato trasmesso su Canale 8.

Questo documentario dovrebbe far vergognare ogni Israeliano che abbia un po’ di dignità di essere tale. Dovrebbe essere mostrato durante le lezioni di educazione civica e di storia. Gli Israeliani dovrebbero essere messi a conoscenza dì ciò che viene fatto in nome del loro popolo ogni giorno ed ogni notte in questo apparente periodo di non belligeranza. Persino in un villaggio cisgiordano come Bil’in, che ha fatto della nonviolenza la sua bandiera.

I soldati – gli amici dei nostri figli, i figli dei nostri amici – fanno irruzione nelle case per portare via bambini piccoli, sospettati di avere lanciato dei sassi. Non c’è altro modo di descrivere ciò che accade. Arrestano anche dozzine di organizzatori della manifestazione di protesta che si svolge ogni settimana a Bil’in. E questo accade ogni notte.

Sono stato spesso in questo villaggio, ai suoi cortei e ai suoi funerali. Una volta o due mi sono unito alle manifestazioni del venerdì contro il muro di separazione che è stato costruito nel suo territorio in modo da permettere a Modi’in Ilit e a Kiryat Sefer di sorgere sui suoi oliveti. Ho respirato il gas lacrimogeno ed il fetido gas “moffetta”. Ho visto i proiettili di gomma che feriscono e a volte uccidono, e la violenza dei soldati e della polizia nei confronti dei cittadini che manifestano.

Ma ciò che ho visto in questo film mi ha scioccato molto di più di quanto mi sia accaduto nel corso di queste rapide visite. I condomini di Modi’in Ilit stanno fagocitando il villaggio, proprio come sta facendo il muro issato qui, sulla loro terra. Gli abitanti hanno deciso di lottare per le loro proprietà e per la loro esistenza. Con un misto tra ingenuità, determinazione e coraggio – e, di tanto in tanto, un eccesso di teatralità – i residenti si ingegnano con ogni stratagemma, con l’aiuto di un manipolo di Israeliani e di volontari internazionali.

E questa lotta ha portato ad una vittoria parziale: sulla sua scia, infatti, la Corte Suprema di Giustizia ha ordinato lo smantellamento del muro e la sua ricollocazione in un altro posto. Persino la Corte Suprema, che in genere accetta in automatico le posizioni dell’ordine costituito, si è resa conto che lì si stava commettendo un crimine. Insieme a Bil’in e, in larga misura, seguendo il suo esempio, altri villaggi hanno dato inizio ad una rivolta popolare – che ancora oggi ha luogo ogni venerdì – contro il muro, a mezz’ora di auto dalle nostre case.

Questo documentario dimostra che, per la gente del luogo, la realtà dell’occupazione è che la lotta nonviolenta non esiste. Per informazione di coloro che predicano la nonviolenza (da parte dei Palestinesi): quando ci sono di mezzo i soldati delle Forze di Difesa Israeliane e la Polizia di Frontiera è sicuro che ci sarà violenza. Basterà che venga lanciata una pietra, che vi sia uno scontro verbale e, nonostante gli appelli degli organizzatori delle manifestazioni, l’arsenale con le armi più potenti del mondo si spalancherà – per tirare lo spinotto, liberare il gas, il proiettile di gomma, il gas moffetta e a volte il fuoco vivo, e soprattutto per troncare il sogno di una lotta nonviolenta.

Chiunque guarda questo film si rende conto che è davvero difficile guardare il muro, il piano di insediamento e i soldati – e tutti che gridano “violenza” – e restare pacifici. Quasi impossibile.

Le telecamere di Burnat sono state distrutte cinque volte. Tre volte dai soldati, una volta in un incidente stradale sul lato opposto del muro divisorio, e una volta dai coloni violenti e ultra-ortodossi – la gioventù della cima della collina– che hanno fatto irruzione nelle case nonostante la corte l’avesse proibito. “Non hai il permesso di stare qui”, dice un colono ultra-ortodosso ad un abitante del luogo mente prende possesso della terra che gli ha sottratto.

La verità è che le telecamere di Burnat sono state danneggiate molte più volte; il film descrive solo gli episodi in cui l’attrezzatura veniva resa del tutto inutilizzabile. Le parti danneggiate delle telecamere vengono usate come prova.

Ma qui si è rotto qualcosa di molto più profondo. Le telecamere distrutte hanno squarciato una realtà. Hanno documentato fatti che la maggior parte degli Israeliani non conosceva. Hanno fornito una descrizione realistica di qualcosa che la maggior parte di loro preferisce ignorare. Così facendo hanno anche dimostrato che, in un luogo dove quasi non ci sono più giornalisti, esistono però degli importanti registi di documentari come Burnat e Davidi.

Da quando la maggior parte dei mezzi di comunicazione locali ha deciso di non riportare più alcuna notizia riguardo all’occupazione, film come “5 telecamere distrutte”, “La legge da queste parti” di Ra’anan Alexandrowicz e “Un giorno dopo la pace” di Mir Laufer e Erez Laufer – tutti frutto degli ultimi mesi – stanno adempiendo a quello che dovrebbe essere il ruolo dei media in maniera eccellente.

Chiunque un giorno volesse farsi un’idea di cosa è accaduto qui in questi maledetti decenni farebbe fatica a trovare qualcosa negli archivi dei giornali e delle televisioni. Troverebbe invece del materiale nell’archivio dei film documentario, che sta salvando l’onore di Israele.

“5 telecamere distrutte” è già stato trasmesso in molti paesi, nell’ambito di festival e di messaggi pubblicitari. Davidi e Burnat hanno documentato la routine dell’occupazione. Il ritratto che emerge delle Forze di Difesa Israeliane e della Polizia di Frontiera è pessimo. Anche usando un eufemismo non si può che descriverle come reparti d’assalto.

La voce di Burnat, che accompagna il film, è una delle più sobrie che abbiate mai sentito a proposito dell’occupazione, senza ombra di odio e senza demagogia. Ed è così anche nella realtà. Andate a vedere questo film e fatevi una vostra idea.

Ci sono stati altri film su Bil’in ma questo, essendo una produzione su scala relativamente piccola, ha un taglio molto personale. La moglie di Burnat, che vorrebbe tenerlo lontano dalle telecamere e dal pericolo, ed il suo giovane figlio, che in questa realtà è cresciuto, compaiono insieme ai leader della lotta. Nel film si vede la morte di una sola persona: Bassem Abu-Rahma, un giovane uomo pieno di fascino, benvoluto dai bambini che lo chiamavano “L’elefante”. L’inutile vittima di un presunto attentato da parte di un soldato nell’aprile del 2009.

Comunque la cosa più terribile di questo film è il racconto di come la vita qui, normalmente, non sia caratterizzata dalla morte. Quelli che rompono le telecamere infrangono le regole del diritto e della democrazia. A quanto pare il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, che si vanta agli occhi del mondo di quanto Israele sia illuminato, non ha visto il documentario. Se così fosse non parlerebbe di lumi.

Chiunque nasconda un lato così oscuro non può poi farsi vanto della facciata luminosa che mette in mostra, con tutto quell’high tech e quella democrazia. Chiunque sia a conoscenza di ciò che sta accadendo a Bil’in e negli altri villaggi si rende conto che uno stato che si comporta in questo modo non può essere considerato democratico o illuminato. Qualcuno deve far vedere questo film a Netanyahu, solo così lui potrà capire…

Questa settimana sono andato a Bil’in con uno dei due registi, Guy Davidi (Burnat era via per un altro viaggio oltreoceano). Un tempo Davidi stava nel villaggio per diversi mesi, ma prima del nostro viaggio non vi aveva messo piede da più di un anno.

Apparentemente nulla è cambiato. Un villaggio palestinese che sonnecchia nel pomeriggio. Ma una cosa è diversa: una vasta collina su cui ci sono degli oliveti è stata liberata. Dove una volta c’era il muro di sicurezza, ora c’è solo un sentiero fangoso. La barriera è stata rimossa e la collina restituita ai suoi proprietari. Gli ulivi stanno morendo perché per anni nessuno si è preso cura di loro, ed il suolo è deturpato dai lavori di sterramento che ci sono stati. Ma in fondo un po’ di territorio è stato liberato.

Il recinto di sicurezza è stato rimpiazzato da un alto muro di cemento, che però è stato spostato diverse centinaia di metri verso ovest. Alle sue spalle le gru proseguono nella costruzione di Kyriat Sefer (aka Dvir). Nel territorio liberato si sta già costruendo un piccolo parco giochi per i bambini del villaggio. Solo alcuni resti di pneumatici andati a fuoco e dozzine di cartucce di candelotti di gas lanciati dalle Forze di Difesa Israeliane, rimasti a terra dopo le manifestazioni che continuano a svolgersi ogni settimana, rimangono a testimoniare che la battaglia non è finita. La vittoria non è completa. Ma se ci fosse una giustizia lo sarebbe.

Gideon Levy
Fonte: http://www.haaretz.com
Link: http://www.haaretz.com/weekend/twilight-zone/the-documentary-that-should-make-every-decent-israeli-ashamed-1.468409
5.10.2012

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di DONAC78

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Palestinian President Mahmoud Abbas addresses the United Nations Generally Assembly th UN.Le dichiarazioni dei “potenti” mi hanno sempre affascinato. C’è un mondo dietro ad ogni frase, ad ogni parola che il “potente” di turno sceglie.

Da sempre mi pongo una serie di domande come:

  1. Chi scrive i loro discorsi?
  2. Aggiungono “parole” o “frasi” di loro iniziativa?
  3. Non si pongono il problema della veridicità di tutto quello che affermano?

Non se ne parla quasi mai, e si tende a dimenticare che un buon novanta per cento delle frasi che ci piace attribuire al questo o quel politico, molto probabilmente sono state scritte da altre persone. Ghostwriters. Chissà quanti ce ne sono sparsi per il mondo. Chissà se si sentono frustrati o se subiscono il peso del loro lavoro. Io mi sentirei male.

Veniamo al punto. Volevo raccogliere qui una serie di dichiarazioni fatte all’indomani del voto all’assemblea dell’ONU sul riconoscimento della Palestina come membro osservatore permanente (senza diritto di voto quindi).

Scontato il risultato, scontata la polemica filo-israeliana, incerto il futuro di pace. Come sempre.

Hillary Clinton : unfortunate and counterproductive […]only through direct negotiations between the parties can the Palestinians and Israelis achieve the peace that both deserve: two states for two people, with a sovereign, viable, independent Palestine living side by side in peace and security with a Jewish and democratic Israel. (traduzione : la risoluzione è un atto spiacevole e controproducente … solo attraverso un negoziato diretto fra le parti si potrà ottenere la pace che entrambi, Palestinesi ed Israeliani, meritano: due stati per due popoli, con uno stato Palestinese sovrano, vivibile, indipendente, che viva fianco a fianco in pace e sicurezza con un Ebraico e Democratico stato Israeliano.)

Spettacolare l’uso della parola “Jewish”. Quindi i Palestinesi non devono solo riconoscere quello stato solo in quanto tale, ma soprattutto in quanto “Ebreo”. Perchè questo è ciò che conta realmente. “Volete la pace cari palestinesi, caro mondo arabo? L’avrete solo a patto di sottomettervi“. E poi c’è chi dice che la buon vecchia retorica è terminata nella politica!

Ron Prosors (ambasciatore israeliano):  I have a simple message for those people gathered in the General Assembly today, no decision by the U.N. can break the 4000 year old bond between the people of Israel and the land of Israel. […]The world waits for President Abbas to speak the truth that peace can only be achieved through negotiations by recognizing Israel as a Jewish State[…]For as long as President Abbas prefers symbolism over reality, as long as he prefers to travel to New York for UN resolutions, rather than travel to Jerusalem for genuine dialogue, any hope of peace will be out of reach. (traduzione: Ho un semplice messaggio per coloro che si sono riuniti oggi nell’Assemblea Generale, nessuna decisione dell’ONU può infrangere il vincolo vecchio 4000 anni fra il popolo Israeliano e lo stato di Israele… Il mondo attende che il Presidente Abbas dica realmente che la pace possa solamente essere negoziata attreverso il riconoscimento di Israele come Stato Ebraico…Fino a quanto Abbass preferirà il simbolismo alla realtà, fino a quando preferirà viaggiare fino a New York per una risoluzione dell’ONU, piuttosto che fino a Gerusalemme per un vero dialogo, nessuna speranza di pace verrà mai raggiunta).

Per la serie: Israele decide senza consultare niente e nessuno. Non l’ONU, non gli USA, non i Palestinesi. L’inutilità della risoluzione ONU, viene ribadita e rafforzata. Inutile sperare che la pace possa essere imposta. L’hanno ribadito USA, Germania, Canada, e tutti gli altri stati che hanno votato no (9) o si sono astenuti (41). L’ha ribadito un Europa divisa (come sempre) sulle questioni di politica estera. E l’ambasciatore israeliano ha messo la ciliegina sulla torta. Che belle quelle manifestazioni di gioia a Gaza, a Tel Aviv. Peccato che i “potenti” non hanno mai mostrato molto interesse verso gli “invisibili”. Dimenticavo di citare la stupenda frase di Benjamin Netanyahu per quanto riguarda il voto: “will not change anything on the ground.” Non cambierà nulla. Giusto per essere chiari.

Palestine

Gli altri interventi sono solo minestra riscaldata: Abbas non fa altro che ribadire la politica palestinese, finta apertura verso lo stato Israeliano mista con condanne sparse e richieste di ritorno verso i confini pre-1967 (cosa “infattibile” per Israele),la Francia prevede uno scenario “rischioso” per il dopo-voto, la Germania perde sempre maggiore credibilità a livello di politica estera (tutti stanno aspettando il post-Merkel, oramai la leader tedesca appare sempre più stanca), la Santa Sede appoggia la two-state solution, il Canada si conferma subordinata agli USA. Nulla di nuovo, insomma.

Conclusioni…?

Nonostante tutto il pessimismo possibile, nonostante tutta la tristezza che emerge nel sapere l’inutilità di questo processo, nonostante i “potenti” ribadiscono ora e sempre la loro lontananza verso i problemi degli individui comuni, un raggio di sole sembra illuminare quella landa desolata che è Gaza. Non posso fare a meno di sorridere guardando la felicità e la gioia di miliaia di persone all’indomani del voto. Tutto il mondo arabo ci crede. La primavera araba ne è la prova. Voglio usare le parole di Adam Shatz: 

The Arab world is changing, but Israel is not.

Mi piace pensarla cosi, in fondo. Mi piace pensare che un processo irreversibile è stato avviato.

Alla fine dei conti, resto sempre e comunque un utopista.

R.

Stay Human

Link utili:

Mi piace pensare che la guerra nella striscia di Gaza sia finita per sempre, senza vincitori ne vinti, ma con la definitiva idea di costituire uno stato Palestinese libero ed autonomo.

Mi piace pensare che il popolo israeliano possa passare dal 16% dei consensi a favore della pace (fonte: canale due della televisione israeliana) fino ad un bellissimo 80% (100% sarebbe eccessivamente utopico persino per me).

Mi piace pensare che quando si votera’ all’ONU per il riconoscimento della Palestina come stato-membro (e non piu’ relegato al ruolo di osservatore), si assistera’ ad un risultato storico senza precedenti che potra’ cosi dare l’avvio ad un serio processo di pace.

Mi piace pensare che Mr. Obama possa impegnarsi in maniera decisiva per la questione palestinese. E’ stato fatto un enorme passo avanti ieri sera: il segretario di stato Hilary Clinton ha riconosciuto come interlocutore e come garante della pace il nuovo governo Egiziano (i fratelli musulmani); mi piace sperare che la politica statuniteste stia cambiando in fatto di politica estera.

Mi piace pensare che i bambini di Gaza restino i bambini di Gaza, e non un fenomeno fotografico di pubblicare su facebook. I bambini dovrebbero essere gli unici durante le guerre. E mi piace pensare che i mandandi di quei omicidi verranno rinchiusi in galera, non pagati da uno stato che si professa laico e occidentale.

Mi piace pensare che Israele non spenda un miliardo di dollari per l’Iron Dome, non spensa 40000 dollari ogni missile sparato, non mandi in bancarotta il proprio paese, ma impieghi quei soldi per la messa in atto della pace con il popolo palestinese.

Mi piace pensare che tutti coloro che si sono indignati, che hanno pianto, che si sono disperati, che hanno insultato Israele, che hanno condannato Hamas, usino lo stesso fervore per tutti gli altri conflitti presenti su questo dannato pianeta.

Mi piace pensare che la guerra in Siria torni in primo piano.

Mi piace pensare che il premier israeliano Netanyahu si dimetta a seguito di questa imbarazzante e inutile prova di forza.

Mi piace pensare un prossimo governo israeliano a favore della pace con il popolo palestinese.

Mi piace pensare che il nome di Vittorio Arrigoni non torni di nuovo nel dimenticatoio.

Mi piace pensare che gli italiani all’estero siano tutti come Rosa Schiano. Vorrei sentire parole altisonanti da parte delle nostre pubbliche autorita’ in suo onore, legittimata in cio’ che sta facendo non solo dal popolo del web.

Mi piace pensare che un giorno gli israeliani non abbiano piu’ paura di prendere un autobus, e i palestinesi non abbiano piu’ paura di vivere.

Mi piace pensare che un giorno leggero’ di nuovo le mie parole e sorridero’ come un bambino pensando che i sogni non sempre siano irraggiungibili.

Stay Human. Restiamo Umani.

R.

Gaza part 2

Pubblicato: novembre 19, 2012 in Policy
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E’ iniziato il bollettino di guerra. E via con i numeri.

Morti palestinesi 91. Morti israeliani 3. Il bilancio continua a salire, vergognosamente e vertiginosamente. Questa volta il numero dei minorenni, e soprattutto dei bambini e’ indignitoso.

Israele si rivela agli occhi di tutti cio’ che e’ veramente: uno stato guidato da un partito conservatore che non ha la minima intenzione di permettere agli arabi di continuare ad occupare la terra santa. Dato che non possono scatenare una rappresaglia che li eliminerebbe tutti, si limitano a lanciare qualche miliaio di missili e bombe in modo tale da costringere i palestinesi ad andare via definitivamente. E ci sono riusciti.

Come diceva Vittorio Arrigoni alcuni anni fa, i veri palestinesi non ci sono piu’ in Palestina. Coloro che si trovano li sono i discendenti, non sentono nemmeno l’appartenenza ad uno stato palestinese. Chi poteva, e’ fuggito via, scappato verso i paesi arabi limitrofi, cercando di dimenticare l’orrore creato dallo stato israeliano.

Esiste una soluzione a questo conflitto? No. Perche’ Israele non e’ minimamente interessato ad una sospensione della guerra. Guerra che va avanti dal 1948, sia ben chiaro. Israele vuole il suo stato. Accettare i compromessi dei territori palestinesi, fu un trauma mai superato dagli israeliani. E possiamo vederne le conseguenze.

Sondaggio fatto dalla TV israeliana: 16% degli israeliani contrati alla guerra odierna. Non ha senso nemmeno commentare questi dati.

Stay Human.

R.

Qualche link per capire meglio cosa sta succedendo: nena-news , Movimento pacifista internazionale ,  Electronic Intifada, Imemc news

                                    

 

Mercoledì, 14 Novembre 2012

Alle 15.35 di oggi Gaza è stata scossa da molteplici attacchi militari israeliani lanciati da droni, elicotteri apaches, caccia F16 e navi militari. Una delle prime persone uccise è stata Ahmed Al Jabari, comandante in capo dell’ala militare di Hamas. Le fazioni palestinesi hanno giurato vendetta e i militanti hanno sparato dozzine di razzi verso Israele. Dopo il primo attacco, le forze aree israeliane hanno condotto più di 50 bombardamenti su tutta la Striscia di Gaza che hanno causato almeno 8 morti, compresi 2 bambini e un neonato. Il Ministro della Salute ha inoltre dichiarato che più di 90 persone sono state ferite.

Cresce il timore che Israele possa lanciare un’offensiva di terra su larga scala, paura alimentata dal lancio di volantini nel Nord della Striscia da parte dell’esercito israeliano che annunciavano un’imminente invasione via terra dell’area.

Israele ha lanciato l’operazione denominata “Pillar of Defence” questo pomeriggio con l’uccisione mirata di Al Jabari la cui macchina è stata bombardata nell’area di Thalatin a Est di Gaza City. Mohammad Al-Hams, la guardia del corpo di Al Jabari che viaggiava con lui in macchina è rimasto gravemente ferito ed è morto poco dopo in ospedale. In seguito a questo attacco, una serie di bombardamenti è stata lanciata in tutta la Striscia di Gaza, colpendo aree abitate a Khan Younis, Tel Al Hawa, Sheikh Zayed Square e At Twan nel nord di Gaza, Al Sabra a Gaza City, Rafah, Beit Lahia, Khuza’a, al Bureij.

Le navi da guerra israeliane sono entrate nel mare di Gaza e si sono posizionate vicino alla costa, sparando verso terra. Verso le ore 20, le forze navali israeliane hanno sparato tra i 12 e i 15 colpi di artiglieria verso la base navale di Hamas a nord ovest del campo rifugiati di Shati a Gaza City. Si moltiplicano le ipotesi secondo cui l’offensiva si prolungherà per diversi giorni e il Primo Ministro israeliano ha dichiarato che è pronto a espandere l’operazione. In una conferenza stampa tenuta oggi il Ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, ha dichiarato: “le provocazioni che abbiamo subito e il lancio dei razzi verso gli insediamenti nel sud di Israele ci hanno costretto a intraprendere quest’azione. Voglio che sia chiaro che i cittadini israeliani non ne subiranno le conseguenze. L’obiettivo è di fermare i razzi e danneggiare l’organizzazione di Hamas”. Nonostante ciò, la maggior parte delle vittime di questo attacco sono state civili. La popolazione di Gaza si è rifugiata nelle case e il personale della maggior parte delle organizzazioni internazionali è sotto coprifuoco.

Gli ospedali di tutta la Striscia sono stati invasi dalle vittime degli attacchi. Nella conferenza stampa tenuta di fronte all’ospedale Al Shifa, il Dr Mafed El Makha El Makhalalaty, Ministro della Salute, ha spiegato che gli ospedali soffrono delle carenze causate dalla prolungata chiusura della Striscia di Gaza e dal crescente numero di attacchi avvenuti nelle ultime settimane, in cui molti bambini sono stati uccisi. Gli attacchi di oggi hanno lasciato gli ospedali privi di medicine e forniture mediche. Inoltre, ha sollecitato un intervento immediato da parte della comunità internazionale per fermare il massacro.

La stampa araba riporta che gli ospedali nel Sinai sono stati posti in stato di allerta per affrontare l’emergenza e ricevere i feriti di Gaza.

La popolazione terrorizzata di Gaza sta subendo i continui attacchi di droni, bombardamenti, fuoco navale di questa offensiva militare indiscriminata e sproporzionata. Rimane imprigionata all’interno della Striscia di Gaza e costituisce un facile obiettivo nella guerra controllata a distanza.

Ci rivolgiamo alle persone di coscienza in tutto il mondo perché si oppongano a questa aggressione illecita contro i civili palestinesi.

La comunità internazionale deve intervenire con urgenza per fermare questi violenti attacchi.

Per maggiori informazioni, contattare:

Adie Mormech +972(0)592280943

Gisela Schmidt Martin +972(0)592778020 blipfoto.com/GiselaClaire

Joe Catron +972(0)595594326

Julie Webb-Pullman +972(0)595419421 todayingaza.wordpress.com

Lydia de Leeuw +972(0)597478455 asecondglance.wordpress.com

Meri +972(0)598563299

Adriana +972(0)597241318

Siamo un gruppo di internazionali che vivono nella Striscia di Gaza e lavorano negli ambiti del giornalismo, dei diritti umani, dell’educazione, dell’agricoltura. Cerchiamo di difendere e promuovere i diritti della popolazione civile palestinese di fronte all’occupazione israeliana e alle operazioni militari. Oltre ad essere noi stessi testimoni oculari, raccogliamo informazioni dalle nostre reti personali in tutta la Striscia di Gaza, dai media locali, dal personale medico e dalle ONG internazionali presenti a Gaza.

Verifichiamo ciò che divulghiamo e speriamo che i nostri resoconti possano contribuire a rendere più accurata la copertura mediatica della situazione di Gaza.

 

Copio e riporto integralmente dal sito di informazione Nena-news.

 

Restiamo umani diceva Vittorio. Difficile. Ma quanto aveva ragione.

 

R.

Guerre e Guerriglie

Pubblicato: novembre 15, 2012 in Policy, Rage
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Mille emozioni differenti.

Tristezza, malinconia, rabbia, dolore, gioia. Non manca quasi nulla dopo questo 14 novembre 2012.

Israele decide di uccidere con un missile il capo di Hamas come risposta al lancio di missili da parte delle milizie palestinesi. Netanyau decide di gettare al cesso l’opportunità offertagli esattamente una settimana prima dal capo dell’autorità palestinese Mahmoud Abbas. Strano, vero? Eppure, c’era chi si aspettava una risposta di apertura da parte del leader israeliano ( http://www.repubblica.it/esteri/2012/11/06/news/netanyahu_grossman-46009338/)

Inutile. Tutto inutile con questo governo israeliano. I likud è conservatore e nazionalista. I palestinesi sono stanchi. La guerra è ripresa. Ancora.

Fa male vedere quelle immagini ancora. Fa male leggere i numeri, tenere il conto dei morti. Fa male leggere l’indifferenza del mondo intero.

Non ho la minima intenzione di scrivere nulla per quanto riguarda le manifestazioni, proteste da parte di Spagna, Grecia, Italia, Portogallo, e dovunque esse siano state. Sono abbastanza addolorato. Commentare quattro fascisti che si divertono a picchiare quattro studenti con scarsa ideologia politica alle spalle? No, grazie. Il mio fegato ne ha subite abbastanza ieri.

 

R.