Il sei aprile duemila e nove

Pubblicato: febbraio 25, 2011 in Mystic

Manca poco più di un mese al sei aprile duemila e undici; quindi stanno per passare due anni da quel giorno. Due lunghi anni da una giornata che molte persone vorrebbero cancellare dalla propria esistenza.

Il sei aprile del duemila e nove c’è stato il terremoto nel capoluogo dell’Abruzzo, L’Aquila. Alle 3 e 32 di notte è scoppiato il putiferio. Quel giorno ha cambiato una parte della mia esistenza; anzi, diciamo che ha lasciato un solco profondo nella mia anima. Stavo rileggendo il libro della Professoressa Giusi Pitari, “trentotto secondi”, e ho dovuto fermarmi al terzo racconto. Non ce la facevo a continuare nella lettura, è troppo forte il ricordo di quel periodo della mia vita. E io non sono una persona coinvolta in prima persona; non posso nemmeno pensare alle persone che hanno perso la vita; non posso conoscere il dolore di quelle persone che sono scampate al terremoto, ma che devono fare i conti con il loro dolore.

Quella giorno io la scossa non l’ho sentita. Ho un vago ricordo di essermi svegliato durante la notte e di aver sentito mia madre che entrava in camera spaventata; ma mi sono riaddormentato subito, da noi, sulla costa, al massimo ci sono tremati i letti. La mattina, appena mi sveglio, mia madre mi dice quello che era successo; m’ha detto qualcosa del tipo: ma stanotte non hai sentito niente? C’è stato il terremoto all’Aquila! E io che non capivo le chiedevo spiegazioni. Il panico mi ha avvolto quando ho acceso internet e ho visto cosa era successo. Ho visto le prime immagini e subito mi sono venuti in mente tutti i miei amici che studiavano all’Aquila. Non sapevo che fare e ho iniziato a telefonare a tutti, ma non mi rispondevano. Per fortuna a mezzogiorno, fra giri di chiamate e altro, sapevo che tutti i miei amici erano salvi. Ma c’erano ancora tante macerie, c’erano ancora informazioni incomplete. Non si capiva nulla.

Nei due giorni seguenti le notizie si facevano più esaurienti, ed è iniziato il mio terremoto interiore: nel nostro comune, Pineto, ci si è subito organizzati per una grande gestione dell’emergenza; il palazzo polifunzionale è stato interamente dedicato al soccorso degli sfollati aquilani rimasti senza casa: in quel primo momento si parlava di numeri assurdi, miliaia di persone che avevano perso tutto. Io, come tantissimi altri ragazzi, mi sono messo a disposizione subito come volontario: il sette aprile ho partecipato ad una raccolta alimentare, l’otto aprile sono andato al secondo piano del polifunzionale per aiutare nella sistemazione dell’abbigliamento che si stava raccogliendo, il nove sono andato a pulire alcuni camper che eventualmente si potevano usare come sistemazione provvisoria.

Tutto è cambiato il dieci e l’undici aprile, giorni in cui nel polifunzionale, al reparto del vestiario è servito un approccio diverso: la quantità di vestiti che arrivavano era grandissima, e bisognava organizzarsi fra noi volontari. Eravamo un gruppetto di una trentina di ragazzi, dai 16 ai 80 anni, e siamo stati perfettamente in grado di gestire quel posto per un mese intero! Un mese! Io non riesco a crederci se ci penso ora, ma per un mese in quel posto, dalla tarda mattinata fino alla notte, siamo stati ficcati in quel posto. Ho conosciuto moltissime persone che in quel momento di emergenza non hanno detto a, e si sono chinati a piegare maglie, a raccogliere scarpe, a pulire, e soprattutto, ad accogliere le persone. Io non sono stato bravissimo in questo, devo dire che, nel momento in cui potevo evitare di farlo, mi tiravo indietro: ma ci sono state persone che hanno dato tutto il loro tempo, il giorno di pasqua, tutta la settimana santa per stare dentro quel posto; io sono onorato di essere stato al loro fianco in quei momenti, non facili per ognuno di noi. Eravamo dei semplici ragazzi, molti di loro venivano li per divertirsi e per fare casino, per bere e per fumare. Ma nessuno di noi ha esitato nell’offrire il proprio aiuto e il proprio tempo; tutti hanno cercato di sorridere a quelle persone che entravano a umiliarsi di fronte a noi; c’è chi ha versato lacrime perchè trattato male da qualche aquilano, e c’è chi ha versato più di una lacrima perchè tutti gli aquilani, quando andavano via, ci guardavano e ci dicevano: grazie per tutto quello che fate, molti di noi, quelli che hanno veramente bisogno, non vengono qui, e forse noi nemmeno ce la meritiamo tutta questa gratitudine. Io ho guardato i loro occhi e le loro facce: non sono un tipo che ricorda i volti delle persone, non ho una particolare memoria visiva. Ma difficilmente potrei dimenticare tutte le persone che entravano e mi chiedevano se erano finalmente arrivate le scarpe nuove; nei mesi successivi, quando passeggiavo in giro per Pineto o per L’Aquila, ho rivisto quei volti numerose volte: ogni volta è stata una ferita al cuore.

Mi hanno cambiato la vita: quei vestiti, quelle persone che venivano li, per cercare un’umanità portatagli via da uno stupido capriccio della terra, quei ragazzi con cui ho fatto casino, con cui ho riso, scherzato, discusso, parlato di mille cose, mi hanno reso una persona diversa.

Ho imparato l’umiltà di fronte a chiunque; ho imparato che tutto ciò che ci circonda non vale nulla se dentro di esso non vi è un’anima; ho imparato che gli uomini non impareranno mai di fronte alla natura; ho imparato che l’egoismo dell’uomo è sconfinato, anche di fronte al rischio di poter danneggiare un suo simile; ho imparato che le parole non servono a nulla, se non si guarda negli occhi colui che le sta pronunciando; ho imparato che sforzarsi a trovare le parole giuste è semplicemente uno stupido bisogno egoista; ho imparato che il tempo di aiutare gli altri, non è mai abbastanza. Ed ho imparato anche che non bisogna mai smettere di scherzare con qualcuno, anche quando questa persona ha perso tutta la sua vita; ho imparato che il sorriso di qualcuno che non conosci, è più importante del sorriso che cerchi di strappare a colui che conosci; ho imparato che un bambino che corre in un luogo pieno di tristezza, ha la capacità di attirare a sè tutta l’attenzione, e tutti coloro che lo guardano si sentiranno meglio;ho imparato che non esiste un’età giusta per aiutare chiunque abbia bisogno di noi; ho imparato che è veramente difficile non farsi coinvolgere emotivamente dal una tragedia del genere; ed ho imparato anche che è veramente stupido non farsi coinvolgere da una tragedia del genere; ho imparato che spezzarsi la schiena per sollevare duecento scatole piene di abbigliamento, da mezzanotte alle sei del mattino, può non essere quello per cui ho studiato anni della mia vita, ma darei ogni singolo libro, ogni singolo paragrafo, ogni singolo esame che io abbia mai fatto, per sollevare quelle scatole per tutte la mia vita.

Io non sono nessuno per poter parlare di quello che è successo all’Aquila. Ma volevo parlare di quello che L’Aquila ha fatto per me; manca la seconda parte di questo post, quella relativa al post-terremoto, alla tristezza che alberga nel mio cuore da quando non ho più avuto l’opportunità di ripetere una simile esperienza. Ma sono stufo di parlare delle cose tristi; voglio cercare di comunicare qualcosa di diverso dalla tristezza. Ho voluto raccontare quanto eravamo belli noi volontari: noi non eravamo sotto la Protezione Civile, non eravamo con le pettorine del Pros o di altre associazioni che hanno infangato il nome dell’associazionismo in Italia; noi non rispondevamo degli ordini del presidente del consiglio, non abbiamo intascato soldi e non abbiamo fatto nessun appalto pubblico truccato; non abbiamo cercato di guadagnare dalle macerie, e non ci è passata nemmeno nella mente l’idea di speculare su una tragedia simile. C’è chi lo ha fatto, e forse ne parlerò più avanti; ma qui ho voluto parlare di quello che eravamo noi: un branco di ragazzi, di uomini, donne, ragazzini, ragazzine, insegnanti, suore, scout, ubriaconi, festaioli, scansafatiche, pensionate e non so più nemmeno chi diavolo manca all’appello; noi che abbiamo vissuto insieme e abbiamo creato un capito speciale nel libro della nostra vita; noi che ci siamo organizzati spontaneamente, e nessuno dava gli ordini; noi che eravamo tutti uguali e decisi in quello che facevamo; noi che ci credevamo; ci credevamo cazzo! E nessuno potrà mai sporcare quello che abbiamo fatto in quei giorni; nessuno potrà mai cancellare la bellezza delle nostre azioni. Non dimenticherò mai nulla di quei giorni, e mai potrei farlo. Con tutto me stesso, spero che un giorno riuscirò a provare quelle emozioni con un progetto che mi impegni per il resto della mia vita.

A presto

R.

Link del giorno:

Le vittime del terremoto aquilano

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commenti
  1. Sempre Sognando ha detto:

    Sarà giusto pensare di non meritarsi la vita più, di un’altra anima che l’ha persa in questa tragedia?

    Sarà giusto protendere la propria vita, ad un fine talmente lungimirante da sembrare onirico, a volte, per il quale cerchi di dare tutto te stesso, in modo che, anche chi non ce l’ha fatta, soprattutto chi non ce l’ha fatta, sia, in non so quale diavolo di modo, quasi orgoglioso di te?

    O è inutile farlo? Perché in realtà è doppiamente illusorio come fine?

    Ma sai, quando la tua quotidianità ti viene strappata via davanti agli occhi… Quegli occhi che si aprono alle 3.32 dopo che il letto trema… Trema… Trema… E tu pensi, ormai quasi abituata: “perché non smette?”; e poi le telefonate, già solo un quarto d’ora dopo, e poi le voci ansimanti, spaventate, dei tuoi amici, che non sanno cosa fare; e poi le immagini, di casa tua, semidistrutta, della tua via polverosa, grigia. Ecco, quella quotidianità ogni tanto, durante il giorno, ti bussa al cuore, per richiamare la tua attenzione, ricordandoti, al contempo, che è volata via, in un battito d’ali!

    E tu lì, inerme, inetta quasi, che la lasci volare via, che non puoi trattenerla, quella quotidianità che si era talmente intrisa in te, che tu non l’avresti cambiata per nulla al mondo!

    Non in quel momento della tua vita, almeno.
    Non in quella fase della tua vita, assolutamente.
    Non per poi non avere nulla tra le mani dopo, impensabilmente.
    Non per poi dover farti forte per forza, per non mollare, per non gettare la spugna, incomprensibilmente.

    E allora, si va avanti, aggrappandoti disperatamente a quello che ti rimane (seppur ben poco!) e ad apprezzare con gioia quello che ti capita, soprattutto se prima lo avresti reputato banale!

    Il punto è, posso passare la vita a chiedermi “perché?” ?
    O dovrei essere “meno legata al passato” ?
    Nasconderlo non serve a nulla… Ci sono giorni in cui mi ritrovo a piangere (tutt’ora, a distanza di quasi due anni) per quelle morti ingiuste, che nella mia testa vagano senza nessun appiglio razionale che possa loro fungere come una specie di ancora di salvezza, chiedendomi: “perché?” .
    E allora affrontiamolo. Affrontiamolo come te, Revulotopico, che hai capito che aiutare un uomo devastato, aiuta a colmare un pò la tua, di devastazione!

    So di essere monotona, ma vi dedico un’altra poesia, la tengo nel mio diario, e nei miei pensieri l’ho già dedicata alle mie vittime. La dedico ora, di nuovo, a loro. La dedico anche alle 500 mila vittime di Haiti, per le quali, purtroppo, non c’è stato nessun gruppetto di trenta ragazzi, da 18 a 80 anni, che hanno passato le giornate, la Pasqua e la settimana santa, a raccogliere scatoloni da mezzanotte alle sei di mattina.

    Per loro sarebbe stata giusta, o quantomeno necessaria, una Rivoluzione Utopica che avrebbe cambiato le cose, che avrebbe fatto andare le cose diversamente…. ma ahimè, se così fosse stato non saremmo quì ad arrabbiarci!

    “Chiedi alla polvere…
    quella che porti ancora
    nel naso, nei polmoni,
    nella paura.

    Quella che porta
    – fluttuando – nel vento
    pezzi di casa e di ricordi…
    chiedile come rassenerare
    le macerie e come resistere
    ancora alla terra che trema”.

    Ringrazio Renato per questi versi, chiunque esso sia.

    Questo è stato, no, mi correggo, è, il mio Terremoto.
    S.S.

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