Sofia, la Bulgaria, e la lucentezza degli animi

Pubblicato: marzo 14, 2012 in Uncategorized

Un altro fine settimana all’insegna della pazzia e dei mille chilometri percorsi con una quindicina di macchine diverse: questa volta siamo andati a Sofia, tutti e sette noi volontari, facendo l’autostop.

Sconvolgente.

Non ho chissà quante parole per definire il nostro viaggio.

Partenza sabato mattina ore 09:00 da Rovinari, arrivo alle 16:30 in Sofia. In coppia con l’austriaca abbiamo raggiunto gli altri cinque volontari che si trovavano al confine della Romania, e da li ci siamo divisi per raggiungere la capitale bulgara. Io sono stato fortunato: camion diretto per Sofia, 3 ore di viaggio tranquille.

Che dire di questa capitale? A dir la verità non ho visto poi molto: siamo andati un pò in giro per tutto il sabato esplorando le strade principali, infilandoci in qualche viuzza semideserta quando capitava, osservando tanto senza una logica ben precisa. Ti fa sentire libero…è una sensazione splendida. Stai li, seduto in una panchina, o camminando lentamente, molto più lentamente di tutta la stragrande maggioranza degli individui che ti circondano, osservando pietre, monumenti, chiese, e i volti. I tanti volti che ti circondano.

I barboni, gli anziani, gli artisti di strada, i bimbi, gli studenti, i preti, i turisti.

Mille storie ti stanno intorno, e cosi poco tempo per ascoltarle tutte. Il ragazzo che ti si avvicina per chiederti i soldi usando la parola “mangiare”; la ragazza, sporca, brutta, triste, che ti guarda con avidità perchè stai li fermo, in quella panchina a ridere e scherzare con i tuoi amici. Poi ti accorgi che non è invidiosa del tuo pezzo di pane, che ti permetti di ostentare come se fosse qualcosa di totalmente normale, come se fosse alla portata di tutti…e improvvisamente ti senti umile, idiota, un turista qualsiasi: darle quel pezzo di carne che noi stavamo disprezzando li, in mezzo a quella strada, non mi ha per nulla aiutato.

“L’importante è riflettere, di fronte a tali atteggiamenti; l’importante è aver coscienza di chi si trova in una condizione peggiore della nostra”.

Questo è quello che mi ripeto da tempo. Cazzate. 

E’ inutile, quelle scene non fanno altro che ricordarmi il peso morale che noi occidentali ci portiamo dietro (o che dovremmo portarci dietro) dopo centinaia d’anni di sfruttamento, di imposizione, e di finte ideologie di uguaglianza.

Povera ragazza. E come lei ho visto tanti ubriaconi, barboni e affamati in questo fine settimana. Sarà cosi in tutte le grandi città, ma questa volta mi è sembrato tutto più pesante. Sarà stato anche il clima, grigio e tetro, la stanchezza di centinaia di chilometri di autostop, la fame mai sopita, sette teste da mettere d’accordo tutte insieme allo stesso tempo…non lo so; so soltanto che ci sono stati un sacco di “momenti ombra” in questo viaggio.

Ovviamente, sono stufo di lasciarmi oscurare l’esistenza da singole ombre che passano davanti ai miei occhi. Ma quando sono due,tre,quattro,cinque, comincia a pesarmi.

Dove siamo rimasti? Ah, al fatto che in sette non si può  viaggiare. La cosa più scontata del mondo, ma nemmeno se mi puntano una pistola alla tempia mi faccio un altro viaggio con tutti gli altri volontari. Sette persone ferme sulla strada ad aspettare qualcuno che ti carica? Logico che ci siamo divisi. Ma è stato in ogni caso un viaggio allucinante. Plovdev è stata molto più interessante di Sofia: visitata la domenica in giornata, questa città a cento trenta chilometri da Sofia è veramente interessante: il centro storico (un viavai di saliscendi spettacolare…sanpietrini, edifici storici, case senza senso, immondizia e bagni pubblici di fronte all’anfiteatro romano, persone che parlano in italiano…) non è iperpopolato, conserva squarci visivi folgoranti, ti lascia senza fiato ben più di un singolo instante. Non male.

Un sabato sera (balzi temporali senza senso, mi rendo conto…) all’insegna di quella diavolo di birra di cui non ricordo il nome (dannati caratteri cirillici…non ci capivo nulla): Aurora mi sembra. Siamo andati all’ Art-Hostel, seguendo i consigli di miliardi di giovani alcolizzati prima di noi, ad ascoltare un tristissimo chitarrista dalla voce atonica; tutti ubriachi, come al solito. E alle tre e mezzo di notte, siamo anche riusciti a trovare la strada di casa (questa volta di hanno ospitato due simpatiche ragazze…peccato che vivono con due gatti…e peccato che non hanno la minima idea di cosa significhi pulire la merda dei gatti!).

Domenica sera all’insegna dell’assurdo: siamo andati io, Simona e Patricia, allo Steppenwolf bar. Si trova al senso piano dentro un edificio: in pratica per andarci dovete entrare dentro un’abitazione privata. I love Bulgaria.

Il proprietario è un pazzo, malato di mente! Ci ha accolto un suo amico, un capellone metallaro (del resto non ci si poteva aspettare altro da un locale rock) che ci ha subito offerto un shot da vomito: whisky, vodka e qualcos’altro. Due birre e sono partiti altri due shot di Assenzio stavolta. Terzo shot non mi ricordo nemmeno che diavolo ha messo nel bicchiere…ma non dimenticheremo mai quella risata! Come diavolo faceva a ridere per un minuto di seguito senza mai smettere, penso sia un mistero non da poco!

Tornati a casa, lunedi mattina decidiamo di fare l’autostop per tornare a Rovinari. Inizia il delirio. Ci dividiamo, ovviamente in tre gruppi: io resto con Simona e Cyril. Prendiamo la prima macchina che ci porta da Sofia a Botevgrad e fin qui tutto bene. Secondo step, si ferma una macchina: ragazzi, ne carico solo due. Ovviamente, io resto da solo.

500 chilometri da solo cambiando otto macchine, un camioncino, un treno, un taxi, un traghetto. Panico.

E sono stato il primo ad arrivare a casa. Alle 23:30 precise. Dopo undici ore di viaggio. Incontrando bulgari che non parlavano nessuna lingua che io conoscevo, ragazzi che lavoravano in maniera del tutto illegale, camionisti, lavoratori, studenti, teste di cazzo, rom, controllori, barboni che mi davano del barbone/accattone/gypsy/tucolcazzocheseiitaliano, donne trentacinquenni che cercavano di tornare a casa, giovani totalmente ubriachi che ti danno l’ultimo passaggio verso casa, e pensi che sarà l’ultimo della tua vita. Sempre attaccato al cellulare sperando che agli altri non succeda nulla (e stavolta, ci siamo andati vicino allo stupro!). Con gli occhi che si chiudevano ad ogni macchina diversa. Con il pollice sempre alzato. Poco ci mancava che a Filiasi, a 55 chilometri da casa, mi mettevo a pregare. Con il sospetto sempre negli occhi, dopo la storia di Sima.

Ma non riuscivo a smettere di ridere. Questa è la verità.

Nonostante tutto, la parte più bella è sempre quella del raccontarsi a vicenda l’esperienze vissute insieme: i sorrisi, le storie, le paure, sono parte del viaggio.

Questo mio viaggio è iniziato a settembre. All’aeroporto di Bucarest, in un caldo giorno di fine estate. Finirà a maggio, probabilmente su un autobus diretto in Italia. Ma non ho la minima intenzione di fermarmi. Il viaggio continua sempre, senza sosta, senza paure, senza rimorsi. Sempre con il pollice alzato, e la curiosità negli occhi.

On the road, guys. See you there.

 

Davide

 

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