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Siamo di nuovo a New York.

1928 _ Di nuovo una famiglia ebraica _

William Blake pare abbia influenzato Diane Arbus. Io non sono d’accordo, e traspare nelle sue foto _ La storia personale va letta e riletta dal mio punto di vista.

Quella di William è totalmente diversa dalla vita di Diane, più traumatica, più complessa dal punto di vista sentimentale.

Questo non significa inferiore. Semplicemente, differente. Come lo sono le sue splendide foto.

Io personalmente amo tutti coloro che decidono di entrare con forza nel mondo della fotografia rompendo ogni schema, ogni legame con quella che è la “scuola di pensiero” di quegli anni. Disintegra ogni tabù con l’originalità e la bellezza che lo contraddistinguono. Le sue foto di New York sono qualcosa di mai visto prima.

Ciò che amo di William è la sua storia; forse quasi di più delle sue fotografie. Che poi è come dire la stessa cosa, se vogliamo. Nessun artista, soprattutto chi

sceglie di guardare la realtà attraverso quella minuscola lente, può prescindere dalla propria storia.

Candy StoreWilliam Klein, dicevamo. Dopo aver prestato il servizio militare nell’esercito degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, decide di trasferirsi a Parigi. L’America del dopoguerra gli sta stretta, e decide di studiare la tecnica europea. Torna a New York solo nel 1954. Ed è proprio in quel momento che farà alcuni dei suoi migliori scatti: il mosso, la grana, i soggetti_ogni piccolo dettaglio ci comunica la sua voglia di andare oltre. E ci riesce talmente tanto che non pubblicherà mai negli States il suo libro su New York.

“Life is good and good for you in New York” è del 1956. Il suo capolavoro sulla Grande Mela.

Immaginate di essere un newyorkese degli anni cinquanta. Arriva questo William Klein e vi getta in faccia tutto quello che ogni giorno cercate di evitare: bimbi armati, neri, persone pericolose; voi fate di tutto per fuggire da tutto queste aberrazioni sociali, ed arriva questo cosiddetto artista che ve le piazza in faccia. Sacrilegio! Voi non volete proprio vederle quelle immagini in bianco e nero, cosi malinconiche, tristi, e poi quel mosso! Perchè un fotografo dovrebbe fare delle immagini cosi convulse e senza alcuna logica?

Ah, dannato William. Dirà di quegli anni

era come se fossi un etnografo: trattavo i newyorkesi come un esploratore tratterebbe uno Zulu. Cercavo lo scatto più crudo, il grado zero della fotografia.’
I didn’t relate to European photography. It was too poetic and anecdodtal for me…. The kinetic quality of New York, the kids, dirt, madness–I tried to find a photographic style that would come close to it.So I would be grainy and contrasted and black. I’d crop, blur, play with the negatives. I didn’t see clean technique being right for New York. I could imagine my pictures lying in the gutter like the New York Daily News

 

Questo libro gli vale la fama, e forse la definitiva rottura con il mondo americano. Ma resta un fotografo americano. Lavora con Vogue, contribuendo al cambiamento della fashion photography. Fellini lo chiama come collaboratore nel suo film “Le notti di Cabiria”. Celebri saranno i suoi libri su Roma, Mosca, Tokio.

La capitale italiana merita un capitolo a parte. “Ci voleva un newyorchese perché i romani si conoscessero a fondo”, disse Pasolini. Perchè Klein è un altro di quei fotografi che ha fatto della street photography ciò che veramente suscita in me la voglia di andare in giro ed immortalare il mondo che ci circonda_Il mondo che abbiamo intorno è cosi vasto, cosi pieno di storie da raccontare e da immortalare. La fotografia sociale ha un vantaggio immenso sul giornalismo: ci mette di fronte il mondo colpendo il nostro volto con impeto e passione immani.

 

 

Osservando quelle foto su Roma ci resti di sasso. Ti chiedi come abbia fatto un americano alla sua prima  esperienza italiana a cogliere ciò che meglio caratterizza i romani, e buona parte degli italiani tutti.

Sono fragorose, imprecise, incasinate, contrastanti nei soggetti proposti (L’acquedotto in via del Mandrione scattata nel 1956 è qualcosa di geniale ed impressionante al tempo stesso), piene di italianità. Questo americano è veramente una piacevole sorpresa. Come al solito, conosciuto a pochissimi.

Come poco conosciuta è la sua poliedrica arte.

William Klein non è solo fotografo, ma anche pittore e regista. Nonostante qui si tratti solo della sua splendida parentesi fotografica (metterà da parte la sua Leica per una ventina d’anni, riprendendola solo dopo il 1980, e “limitandosi” a sperimentazioni che non voglio commentare data la mia manifesta ignoranza in materia)

Vi obbligo a guardare la splendida intervista fatta a Klein recentemente. Buona visione

 

Grazie William.

 

 

 

R.