L’Aquila

Pubblicato: aprile 6, 2011 in Policy, Thoughts

Martedì mattina sono andato all’Aquila. C’era un’interessante iniziativa del fotografo Massimo Mastrolillo (trovate tutte le informazioni qua) e volevo vedere come veniva allestito il tutto, e se ci fosse stato il bisogno di dare una mano. L’appuntamento era alle undici in piazza duomo, il cuore del capoluogo abruzzese.

Devo fare una premessa: io sono stato all’Aquila non più di quattro volte prima che il terremoto la sfigurasse; non era la mia città, non lo è tutt’ora; ma le circostanze hanno voluto che il legame con questa città nascesse proprio a causa del terremoto. Ho già parlato della mia esperienza, e non lo rifarò adesso; ma ci tengo a specificare che quando si parla dell’Aquila, quando si parla del terremoto, degli sfollati, delle C.A.S.E., dei M.A.P., e di tutte le varie stronzate che si pronunciano su questa vicenda, mi sento male: la mia emotività emerge come un impeto, come un fulmine al ciel sereno. Ieri sera ho ascoltato il servizio che il TG2 delle 20:30 ha fatto sulla fiaccolata in programma la notte del 6 aprile: stavo per vomitare! Non riesco a credere che un giornalista come Sandro Pretone, fra l’altro lavora anche alla Sapienza come professore di Scienze della Comunicazione, possa fare un servizio dove afferma che all’Aquila si stanno facendo moltissimi sforzi per ricostruire la città, dove intervista tre persone (di cui una signora di Brescia, che afferma “sono tornata a trovare i miei amici dell’Aquila”…intervista molto interessante e soprattutto veramente pertinente al tema del servizio), dove non parla minimamente del fatto che il centro storico è rimasto da due anni uguale, dove non parla dei soldi sprecati dallo stato nella gestione dell’emergenza, dove non parla di un milione di altri problemi che i cittadini dell’Aquila vivono ogni giorno; guardatevi il documentario di Alberto Puliafito (link al video: questo è un esempio di giornalista serio, che ha vissuto interamente la vicenda aquilana, e costruendo una serie di documentari di alto livello (vi rimando al sito della sua casa di produzione). Non capisco e non accetto un simile metodo giornalistico: fra l’altro la persona in questione, nel suo sito internet scrive

Sono un giornalista. Credo nella libertà di stampa. Nell’imparzialità. Perché chi fa informazione è al servizio dei cittadini. E’ una lotta dura in Italia, dove sembra normale servire gli interessi di un padrino politico. Altrimenti, ti fanno fuori o ti emarginano. Le informazioni servono alla gente per vivere. Truccare le carte vuol dire truccare la vita della gente. E’ come un omicidio. Fisico, non solo ideologico. Mi piace raccontare. Le storie degli uomini. E le storie che servono a denunciare gli abusi che minacciano la democrazia. Per questo per molti anni ho fatto il cantautore del Neapolitan Power. Quando non potevo ancora fare il giornalista. E da giornalista ho continuato a comporre canzoni, soprattutto durante i reportage all’estero, parole spinte dalle emozioni che nei servizi televisivi non trovavano posto. Canzoni che altri, e non più io, possano cantare. Anche la musica serve a mantenere in vita la gente. La musica è vita. E le parole in musica, un filo conduttore dell’esistenza. Oggi, per molti giovani, l’unica possibilità di riconoscersi ed esprimersi. Soprattutto in un Paese come l’Italia dove ai giovani è negata una vita normale, a partire dal lavoro e dallo spazio per esprimersi, dove prima dei trent’anni sono forzati a star fuori…Oppure resta la scelta di andare fuori, cioè all’estero. Anche per questo insegno all’università (a Roma e Milano), per mantenere un contatto con i giovani, che sono piu’ sani di quanto molti immaginino. E sostenerli e dargli spazio è vita, per tutti noi. E’ una musica bella.

 

E viene a farci un servizio del genere sull’Aquila? Ma che razza di scandalo di individuo, che schifo di persona e di uomo; e si trincera dietro queste belle parole? Ma perchè in questo paese abbiamo una classe giornalistica di cosi basso livello? Invidio ad un livello inverosimile gli inglesi che hanno la BBC, e gli americani che possono ascoltare i servizi della CNN (giornalisti di una professionalità spaventosa); invece noi italiani, abbiamo il TG1, il TG2, il TG5 (non nomino Studio aperto, e il TG4 che non sono neanche degni di nota) che fanno servizi superficiali e di un livello culturale bassissimi; mi stava cedendo il fegato ieri sera e per l’ennesima volta ho spento la televisione dopo averla vista per 4 minuti di seguito.

Detto questo, ritorno alla descrizione del mio cinque aprile duemila e undici; ero rimasto all’evento fotografico: alle undici l’appuntamento era in piazza duomo; sono arrivato un’oretta prima, in piazza, dopo aver percorso il corso. Ogni volta che cammino per quella via inizia a salirmi un’ansia e un’angoscia indescrivibili. Mi piange il cuore vedere quelle crepe sui muri, sembrano eterne; sono le stesse che vedevo li un anno fa, sono le stesse che ho visto l’estate del duemila e nove; vedo persone passeggiare con l’aria triste, vedo anziani di fronte ad un bar scherzare e ridere fra di loro, ascolto sprazzi di discorsi (“si casa mia è classificata C….” “eh la mia invece….”) mentre mi avvicino verso il centro che mi lasciano dentro un insieme di emozioni in contrasto fra loro; andiamo avanti, camminiamo ancora e ci si avvicina sempre di più verso il centro: una camionetta dell’esercito ci supera, ragazzi che avranno la mia stessa età mi lanciano uno sguardo neutro, freddo, che non mi comunica nulla; le transenne iniziano a riempirsi di manifestini, fogli e foglietti, foto grandi e piccole, piccole e grandi accuse di una cittadinanza che urla continuamente senza essere ascoltata dalle istituzioni. Arrivati in piazza guardo in alto, sperando di non vedere più quelle gru brutte e tristi che riparano gli edifici sacri in piazza duomo: purtroppo (o per fortuna, in realtà la mia speranza non ha una motivazione specifica) sono ancora li, a riparare quei tetti sacri per molti, inutili da riparare per pochi. Ci sono ancora le camionette dei vigili, e ci sono ancora i vigili (con l’accento del nord) che passeggiano in piazza a controllare non so cosa. C’è il palco che prima non c’era, ma sparirà dopo il comizio di domani. E ci sono poche persone, e tanti ragazzi, fotografi, aspiranti giornalisti, che sono accorsi per l’evento: naturalmente per tanti voglio dire una ventina, massimo trenta persone, non di più. Molte di quelle facce le conosco, le ho viste tante volte, tante volte ho visto le loro foto e i loro nomi: alcuni di loro li abbiamo invitati nel mio paese nell’evento sull’Aquila che abbiamo organizzato esattamente undici mesi fa. C’è un’atmosfera silenziosa, surreale, la stessa che c’è sempre al centro dell’Aquila. Stavolta, mentre andavo verso il centro, ho cercato di non sporgermi verso i vicoli laterali, ma è stato più forte di me: le macerie le ho viste di nuovo, le case crollate sono sempre li. Ed il mio cuore ha cessato di funzionare per un’ora o poco più.

Poi c’è stato l’evento, poi ci sono tanti giovani e tanti ragazzi, che non mi hanno chiesto nulla, che non hanno detto niente quando mi sono avvicinato ad aiutarli: mi hanno dato un paio di forbici, il nastro adesivo, e mi hanno spiegato cosa dovevo fare. Tanti sorrisi, tanti silenzi, poche parole. Ma una forza di reagire impressionante; una freschezza, una purezza d’animo che non ha prezzo e non può essere commentata.

L’Aquila rinascerà grazie a queste persone, grazie ai ragazzi che ogni giorno se ne inventano una diversa, grazie a chi ci crede veramente: naturalmente NON grazie ai politici, luridi ladri di sogni e di vita.

 

R.

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