Photo of Alfred Eisenstaedt's Children at Puppet Theatre

Once the amateur’s naive approach and humble willingness to learn fades away, the creative spirit of good photography dies with it. Every professional should remain always in his heart an amateur.

Alfred Eisenstaedt

 

Quella frase in italiano recita più o meno cosi: ” Non tradurre mai la tua passione, il tuo amore per la fotografia, la tua creatività, in mera attività lavorativa. Resta un amatore

Mi sono permesso di interpretarla. Sono sicuro che il buon vecchio Alfred non se la prenderà.

Ci sono tanti fotografi che sono conosciuti grazie ad uno scatto. Lo scatto perfetto, quello che fa il giro del mondo, quello che consegna l’artista stesso all’Olimpo della fotografia. Alfred Eisenstaedt è uno di questi.

Chi non riconoscerà questa foto? 

E’ il celebre bacio di Times Square. Ho sempre osservato i due passanti nello sfondo della foto: quei due ragazzotti che stanno sorridendo. Non riesco a capire il motivo, ma guardandoli non riesco a non sorridere di rimando. E’ qualcosa di inspiegabile.

Ecco, in quell’istante ho capito che questa fotografia è geniale, senza tempo. Sopravvalutata? Ovvio. Esagerata? Ovvio anche questo. Ma ditemi che in quella foto non ci vedete nulla, poi ne riparliamo.

Alfred Eisentaedt.

Nasce nel 1898, da una famiglia ebrea di mercanti, in Polonia. All’età di otto anni va a vivere a Berlino fino al 1935, anno in cui le pressioni del Terzo Reich li costrinsero ad emigrare negli Stati Uniti.

A 14 anni riceve la sua prima macchina fotografica, e nasce qui il suo amore per camere oscure e negativi. Scampa fortunosamente alla prima guerra mondiale, da cui esce ferito ad entrambe le gambe (1917).

Si mette a lavorare nel commercio nel 1922, mettendo da parte denaro per la sua prima macchina fotografica.

Quella che vedete qui di fianco è la sua prima foto.

Decide di lasciare il suo lavoro e di dedicarsi totalmente alla sua passione: apice del suo periodo europeo è durante il 1933, anno in cui immortala i due dittatori, Hitler e Mussolini, durante un incontro.

Costretto a fuggire negli State, diviene uno dei quattro membri del “Progetto x”, organizzato dal “Time”: daranno quindi vita alla rivista LIFE.

Mi entusiasmano questi passaggi di vita. Dietro questi anni si nascondono cosi tante vicende personali che mi spaventa e mi disturba ogni volta leggere le biografie altrui. Mi affascina e mi da fastidio al tempo stesso. Ti sembra quasi di invadere un campo che non è tuo, sfiorandolo solo superficialmente; come si può essere superficiali riguardo la vita degli individui?

In ogni caso, Albert Eisenstaedt.

Uno dei suoi primi lavori alla rivista LIFE fu quello di andare in giro per gli Stati Uniti immortalando gli effetti della Grande Depressione sul popolo americano.

Ma non si ferma solo a questo.

Nel 1942 diviene cittadino americano e ottiene il lasciapassare per poter oltrepassare i confini.

Si trova ad Hiroshima nel 1945 dove chiede a questa donna di posare per lui. Bellissime le parole di Alfred, quando descrisse questo scatto:

“A mother and child were looking at some green vegetables they had raised from seeds and planted in the ruins. When I asked the woman if I could take her picture, she bowed deeply and posed for me. Her expression was one of bewilderment, anguish and resignation … all I could do, after I had taken her picture, was to bow very deeply before her”

Questo scatto è disarmante.

Photograph by Alfred Eisenstaedt / LIFENel 1950 si trova in Inghilterra, dove fotografa Wiston Churchill. Poi viaggia verso l’Italia, dove la volta della povertà del nostro paese si ritrova ad essere un suo soggetto.

100 copertine di LIFE si devono grazie a lui. Più di diecimila scatti pubblicati (immaginate quanti possano essere quelli totali) nella sua carriera; ci lascia un repertorio infinito, pieno di luce: perchè ciò che colpisce, ciò che resta dopo aver visto le sue foto è tanta luce. La luce che illumina la nostra vita.

Grazie Eisie

Man at Prayer (© Alfred Eisenstaedt)

When I have a camera in my hand, I know no fear.

It’s more important to click with people then to click the shutter.

Qui trovate un sacco di fotografie e molti commenti fatti dallo stesso Alfred.

 

R.

Siamo di nuovo a New York.

1928 _ Di nuovo una famiglia ebraica _

William Blake pare abbia influenzato Diane Arbus. Io non sono d’accordo, e traspare nelle sue foto _ La storia personale va letta e riletta dal mio punto di vista.

Quella di William è totalmente diversa dalla vita di Diane, più traumatica, più complessa dal punto di vista sentimentale.

Questo non significa inferiore. Semplicemente, differente. Come lo sono le sue splendide foto.

Io personalmente amo tutti coloro che decidono di entrare con forza nel mondo della fotografia rompendo ogni schema, ogni legame con quella che è la “scuola di pensiero” di quegli anni. Disintegra ogni tabù con l’originalità e la bellezza che lo contraddistinguono. Le sue foto di New York sono qualcosa di mai visto prima.

Ciò che amo di William è la sua storia; forse quasi di più delle sue fotografie. Che poi è come dire la stessa cosa, se vogliamo. Nessun artista, soprattutto chi

sceglie di guardare la realtà attraverso quella minuscola lente, può prescindere dalla propria storia.

Candy StoreWilliam Klein, dicevamo. Dopo aver prestato il servizio militare nell’esercito degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, decide di trasferirsi a Parigi. L’America del dopoguerra gli sta stretta, e decide di studiare la tecnica europea. Torna a New York solo nel 1954. Ed è proprio in quel momento che farà alcuni dei suoi migliori scatti: il mosso, la grana, i soggetti_ogni piccolo dettaglio ci comunica la sua voglia di andare oltre. E ci riesce talmente tanto che non pubblicherà mai negli States il suo libro su New York.

“Life is good and good for you in New York” è del 1956. Il suo capolavoro sulla Grande Mela.

Immaginate di essere un newyorkese degli anni cinquanta. Arriva questo William Klein e vi getta in faccia tutto quello che ogni giorno cercate di evitare: bimbi armati, neri, persone pericolose; voi fate di tutto per fuggire da tutto queste aberrazioni sociali, ed arriva questo cosiddetto artista che ve le piazza in faccia. Sacrilegio! Voi non volete proprio vederle quelle immagini in bianco e nero, cosi malinconiche, tristi, e poi quel mosso! Perchè un fotografo dovrebbe fare delle immagini cosi convulse e senza alcuna logica?

Ah, dannato William. Dirà di quegli anni

era come se fossi un etnografo: trattavo i newyorkesi come un esploratore tratterebbe uno Zulu. Cercavo lo scatto più crudo, il grado zero della fotografia.’
I didn’t relate to European photography. It was too poetic and anecdodtal for me…. The kinetic quality of New York, the kids, dirt, madness–I tried to find a photographic style that would come close to it.So I would be grainy and contrasted and black. I’d crop, blur, play with the negatives. I didn’t see clean technique being right for New York. I could imagine my pictures lying in the gutter like the New York Daily News

 

Questo libro gli vale la fama, e forse la definitiva rottura con il mondo americano. Ma resta un fotografo americano. Lavora con Vogue, contribuendo al cambiamento della fashion photography. Fellini lo chiama come collaboratore nel suo film “Le notti di Cabiria”. Celebri saranno i suoi libri su Roma, Mosca, Tokio.

La capitale italiana merita un capitolo a parte. “Ci voleva un newyorchese perché i romani si conoscessero a fondo”, disse Pasolini. Perchè Klein è un altro di quei fotografi che ha fatto della street photography ciò che veramente suscita in me la voglia di andare in giro ed immortalare il mondo che ci circonda_Il mondo che abbiamo intorno è cosi vasto, cosi pieno di storie da raccontare e da immortalare. La fotografia sociale ha un vantaggio immenso sul giornalismo: ci mette di fronte il mondo colpendo il nostro volto con impeto e passione immani.

 

 

Osservando quelle foto su Roma ci resti di sasso. Ti chiedi come abbia fatto un americano alla sua prima  esperienza italiana a cogliere ciò che meglio caratterizza i romani, e buona parte degli italiani tutti.

Sono fragorose, imprecise, incasinate, contrastanti nei soggetti proposti (L’acquedotto in via del Mandrione scattata nel 1956 è qualcosa di geniale ed impressionante al tempo stesso), piene di italianità. Questo americano è veramente una piacevole sorpresa. Come al solito, conosciuto a pochissimi.

Come poco conosciuta è la sua poliedrica arte.

William Klein non è solo fotografo, ma anche pittore e regista. Nonostante qui si tratti solo della sua splendida parentesi fotografica (metterà da parte la sua Leica per una ventina d’anni, riprendendola solo dopo il 1980, e “limitandosi” a sperimentazioni che non voglio commentare data la mia manifesta ignoranza in materia)

Vi obbligo a guardare la splendida intervista fatta a Klein recentemente. Buona visione

 

Grazie William.

 

 

 

R.

Diane Arbus

Pubblicato: dicembre 15, 2012 in Art, Photography
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La fotografia mi rende libero.

 

Mi innalza, mi fa conoscere il mondo con occhi diversi, mi stimola, mi fa sorridere, mi fa incazzare, alimenta la mia curiosità.

 

File:Diane-Arbus-1949.jpg

E’ come se non ne potessi fare a meno. Anzi, non posso farne a meno. E’ entrata prepotentemente nella mia anima, lasciandomi senza fiato, colpendo la mia personalità con una forza bruta e decisa. Mi costringe quindi a ragionare in termini di scatto e diaframma quando cammino in giro per le strade; penso e ripenso a scene che i miei occhi fissano nel mio cervello, anche solo per un istante. E bramo dal desiderio di fotografarle, di farle mie, di renderle eterne, consegnandole all’universo ad imperitura memoria. Perchè? Ah, quanto è difficile spiegarlo. Quanto è complicato. Lo farò, a suo tempo; ora è tempo di parlare di Diane.

 

Leggendo la biografia di artisti o personalità del passato, ti accorgi di quanto siamo fortunati noi che viviamo il presente. Abbiamo l’opportunità di attingere a un repertorio vastissimo e lasciarci aiutare da questi maestri senza tempo.

Diane Arbus.

Guardando le sue fotografie, si apre una voragine ai tuoi piedi. Tu sei li, con la tua macchina fotografica, con la tua passione, le tue idee, la voglia senza fine di realizzare opere che ti diano un minimo di soddisfazione, e poi…e poi guardi le foto di Diane Arbus. E entri in un vortice di pensieri, in un turbinio di sensazioni che ti lacerano e ti lasciano senza fiato. Ad un certo punto desideri essere lei. Capisci che devi assolutamente visitare una sua mostra, continui a ripeterti che in quelle foto troverai la tua maestra, pensi che troverai ispirazione, che troverai spunti e mille altre cose ancora e poi, e poi, e poi!

Ti calmi e respiri.

Respiri di nuovo. E leggi più attentamente la sua biografia, cercando di non guardare quelle foto.

Oh, ma non ci riesci…l’occhio vola sempre verso quella pagina.

E passano altri cinque minuti.

Dieci.

Venti.

E ti ritrovi al punto di partenza. Con la tua macchina sulla scrivania. Guardi la tua macchina, e guardi le foto di Diane. Quello è il momento in cui vorresti lasciar perdere tutto e gettare la tua passione nel cesso di casa tua. E guardarla affogare, lentamente. E, lentamente, gioire, finalmente libero e privo di ogni peso artistico.

Io ho deciso invece di scrivere. Si sa, la scrittura è terapeutica e porta pace nei propri pensieri…Tutte stronzate. Ma noi uomini cerchiamo di illuderci ogni giorno che passa, chissà che oggi sia la volta buona!

Purtroppo non lo è. E sto divagando.

Diane Arbus.

Ebrea, ricca, nasce negli anni trenta a New York. Si sposa giovane, giovanissima, a 18 anni. Con il marito, apre uno studio fotografico dopo la seconda guerra mondiale. Studia fotografia. E coltiva il suo genio.

Capisce che per fare fotografia, bisogna anche divertirti. E comincia la sua carriera lavorando sul Glamour.

Ma la Diane che ho amato non si limita a fotografare maglioni e vestiti.

A fine anni cinquanta alcuni avvenimenti segnano la sua vita: si lascia con il marito, Allen, e si imbatte con i Freaks, gli scherzi della natura; quei personaggi che osservate con quell’occhio strano, che vi suscitano compassione, pietà, schifezza e ribrezzo allo stesso tempo. Ecco, lei decide di fotografarli.

A New York non le manca certo del materiale.

Ecco quindi che scopre l’Hubert Museum ed il Club 82. Vaga per hotel, camere mortuarie, parchi, dovunque. E scatta le sue splendide foto. Persone con disabilità, deformi, stranezze fisiche. Diane non ha barriere mentali nella sua arte.

cracklepopsnap:Diane Arbus - Moondog at his regular post, NYC, 1963Most people go through life dreading they’ll have a traumatic experience. Freaks were born with their trauma. They’ve already passed their test in life. They’re aristocrats. 

Li considera aristocratici. 

Io mi adatto alle cose malmesse. Non mi piace metter ordine alle cose. Se qualcosa non è a posto di fronte a me, io non la metto a posto. Mi metto a posto io.

Niente post-produzione. Niente artifizi ingannevoli. Totalmente contraria al cambiamento della realtà che la circonda, Diane ci mette di fronte a cose mai viste prima a quell’epoca. Altro che street photografy. Diane è un’avanguardista.

 Difficile riuscire a pubblicare i suoi lavori in una cultura perbenista come quella che circondava in quel periodo la fotografia. Alcune riviste le danno la fiducia che si merita, ma non raccoglie i favori di un pubblico spesso schifato da quello che decide di rappresentare.

E qui mi fermo, un pensiero devastante mi pulsa nella testa.

Vale la pena di insistere nonostante il responso del pubblico non abbia alcuna empatia con l’artista? Nel momento in cui si decide di pubblicare i propri lavori esponendosi al giudizio insindacabile del grande pubblico, come superare un risposta totalmente distruttivo/negativa?

Non ho la minima idea di come ci si possa sentire, ma amo con tutto me stesso persone come Diane.

Le sue foto sono potentissime. La sua tecnica poco importa e ciò, in un ambito come la fotografia, è carico di un significato molto importante. Lasciarsi alle spalle tutti quei discorsi su quale macchina venga usata, su quale pellicola, sulla post-produzione, flash eccetera eccetera e quasi serafico per coloro che non osano attribuirsi l’etichetta di fotografi.

Diane Arbus.

Depressa nella fine degli anni sessanta, si suicida nel 1971. Non riesce a superare i problemi della sua vita, probabilmente accentuati dalla malattia che aveva, l’epilessia. Il matrimonio, la sua personalità difficile che la portava ad avere alti e bassi repentini, non la lasciano tranquilla con se stessa.

Leggere e studiare le vite altrui stimola il mio percorso. Mi sento ricco e più sicuro di me stesso. Per questo non posso far altro che ringraziare Diane, e con lei tutti i fotografi che mi lasceranno con la voglia di parlare di loro.

Lei l’ha fatto, e voglio chiudere questo post con le sue splendide parole

A photograph is a secret about a secret. The more it tells you the less you know.

 

R.

Alle 16 e 37 del 12 dicembre 1969 una bomba di 7 Kg di  tritolo esplode all'interno dell'agenzia della Banca  dell'Agricoltura di Piazza Fontanta a Milano, provocando  la morte di sedici persone ed il ferimento di altre  ottantotto.

Dodici dicembre 1969 – Strage di Piazza Fontana -

17 morti – 88 feriti

Conclusione dell’ultimo processo (in Cassazione) 2005 – Tutti gli imputati sono stati dichiarati innocenti – Prove non complete.

 

Pubblico un’intervista fatta al Giudice Salvini(che seguì la vicenda dal 1986 al 2005)

 

 

 

 

 

Giudice Salvini, nonostante non si sia arrivati alla definitiva condanna processuale di singole persone, Lei continua a essere un testimone della memoria storica su quei fatti. In che cosa consiste oggi questa memoria? 
Tutte le sentenze su Piazza Fontana anche quelle assolutorie, portano alla conclusione che fu una formazione di estrema destra, Ordine Nuovo, a organizzare gli attentati del 12 dicembre. Anche nei processi conclusesi con sentenze di assoluzione per i singoli imputati è stato comunque ricostruito il vero movente delle bombe: spingere l’allora Presidente del Consiglio, il democristiano Mariano Rumor, a decretare lo stato di emergenza nel Paese, in modo da facilitare l’insediamento di un governo autoritario. Come accertato anche dalla Commissione Parlamentare Stragi, erano state seriamente progettate in quegli anni, anche in concomitanza con la strage, delle ipotesi golpiste per frenare le conquiste sindacali e la crescita delle sinistre, viste come il “pericolo comunista”, ma la risposta popolare rese improponibili quei piani.
L’on. Rumor fra l’altro non se la sentì di annunciare lo stato di emergenza. Il golpe venne rimandato di un anno, ma i referenti politico-militari favorevoli alla svolta autoritaria, preoccupati per le reazioni della società civile, scaricarono all’ultimo momento i nazifascisti. I quali continuarono per conto loro a compiere attentati. Cercarono anche di uccidere Mariano Rumor, con la bomba davanti alla Questura di Milano (4 morti e 45 feriti), del 17 maggio 1973, reclutando il terrorista Gianfranco Bertoli.

Perché non si è arrivati ad avere sufficienti prove sulle responsabilità personali nell’attentato di piazza Fontana? 
L’assoluzione definitiva è stata pronunciata con una formula che giudica incompleto ma non privo di valore l’insieme delle prove raccolte. Sono esistiti in questa vicenda pesanti depistaggi da parte del mondo politico e dei servizi segreti del tempo. Però non è del tutto esatto che responsabilità personali non siano state comunque accertate nelle sentenze. Almeno un colpevole c’è anche nella sentenza definitiva della Cassazione del 2005. Si tratta di Carlo Digilio, l’esperto in armi e in esplosivi del gruppo veneto di Ordine Nuovo, reo confesso, che fornì l’esplosivo per la strage ed il quale ha anche ammesso di essere stato collegato ai servizi americani.
Digilio ha parlato a lungo delle attività eversive e della disponibilità di esplosivo del gruppo ordinovista di Venezia,di cui faceva parte Delfo Zorzi, assolto poi per la strage in pratica per incompletezza delle prove nei suoi confronti, in quanto la Corte non ha ritenuto sufficienti i riscontri di colpevolezza raggiunti. Né sono bastate le rivelazioni di Martino Siciliano che aveva partecipato agli attentati preparatori del 12 dicembre insieme a quel gruppo, con lo scopo di creare disordine e far ricadere le accuse su elementi di sinistra.
Ma in tutte le tre ultime sentenze risultano confermate le responsabilità degli imputati storici di Piazza Fontana, pure loro di Ordine Nuovo: i padovani Franco Freda e Giovanni Ventura. Essi però, già condannati in primo grado nel processo di Catanzaro all’ergastolo, e poi assolti per insufficienza di prove nei gradi successivi, non erano più processabili. Perché in Italia, come in tutti i paesi civili, le sentenza definitive di assoluzione non sono più soggette a revisione.

Ci può spiegare meglio? Intende dire che Freda… 
Sì, se Freda e Ventura fossero stati giudicati con gli elementi d’indagine arrivati purtroppo troppo tardi, quando loro non erano più processabili, sarebbero stati, come scrive la Cassazione, condannati.

Può fare un esempio? 
L’elemento nuovo, storicamente determinante, sono state le testimonianze di Tullio Fabris, l’elettricista di Freda che fu coinvolto nell’acquisto dei timer usati il 12 dicembre per fare esplodere le bombe. La sua testimonianza venne acquisita solo nel 1995. Un ritardo decisivo e “provvidenziale”. Perché Fabris nel 1995 descrisse minuziosamente come nello studio legale di Freda, presente Ventura, furono effettuate le prove di funzionamento dei timers poi usati come innesco per le bombe del 12 dicembre.
Le nuove indagini hanno anche esteso la conoscenze dei legami organici fra i nazifascisti, elementi dei Servizi Segreti militari e dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, diretto all’epoca da Federico Umberto D’Amato.
E c’è di più: il senatore democristiano Paolo Emilio Taviani, in una sofferta testimonianza resa poco prima di morire e purtroppo non acquisita dalle Corti milanesi, ha raccontato di aver appreso che un agente del Sid, l’avvocato romano Matteo Fusco, il pomeriggio del 12 dicembre del 1969 era in procinto di partire da Fiumicino alla volta di Milano in quanto incaricato, seppure tardivamente, di impedire gli attentati che stavano per avere conseguenze più gravi di quelle previste. Tale “missione” non riuscita, confermata dalla testimonianza della figlia ancora vivente dell’avvocato Fusco, che aveva ben presente il rammarico del padre negli anni per non avere potuto evitare la strage, indica ancora una volta che la campagna di terrore non fu solo il parto di un gruppetto di fanatici, ma che a Roma almeno una parte degli apparati istituzionali era a conoscenza della preparazione degli attentati e cercò solo all’ultimo momento di ridurne gli effetti. Dopo l’esito tragico, si adoperarono per calare una cortina fumogena sulle responsabilità a livello più alto.

La frammentazione delle prove nei tanti processi ha favorito questa cortina fumogena? 
Indubbiamente. Ma la ricostruzione dell’accusa, senza effetti, ripeto, su persone non più processabili, è che il gruppo di Freda acquistò valige fabbricate in Germania in un negozio di Padova e comprò i timer di una precisa marca che mise nelle valige insieme con l’esplosivo procurato probabilmente dal gruppo veneziano che disponeva di propri depositi. Alcune valige furono portate a Roma e consegnate ad esponenti di Avanguardia Nazionale che effettuarono gli attentati minori all’Altare della Patria. Altri militanti invece raggiunsero Milano con altre due valige esplosive, attesi dai referenti locali di Ordine nuovo. Una bomba alla Banca Commerciale in piazza della Scala non esplose, l’altra alla banca dell’Agricolura, in piazza Fontana, provocò la strage.
Entrambi gli obiettivi,le banche e l’Altare della Patria, potevano essere letti in una chiave anticapitalista ed antimilitarista in modo da far ricadere la colpa sugli anarchici ed in genere sulla sinistra.

Tre giorni dopo la strage però un anarchico, Giuseppe Pinelli, volò dal quarto piano della
Questura di Milano. Un altro anarchico, Pietro Valpreda, fu incarcerato e indicato come il “mostro” nelle prime pagine dei quotidiani e nei telegiornali. Quando non si pensava nemmeno lontanamente a Internet e sistemi tipo Wikipedia, un gruppo di giovani, in soli sei mesi, scambiandosi informazioni, mise in piedi una controinchiesta collettiva, raccolta in un famoso libro “ La strage di Stato”. Che valore ebbe questo loro impegno per le indagini giudiziarie successive? 

Fu davvero profetico e quasi propedeutico rispetto agli accertamenti giudiziari avvenuti dopo. Soprattutto, ebbe il merito di smontare rapidamente la pista anarchica fabbricata apposta da infiltrati di Ordine nuovo, di Avanguardia nazionale e dei servizi segreti, per depistare le indagini e mettere sotto accusa di fronte all’opinione pubblica gli anarchici e, per estensione, gli studenti contestatori e le forze di sinistra impegnate nelle lotte sindacali di quel periodo, preparando così il clima per la svolta autoritaria. Che non ci fu, anche perchè la grande stampa, dopo un po’, fece suoi molti temi di quel libro inchiesta.

Quali conclusioni si devono trarre oggi da questa storia? 
La strage di Piazza Fontana non è un mistero senza mandanti, un evento attribuibile a chiunque magari per pura speculazione politica. La strage fu opera della destra eversiva, anello finale di una serie di cerchi concentrici uniti (come disse nel 1995, alla Commissione Parlamentare Stragi, Corrado Guerzoni, stretto collaboratore di Aldo Moro) se non proprio da un progetto, da un clima comune. Nei cerchi più esterni c’erano forze che contavano di divenire i “beneficiari” politici di simili tragici eventi. Completando la metafora, i cerchi più esterni, appartenenti anche alle Istituzioni di allora, diventarono subito una struttura addetta a coprire l’anello finale, cioè gli esecutori della strage quando il “beneficio” risultò impossibile poichè quanto avvenuto aveva provocato nel Paese una risposta ben diversa da quella immaginata: non di sola paura, ma di giustizia e di mobilitazione contro piani antidemocratici.
Per questo non dobbiamo vivere l’anniversario del 12 dicembre solo con amarezza, o addirittura rimuovendolo, ma trarne un insegnamento utile, sopratutto per le giovani generazioni. La memoria serve anche a ridurre il rischio che simili trame a danno delle istituzioni e simili sofferenze in danno dei cittadini possano nel futuro ripetersi

 

Apprezzo tantissimo l’idea di “rivivere” questo anniversario: purtroppo nelle scuole italiane (elementari, medie, superiori) si tende a dimenticare, a mettere da parte la storia post-seconda guerra mondiale del nostro paese.

Quanto è sbagliato. Parlo con ragazzi poco più che ventenni che non hanno la benchè minima idea di cosa è successo nel nostro paese dopo la seconda guerra mondiale.

Purtroppo gli insegnanti non sono preparati psicologicamente ad affrontare questo tipo di discorso: vuoi per il fatto che il programma è imposto dal ministero, vuoi per il fatto che non hanno coraggio/interesse, queste vicende storiche si perdono nella memoria delle nuove generazioni.

Li aiuterebbe a capire per quale motivo la nostra classe politica è una discarica a cielo aperto. Li aiuterebbe a non fare gli stessi errori elettorali. Li aiuterebbe a non essere democristiani, finti moralisti, finti perbenisti, populisti, berlusconiani, leghisti, papisti, finti cristiani. E quanto sarebbe più bella questa nazione.

 

R.

 

Leggo e pubblico da comedonchisciotte.org 

Altra occasione per riflettere sui crimini commessi quotidianamente da Israele. 

 

IL DOCUMENTARIO CHE DOVREBBE FAR VERGOGNARE OGNI ISRAELIANO CHE ABBIA UN MINIMO DI DIGNITA’

DI GIDEON LEVY
haaretz.com

Non c’è un attimo di tregua nel documentario probatorio di Emad Burnat e Guy Davidi, “5 telecamere distrutte”, che ripercorre lo scontro nel villaggio palestinese della Cisgiordania Bil’in.

I soldati arrivano nel cuore della notte. Tirano calci, rompono, distruggono. Fanno irruzione in una casa svegliando bruscamente gli abitanti, inclusi bambini e neonati. Un ufficiale tira fuori un documento dettagliato e proclama: “Questa casa viene dichiarata ‘zona militare chiusa’”. Legge l’ordine – in ebraico e a voce alta – alla famiglia in pigiama, ancora intontita dal sonno.

NB: All’interno dell’articolo la versione integrale del documentario

Questo giovane uomo ha completato con successo il suo addestramento da ufficiale. Forse crede persino, nel profondo, che qualcuno debba pur fare questo sporco lavoro. E legge ad alta voce il comando unicamente per giustificare il fatto che al capofamiglia, Emad Burnat, sia stato vietato di filmare l’evento con la sua videocamera.

Non ci sono momenti di respiro né di tregua nel documentario probatorio di Emad Burnat e Guy Davidi, “5 telecamere distrutte”, che è stato proiettato, tra gli altri posti, alla Cineteca di Tel Aviv lo scorso week end, dopo aver collezionato una serie di di premi internazionali ed essere stato trasmesso su Canale 8.

Questo documentario dovrebbe far vergognare ogni Israeliano che abbia un po’ di dignità di essere tale. Dovrebbe essere mostrato durante le lezioni di educazione civica e di storia. Gli Israeliani dovrebbero essere messi a conoscenza dì ciò che viene fatto in nome del loro popolo ogni giorno ed ogni notte in questo apparente periodo di non belligeranza. Persino in un villaggio cisgiordano come Bil’in, che ha fatto della nonviolenza la sua bandiera.

I soldati – gli amici dei nostri figli, i figli dei nostri amici – fanno irruzione nelle case per portare via bambini piccoli, sospettati di avere lanciato dei sassi. Non c’è altro modo di descrivere ciò che accade. Arrestano anche dozzine di organizzatori della manifestazione di protesta che si svolge ogni settimana a Bil’in. E questo accade ogni notte.

Sono stato spesso in questo villaggio, ai suoi cortei e ai suoi funerali. Una volta o due mi sono unito alle manifestazioni del venerdì contro il muro di separazione che è stato costruito nel suo territorio in modo da permettere a Modi’in Ilit e a Kiryat Sefer di sorgere sui suoi oliveti. Ho respirato il gas lacrimogeno ed il fetido gas “moffetta”. Ho visto i proiettili di gomma che feriscono e a volte uccidono, e la violenza dei soldati e della polizia nei confronti dei cittadini che manifestano.

Ma ciò che ho visto in questo film mi ha scioccato molto di più di quanto mi sia accaduto nel corso di queste rapide visite. I condomini di Modi’in Ilit stanno fagocitando il villaggio, proprio come sta facendo il muro issato qui, sulla loro terra. Gli abitanti hanno deciso di lottare per le loro proprietà e per la loro esistenza. Con un misto tra ingenuità, determinazione e coraggio – e, di tanto in tanto, un eccesso di teatralità – i residenti si ingegnano con ogni stratagemma, con l’aiuto di un manipolo di Israeliani e di volontari internazionali.

E questa lotta ha portato ad una vittoria parziale: sulla sua scia, infatti, la Corte Suprema di Giustizia ha ordinato lo smantellamento del muro e la sua ricollocazione in un altro posto. Persino la Corte Suprema, che in genere accetta in automatico le posizioni dell’ordine costituito, si è resa conto che lì si stava commettendo un crimine. Insieme a Bil’in e, in larga misura, seguendo il suo esempio, altri villaggi hanno dato inizio ad una rivolta popolare – che ancora oggi ha luogo ogni venerdì – contro il muro, a mezz’ora di auto dalle nostre case.

Questo documentario dimostra che, per la gente del luogo, la realtà dell’occupazione è che la lotta nonviolenta non esiste. Per informazione di coloro che predicano la nonviolenza (da parte dei Palestinesi): quando ci sono di mezzo i soldati delle Forze di Difesa Israeliane e la Polizia di Frontiera è sicuro che ci sarà violenza. Basterà che venga lanciata una pietra, che vi sia uno scontro verbale e, nonostante gli appelli degli organizzatori delle manifestazioni, l’arsenale con le armi più potenti del mondo si spalancherà – per tirare lo spinotto, liberare il gas, il proiettile di gomma, il gas moffetta e a volte il fuoco vivo, e soprattutto per troncare il sogno di una lotta nonviolenta.

Chiunque guarda questo film si rende conto che è davvero difficile guardare il muro, il piano di insediamento e i soldati – e tutti che gridano “violenza” – e restare pacifici. Quasi impossibile.

Le telecamere di Burnat sono state distrutte cinque volte. Tre volte dai soldati, una volta in un incidente stradale sul lato opposto del muro divisorio, e una volta dai coloni violenti e ultra-ortodossi – la gioventù della cima della collina– che hanno fatto irruzione nelle case nonostante la corte l’avesse proibito. “Non hai il permesso di stare qui”, dice un colono ultra-ortodosso ad un abitante del luogo mente prende possesso della terra che gli ha sottratto.

La verità è che le telecamere di Burnat sono state danneggiate molte più volte; il film descrive solo gli episodi in cui l’attrezzatura veniva resa del tutto inutilizzabile. Le parti danneggiate delle telecamere vengono usate come prova.

Ma qui si è rotto qualcosa di molto più profondo. Le telecamere distrutte hanno squarciato una realtà. Hanno documentato fatti che la maggior parte degli Israeliani non conosceva. Hanno fornito una descrizione realistica di qualcosa che la maggior parte di loro preferisce ignorare. Così facendo hanno anche dimostrato che, in un luogo dove quasi non ci sono più giornalisti, esistono però degli importanti registi di documentari come Burnat e Davidi.

Da quando la maggior parte dei mezzi di comunicazione locali ha deciso di non riportare più alcuna notizia riguardo all’occupazione, film come “5 telecamere distrutte”, “La legge da queste parti” di Ra’anan Alexandrowicz e “Un giorno dopo la pace” di Mir Laufer e Erez Laufer – tutti frutto degli ultimi mesi – stanno adempiendo a quello che dovrebbe essere il ruolo dei media in maniera eccellente.

Chiunque un giorno volesse farsi un’idea di cosa è accaduto qui in questi maledetti decenni farebbe fatica a trovare qualcosa negli archivi dei giornali e delle televisioni. Troverebbe invece del materiale nell’archivio dei film documentario, che sta salvando l’onore di Israele.

“5 telecamere distrutte” è già stato trasmesso in molti paesi, nell’ambito di festival e di messaggi pubblicitari. Davidi e Burnat hanno documentato la routine dell’occupazione. Il ritratto che emerge delle Forze di Difesa Israeliane e della Polizia di Frontiera è pessimo. Anche usando un eufemismo non si può che descriverle come reparti d’assalto.

La voce di Burnat, che accompagna il film, è una delle più sobrie che abbiate mai sentito a proposito dell’occupazione, senza ombra di odio e senza demagogia. Ed è così anche nella realtà. Andate a vedere questo film e fatevi una vostra idea.

Ci sono stati altri film su Bil’in ma questo, essendo una produzione su scala relativamente piccola, ha un taglio molto personale. La moglie di Burnat, che vorrebbe tenerlo lontano dalle telecamere e dal pericolo, ed il suo giovane figlio, che in questa realtà è cresciuto, compaiono insieme ai leader della lotta. Nel film si vede la morte di una sola persona: Bassem Abu-Rahma, un giovane uomo pieno di fascino, benvoluto dai bambini che lo chiamavano “L’elefante”. L’inutile vittima di un presunto attentato da parte di un soldato nell’aprile del 2009.

Comunque la cosa più terribile di questo film è il racconto di come la vita qui, normalmente, non sia caratterizzata dalla morte. Quelli che rompono le telecamere infrangono le regole del diritto e della democrazia. A quanto pare il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, che si vanta agli occhi del mondo di quanto Israele sia illuminato, non ha visto il documentario. Se così fosse non parlerebbe di lumi.

Chiunque nasconda un lato così oscuro non può poi farsi vanto della facciata luminosa che mette in mostra, con tutto quell’high tech e quella democrazia. Chiunque sia a conoscenza di ciò che sta accadendo a Bil’in e negli altri villaggi si rende conto che uno stato che si comporta in questo modo non può essere considerato democratico o illuminato. Qualcuno deve far vedere questo film a Netanyahu, solo così lui potrà capire…

Questa settimana sono andato a Bil’in con uno dei due registi, Guy Davidi (Burnat era via per un altro viaggio oltreoceano). Un tempo Davidi stava nel villaggio per diversi mesi, ma prima del nostro viaggio non vi aveva messo piede da più di un anno.

Apparentemente nulla è cambiato. Un villaggio palestinese che sonnecchia nel pomeriggio. Ma una cosa è diversa: una vasta collina su cui ci sono degli oliveti è stata liberata. Dove una volta c’era il muro di sicurezza, ora c’è solo un sentiero fangoso. La barriera è stata rimossa e la collina restituita ai suoi proprietari. Gli ulivi stanno morendo perché per anni nessuno si è preso cura di loro, ed il suolo è deturpato dai lavori di sterramento che ci sono stati. Ma in fondo un po’ di territorio è stato liberato.

Il recinto di sicurezza è stato rimpiazzato da un alto muro di cemento, che però è stato spostato diverse centinaia di metri verso ovest. Alle sue spalle le gru proseguono nella costruzione di Kyriat Sefer (aka Dvir). Nel territorio liberato si sta già costruendo un piccolo parco giochi per i bambini del villaggio. Solo alcuni resti di pneumatici andati a fuoco e dozzine di cartucce di candelotti di gas lanciati dalle Forze di Difesa Israeliane, rimasti a terra dopo le manifestazioni che continuano a svolgersi ogni settimana, rimangono a testimoniare che la battaglia non è finita. La vittoria non è completa. Ma se ci fosse una giustizia lo sarebbe.

Gideon Levy
Fonte: http://www.haaretz.com
Link: http://www.haaretz.com/weekend/twilight-zone/the-documentary-that-should-make-every-decent-israeli-ashamed-1.468409
5.10.2012

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di DONAC78

ILVA e Giustizia

Pubblicato: dicembre 4, 2012 in Policy
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Si può affermare e riaffermare la propria bassezza democratica senza preoccuparsi della perdita continua della propria dignità?

Ovviamente in Italia si può.

Da un lato c’è un’azienda che per decenni ha operato nella più totale e completa illegalità, mancando in sicurezza dei lavoratori, in norme per la salvaguardia ambientale e della salute dei cittadini.

Dall’altro lato ci sono gli operai. Coloro che sono costretti a lavorare in quel posto a tutti i costi. Pena, la disoccupazione. E, parlando di Taranto, non mi risulti ci siano tutte queste acciaierie.

Come ciliegina sulla torta, c’è il nostro stupendo Governo Tecnico. Da sempre battutosi per la legalità, per il rispetto delle leggi, per il cambiamento di rotta delle abitudini negative degli italiani. Dicevamo, il Governo Tecnico. Cosa fa il nostro governo tecnico di fronte alla sentenza della magistratura di bloccare gli impianti? La rispetta? Ovviamente, no.

E quindi si parte con il decreto salva-Ilva.

E finalmente torniamo ai vecchi tempi del berlusconismo! Dove per ovviare ad una sentenza della magistratura, si scriveva una nuova legge. Finalmente! Confesso che ne sentivo la mancanza.

Questa vicenda è intrisa della tristezza della classe politica italiana (siano essi tecnici o professionisti, a quanto pare non cambia poi molto):

Il Consiglio dei Ministri ha varato il decreto ad aziendam che consentirà all’Ilva di produrre fino a dicembre 2014, data di scadenza dell’Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale), scavalcando di fatto la magistratura che ha aveva sequestrato gli impianti a freddo dello stabilimento di Taranto

E ancora

 

Dichiarazione del ministro Clini : “Il decreto del governo per l’Ilva, firmato dal Capo dello Stato, potrà essere applicato in futuro anche ad altri casi analoghi”. 

E’ quanto ha dichiarato il ministro dell’Ambiente, Clini, facendo riferimento alla parte finale del decreto. Il provvedimento “è una risposta responsabile all’emergenza dell’Ilva, ma indica anche una via replicabile, ove si ravvisino gravi violazioni ambientali e condizioni di pericolo per la salute pubblica”, con sanzioni per le imprese “fino al 10% del fatturato”.

Avesse qualcuno parlato del fatto che i Riva sono dei criminali; ma per quale motivo non pagano loro personalmente tutti i danni che hanno fatto? Per quale motivo non mettono in sicurezza l’impianto con i propri risparmi?

In questo dannato paese si fa presto ad aumentare le tasse, a chiedere sacrifici. E i cittadini dormienti pagano. E fanno sacrifici. E dormono. E guardano la televisione. E preferiscono gettare il cervello nel tubo di scarico del proprio cesso, piuttosto che aprire gli occhi e scendere in piazza a manifestare. Anche perchè, nel momento in cui decidi di farlo, vieni preso a manganellate in testa, offeso dai cittadini che non possono andare in macchina al lavoro perchè gli chiudi la strada, insultato dai tuoi amici/parenti/conoscenti che ti rispondono “ma perchè te la prendi cosi tanto, non ti ci incazzare più di tanto…si sa com’è in Italia”.

Dicevo, si fa presto ad aumentare le tasse alla classe media, ma figurati se gli imprenditori pagheranno mai. Hai sbagliato per vent’anni si seguito, distruggendo l’ambiente naturale che hai intorno, uccidendo e avvelenando coloro che ci lavorano e chi ci abita vicino? Fa nulla, ti aiutiamo noi, i tuoi amici Clini e Monti. Avessero detto una sola parola contro Riva, avessero detto che lui è il responsabile, lui deve pagare.

Io capisco che l’Ilva è un’azienda che non può chiudere da un momento all’altro; ci sono diverse ragioni, e non è un caso se gente come Landini e la Camusso hanno gioito di fronte al decreto governativo. L’errore non è il decreto di per sè. L’errore è la comunicazione. Il messaggio che viene trasmesso e come lo si trasmette. Come può non prestare attenzione a tali dettagli? Salviamo l’Ilva, è uno slogan che va bene. Se ci metti li vicino frasi del tipo “ovviamente la magistratura ha fatto benissimo a bloccare gli impianti; quindi noi costringeremo i Riva a riaprire una fabbrica diversa, più sicura, degna di un paese come l’Italia”. Questo è solo un esempio. Vorrei sapere di cosa diavolo parlano durante il Consiglio dei Ministri. Invece no, si preferisce dare 2 anni di tempo per potersi mettere in regola. 2 anni. Incredibile. Ed il Ministro Clini continua con le sue splendide dichiarazioni

“Spetta alla Corte Costituzionale pronunciarsi. La situazione è precipitata lunedì scorso quando le disposizioni del Gip hanno bloccato nei fatti lo stabilimento – sostiene Clini – Senza questo provvedimento, il 26 novembre sarebbero partiti i primi interventi previsti dalle prescrizioni dell’Aia. E’ un dato di fatto con il rischio che l’azienda abbia un alibi per rimettere in discussione gli impegni presi. Non vorrei che ora si aprissero conflitti tra le istituzioni dello Stato con lo stesso effetto di blocco delle misure per il risanamento ambientale”.

Per la serie: è colpa vostra adesso se la situazione non viene risolta. Noi ci avevamo provato.

Fortunatamente in questo paese, l’attivismo non è morto al cento per cento (nonostante giornalisti e intellettuali di ogni sorta continuano a ripetersi…e forse ad augurarsi). Grazie al comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti a fronte del decreto legge ” salva ilva”

Comunicato stampa con la proposta di manifestazione il 15 dicembre

Il 30 Novembre 2012, il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera al decreto legge “Salva Ilva”.
Il Provvedimento permette allo stabilimento siderurgico tarantino di continuare a produrre per tutto il periodo di validità dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA).
L’unica condizione posta in essere è che l’azienda applichi interamente le disposizioni dettate dall’AIA rilasciata dal Ministero dell’Ambiente a fine Ottobre.
Qualora questo non dovesse verificarsi, il suddetto decreto prevede una multa che può arrivare sino al 10% del fatturato dell’azienda.
A vigilare sarà un garante nominato dal Presidente della Repubblica.
L’AIA 2012 nient’altro è che un aggiornamento dell’AIA rilasciata il 4 Agosto del 2011 voluta in tutta fretta dall’allora Ministro dell‘ambiente del Governo Berlusconi Stefania Prestigiacomo.
Quello stesso Governo che, con i 120 milioni di Emilio Riva, riuscì a salvare la compagnia di bandiera Alitalia. Uno dei pochissimi investimenti a perdere del patron dell’acciaio, almeno apparentemente.
Risulta contraddittorio aggiornare un’AIA già priva di credibilità ed efficacia visto che a riguardo delle migliori tecnologie disponibili (BAT) non si atteneva all’art. 8 del Decreto Legislativo 18 Febbraio 2005, n. 59 e che l’Ilva, in più di un anno, non si è attenuta a tutte le disposizioni previste da quella stessa AIA.
Pare, a questo punto, che sia stia parlando di un d.l. illegale, che richiede all’Ilva di adottare le disposizioni di un aggiornamento illegale di un’AIA illegale.
Oltretutto, il d.l. è stato varato nonostante i provvedimenti dell’autorità giudiziaria, che ha sequestrato gli impianti lo scorso 26 Luglio, poiché non rispondenti alle normative a tutela della salute e dell’ambiente.
Il nuovo Decreto Legge si pone in netto contrasto con le disposizioni di legge impartite dalla Magistratura, compromettendo i diritti costituzionali legati al rispetto dell’ambiente e alla garanzia della salute dell’individuo.
Non basata su accertamenti scientifici e sanitari, l’AIA considera la continuità della produzione come attività necessaria per il risanamento degli impianti, gli stessi impianti posti sotto sequestro poiché nocivi alla salute e compromettenti la qualità dell’ambiente.
In previsione del recepimento delle direttive impartite dall’AIA, l’Ilva avanza un ricorso alla Magistratura, chiedendo il dissequestro degli impianti, puntualmente negato dall’autorità giudiziaria il 30 Novembre 2012.
Il giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco comunica che la negazione del dissequestro è il linea con l’operato della magistratura e sottolinea che:
“Non esiste un costo, in termini di salute, sopportabile in uno Stato civile – si legge nel provvedimento – per le esigenze produttive e non è accettabile che il presente e il futuro dei bambini di Taranto sia segnato irrimediabilmente.
Nessun ragionamento di carattere economico e produttivo dovrà e potrà mai mettere minimamente in dubbio questo concetto”.
Così, prima l’AIA e poi il Decreto Legge appaiono anti-costituzionali.
Due sono gli Articoli, che permettono di avanzare questa conclusione – 32, sul diritto alla salute, e 41, sull’iniziativa economica privata, che non può recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana – e che lasciano spazio a considerazioni puntuali e rigorose, che affermano che il recepimento della nuova AIA e, di conseguenza, del Decreto Legge, non rispetterebbe la Costituzione Italiana.
Attuare l’Autorizzazione Integrata Ambientale non dimostrerebbe che la situazione di pericolosità degli impianti sia venuta meno.
Per questo motivo, non è possibile continuare da subito l’attività produttiva, ma è necessario prima realizzare gli interventi di adeguamento degli impianti indispensabili, per garantire la tutela dell’incolumità dei lavoratori e della popolazione locale e l’interruzione dell’attività criminosa per la quale proprietà e management dell’Ilva sono agli arresti.
A fronte di questi recentissimi eventi, Il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti coglie l’occasione per ribadire che LAVORO, SALUTE, REDDITO e AMBIENTE sono diritti imprescindibili dalla macchina capitalistica di Stato, che sta permettendo un’eccezione alla costituzionalità per ragioni puramente economiche e monetarie.
PER QUESTI MOTIVI INVITIAMO TUTTA LA CITTADINANZA A PARTECIPARE ALLA MANIFESTAZIONE PER UNA TARANTO LIBERA, CHE SI TERRÀ SABATO 15 DICEMBRE 2012 NELLE STRADE DELLA CITTÀ.
PARTECIPIAMO TUTTI ALLE SCELTE DEL NOSTRO FUTURO.
Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti

 

Taranto 3 Dicembre 2012

 

Dubito che i nostri cari governanti porgano l’orecchio.

 

 

R.

 

 

 

 

 

Tiziano

Pubblicato: dicembre 1, 2012 in Uncategorized
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Questo video dovrebbe essere proiettato in tutte le scuole. Fossi un professore di italiano, lo farei vedere a tutti i miei allievi.

Stupende le parole sulla soggettività del giornalista, sull’impero cinese, sulla Rivoluzione.Ascoltare Terzani è un piacere.

I vari urlatori, ciarlatani, ignoranti, non-professionisti, che si professano giornalisti in giro per le televisioni italiane e su vari quotidiani nazionali, dovrebbero avere la decenza di vergognarsi e smettere di fare il proprio mestiere semplicemente dopo aver ascoltato le sue parole.

Grazie Tiziano

R.